Economics and Markets Lab
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Author Topic: La struttura del Capitale  (Read 1251 times)
Francesco
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« on: January 09, 2007, 01:15:02 PM »

Passaggio preso dall'articolo CONSENSUS FORECASTS FOR 2007 di Baltin segnalato da clockwork sul forum Oro e Argento ed in linea perfetta con quanto scritto a suo tempo nel pezzo L'Importanza della Teoria del Capitale e ripreso nella intro a questa terza edizione:

"The problem with financial inflation is that investment decisions by entrepreneurs are based on relative prices and interest rates. When interest rates and relative prices are distorted, the entire productive structure of the economy looses it's direction and becomes distorted".

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L.Baggiani
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« Reply #1 on: February 02, 2007, 03:38:17 PM »

Una mia digressione sull'istruzione formale e sul pensiero dominante:

Sinceramente, nonostante l'università che ho frequentato fosse abbastanza "rossiccia" (il professore di economia politica II ed altri corsi era dichiaramente "socialista") oltre al fatto che nessuno ha mai nominato nemmelo il nobel Hayek, mi è parso che l'idea di una allocazione efficiente dei capitali passante dalla corretta significatività dei prezzi (compresi i tassi di interesse) fosse abbastanza condivisa e tra l'altro una delle prime cose insegnate nel corso di microeconomia. La frase di Baltin, parlando da un'ottica scolastica, non mi pare "rivoluzionaria" se non per qualche nostalgico dell'URSS.

Gli insegnamenti "socialisti" del II anno, basati sull'enfasi dell'infido modello IS-LM perdendone spesso l'ottica di breve periodo, risolvevano la contraddizione implicita di un interventismo statale per far "crescere" l'economia rispetto alla riconosciuta supremazia del meccanismo di mercato nella corretta allocazione dei capitali con una soluzione di quelle che Salomone si sarebbe sognato, e basata semplicemente sul pensiero di Keynes: il mercato è ottimo ad allocare le risorse basandosi sui prezzi relativi, però non è tanto bravo a realizzare il volume massimo possibile! Come dire: lo Stato fa crescere la torta mentre il mercato continua a suddividerla ottimamente.
L'insegnamento trascurava il fatto che lo stesso tasso di interesse è un prezzo relativo (merci future per merci odierne), e quindi il giocare con spesa pubblica e offerta di moneta avrebbe sballato qualche equilibrio (ma nel lungo periodo saremmo tutti morti...); in questo passaggio, facendo riferimento anche ai cenni dell'ottimo RandomKJ di cui

...la deresponsabilizzazione del socialismo provoca l'innalzamento della preferenza temporale (l'oggi diventa progressivamente più importante del domani) influenzando ogni scelta, rendendo pesante ogni rinuncia
[...]
 Proprio come fanno i drogati o i bambini che hanno preferenze temporali infinite (qui,ora e subito!!)...

in cui credo che sussista la distorsione intellettuale nel passaggio da Smith (dove il risparmiatore è motore dello sviluppo) a Keynes (dove è il consumo il motore dello sviluppo).
L'implicito riconoscimento della sovranità delle preferenze intertemporali si ritrova nei Monetaristi, a quanto mi è stato dato di capire; non credo sia un caso che dalle loro teorie emerga la sostanziale impossibilità di far lievitare la torta oltre il livello deciso dal mercato senza creare altri problemi.

Riconoscimento implicito... Ma devo ringraziare i seguaci convinti della scuola austriaca per avermi fatto esplicitamente notare la dimensione temporale del capitale e come questa, se dissociata dalle preferenze intertemporali individuali (passaggio ri-sottolineato nell'Importanza della Teoria del Capitale oltre che in vari articoli del Mises.org), possa portare in via "naturale" al crollo di qualsiasi tentativo di far crescere la torta non guardando essenzialmente alle conseguenze ad esempio di politiche inflattive bensì direttamente alle cause intime dell'agire individuale.

Se quelle parole di Baltin sono diventate degne di nota, temo sia perché non tanto la scuola neoclassica abbia pervaso finora le menti, quanto perché nel mondo ha vinto più precisamente il socialismo.

Credo di aver esposto abbastanza; rimango in attesa delle dovute "pattonate".
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"understand procedures, understand war, understand rules, regulations... I don't understand, sorry.
[...]
I don't really know what 'sorry' means"
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« Reply #2 on: February 02, 2007, 04:19:34 PM »

Il problema che ho avuto con i modelli neo-classici in cui mi sono da poco imbattuto è, come ricordi, l'aver dissociato la scelta di risparmio (intesa come ottimizzazione della distribuzione del consumo lungo l'orizzonte temporale) e la produzione (con tassi di interesse trasformati in derivate parziali di funzioni di Cobb Douglas, una cosa che, se forse vale in un'ottica di equilibrio, non vale per nessuna scelta di investimento reale). Il tempo di fatto non gioca alcun ruolo nella produzione, visto che F(K,L) è influenzato dal tempo solo se K e L variano, ma la produzione rimane istantanea...

C'è una ragione profonda per ciò, da quel che ho capito, ma non ho i mezzi per giudicare la questione, al momento. Negli anni '50 si è cercato di formalizzare la teoria del capitale, ma non ci si è riusciti. Praticamente, non esisteva neanche una definizione di K indipendente da r (e la cosa è ovvia: se r=10% e poi passa al 1%, verosimilmente un computer che prima era usato per i videogame viene trasferito e diventa un bene capitale).

L'inesistenza di un valore di K rendeva impossibile costruire una teoria formale del capitale, da quel che ho capito, visto che non si riusciva a dimostrare neanche che r è decrescente in K, come gli esempi di capital reversing e capital reswitching dimostrano.

La cosa è diventata terreno di scontro tra i due Cambridge, col risultato che chi aveva ragione (Sraffa e Robinson), anche se per motivi sbagliati (difendere ideologicamente le teorie socialiste contro l'interesse, ed eliminare il soggettivismo dalla teoria economica, ritornando a Ricardo) a difendere l'eterogeneità del capitale è stato dimenticato (non del tutto a torto  Grin).

Il risultato finale è: l'eterogeneità è risultata impossibile da formalizzare, e quindi è stata eliminata. Peccato che le soluzioni "putty capital" (un solo bene capitale riplasmabile a piacere) e "rapporti costanti tra fattori di input", che consentono di risolvere il problema, non sembrano dare risultati generalizzabili nel caso reale di beni capitali eterogenei.

Che idea mi sono fatto? Che nello scegliere tra buttare a mare la matematica o buttare a mare la realtà, negli ultimi 60 anni si è scelto di sacrificare la seconda. Per quanto riguarda l'Economia Austriaca, il reswitching è alla base dell'errore Boehm-Bawerkiano implicito nel concetto di "tempo medio di produzione". L'impossibilità di definire una quantità di capitale e quindi una relazione univoca tra interesse e capitale è un problema matematico, ma se non capisco le origini logiche del problema non so se ha anche rilevanza dal punto di vista economico.

Di certo, senza tempo ed eterogeneità non c'è possibilità di una teoria della produzione che sia realistica. Ma è possibile che l'intederteminatezza messa in luce da questi problemi possa creare problemi anche alla teoria Austriaca. Io mi sto immergendo nella teoria del capitale. Quando riemergo vi avviso.  Grin

Lachmann e Kirzner ne parlano su "La scuola austriaca contro Keynes e Cambridge", Rubbettino, ma senza capire il problema non mi riesce di dare un giudizio che mi convince.

"It has been pointed out, however, that when neoclassical general equilibrium models are extended to long-run equilibria, stability proofs require the exclusion of capital reversing (Schefold 1997)"

"In the United States, on the other hand, mainstream economics goes on as if the controversy had never occurred. Macroeconomics textbooks discuss 'capital' as if it were a well-defined concept - which it is not, except in a very special one-capital-good world (or under other unrealistically restrictive conditions). The problems of heterogeneous capital goods have also been ignored in the 'rational expectations revolution' and in virtually all econometric work.""

http://en.wikipedia.org/wiki/Cambridge_capital_controversy

Qui ci sono due saggi che ne parlano con maggiori dettagli:

http://econ.yorku.ca/~avicohen/Linked_documents/Elgar_Capital_Theory.pdf

(Peccato che l'opera costa 600$, altrimenti già ce l'avevo sul comodino)
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« Reply #3 on: February 02, 2007, 04:21:58 PM »

Non è vero che risparmio e produzione sono dissociati: volevo dire "disocciare risparmio e interesse".
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« Reply #4 on: February 02, 2007, 04:48:39 PM »

Citerei anche Murphy: http://www.liberanimus.org/sraffa.htm

Parla di Sraffa, e del suo metodo per dimostrare che il tasso di interesse è arbitrario e i sindacalisti possono ridurlo a zero a maggior gloria del proletariato. In fondo aggiunge due righe sull'eterogeneità del capitale.

P.S. Peccato che Murphy la faccia finita coi sistemi di produzione di merci a mezzo di merci poco prima di dimostrare che r può essere uguale a zero. Tiro ad indovinare: per porre r=0 basta cambiare i coefficienti che combinano ferro e grano nella matrice di produzione...
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« Reply #5 on: February 02, 2007, 05:06:23 PM »

Mi sono accorto di un errore.

Io ho ragionato in termini dei modelli del tasso di interesse visti nei capitoli di Advanced Macroeconomics di Romer dedicati alla crescita.

Questi modelli non hanno la moneta... non so se nei modelli di equilibrio generale monetari le cose cambiano.

In quei modelli amonetari, il risparmio S era o esogeno (Solow) o dovuto a ottimizzazione intertemporale (Ramsey e Diamond), ma del tutto slegato dall'interesse R, come dicevo. L'unico modo in cui S influenza R è accumulando K nel tempo.

Non conosco modelli monetari, magari cambia qualcosa, mediante qualche Y*L(i) messo da qualche parte.
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