Il problema che ho avuto con i modelli neo-classici in cui mi sono da poco imbattuto è, come ricordi, l'aver dissociato la scelta di risparmio (intesa come ottimizzazione della distribuzione del consumo lungo l'orizzonte temporale) e la produzione (con tassi di interesse trasformati in derivate parziali di funzioni di Cobb Douglas, una cosa che, se forse vale in un'ottica di equilibrio, non vale per nessuna scelta di investimento reale). Il tempo di fatto non gioca alcun ruolo nella produzione, visto che F(K,L) è influenzato dal tempo solo se K e L variano, ma la produzione rimane istantanea...
C'è una ragione profonda per ciò, da quel che ho capito, ma non ho i mezzi per giudicare la questione, al momento. Negli anni '50 si è cercato di formalizzare la teoria del capitale, ma non ci si è riusciti. Praticamente, non esisteva neanche una definizione di K indipendente da r (e la cosa è ovvia: se r=10% e poi passa al 1%, verosimilmente un computer che prima era usato per i videogame viene trasferito e diventa un bene capitale).
L'inesistenza di un valore di K rendeva impossibile costruire una teoria formale del capitale, da quel che ho capito, visto che non si riusciva a dimostrare neanche che r è decrescente in K, come gli esempi di capital reversing e capital reswitching dimostrano.
La cosa è diventata terreno di scontro tra i due Cambridge, col risultato che chi aveva ragione (Sraffa e Robinson), anche se per motivi sbagliati (difendere ideologicamente le teorie socialiste contro l'interesse, ed eliminare il soggettivismo dalla teoria economica, ritornando a Ricardo) a difendere l'eterogeneità del capitale è stato dimenticato (non del tutto a torto

).
Il risultato finale è: l'eterogeneità è risultata impossibile da formalizzare, e quindi è stata eliminata. Peccato che le soluzioni "putty capital" (un solo bene capitale riplasmabile a piacere) e "rapporti costanti tra fattori di input", che consentono di risolvere il problema, non sembrano dare risultati generalizzabili nel caso reale di beni capitali eterogenei.
Che idea mi sono fatto? Che nello scegliere tra buttare a mare la matematica o buttare a mare la realtà, negli ultimi 60 anni si è scelto di sacrificare la seconda. Per quanto riguarda l'Economia Austriaca, il reswitching è alla base dell'errore Boehm-Bawerkiano implicito nel concetto di "tempo medio di produzione". L'impossibilità di definire una quantità di capitale e quindi una relazione univoca tra interesse e capitale è un problema matematico, ma se non capisco le origini logiche del problema non so se ha anche rilevanza dal punto di vista economico.
Di certo, senza tempo ed eterogeneità non c'è possibilità di una teoria della produzione che sia realistica. Ma è possibile che l'intederteminatezza messa in luce da questi problemi possa creare problemi anche alla teoria Austriaca. Io mi sto immergendo nella teoria del capitale. Quando riemergo vi avviso.

Lachmann e Kirzner ne parlano su "La scuola austriaca contro Keynes e Cambridge", Rubbettino, ma senza capire il problema non mi riesce di dare un giudizio che mi convince.
"It has been pointed out, however, that when neoclassical general equilibrium models are extended to long-run equilibria, stability proofs require the exclusion of capital reversing (Schefold 1997)"
"In the United States, on the other hand, mainstream economics goes on as if the controversy had never occurred. Macroeconomics textbooks discuss 'capital' as if it were a well-defined concept - which it is not, except in a very special one-capital-good world (or under other unrealistically restrictive conditions). The problems of heterogeneous capital goods have also been ignored in the 'rational expectations revolution' and in virtually all econometric work.""
http://en.wikipedia.org/wiki/Cambridge_capital_controversyQui ci sono due saggi che ne parlano con maggiori dettagli:
http://econ.yorku.ca/~avicohen/Linked_documents/Elgar_Capital_Theory.pdf(Peccato che l'opera costa 600$, altrimenti già ce l'avevo sul comodino)