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Insieme alla classe di prodigiosi manager (abili nel vendere le
proprie azioni sopravvalutate) c'è un'altra categoria di
persone che hanno assunto molta popolarità negli Stati Uniti.
Sono gli analisti finanziari, in special modo gli analisti che svolgono
l'analisi finanziaria delle società quotate ed esprimono
un loro giudizio in merito all'opportunità di investimento.
Questo avviene con delle formule piuttosto chiare che vanno dalla
peggiore, strong sell, forte vendita, alla migliore, strong buy,
forte acquisto.
Le stime che essi redigono e i giudizi espressi di seguito sono
diventati nel tempo più importanti dei fatti stessi contenuti
nei report societari. Che infatti non legge quasi nessun investitore.
Purtroppo (per loro e per la loro credibilità),
quelle stime si sono rivelate di recente e sempre più spesso
del tutto erronee, e il loro consiglio, inevitabilmente, si è
tradotto in una perdita secca sul capitale investito di chi ha seguito
i loro consigli.
Secondo un articolo pubblicato su Fortune nel 2000
gli analisti si sono espressi con raccomandazioni di acquisto 33.169
volte. Peccato che le raccomandazioni a vendere azioni siano ammontate
nello stesso periodo a un numero piuttosto esiguo: 125. Circa 2200
professionisti che ricoprono circa 6000 società e solo 125
raccomandazioni di vendere. Emerge chiaramente da questi semplici
numeri il gioco generale delle società di investimento presso
le quali gli analisti lavorano.
Wall street è un business che come tutti
i business prospera vendendo. Nel senso che loro, operatori
professionali, vendono e noi, piccoli investitori, compriamo. E'
per questo che la quasi totalità dei giudizi consiste in
una raccomandazione: comprare, soprattutto nei momenti di inversione
di marcia, come era stato nel 2000, quando l'esigenza di vendita
e distribuzione del prodotto è maggiore, così come
maggiori sono i ricavi che se ne traggono.
Il problema è in realtà un duplice
conflitto di interesse.
In un caso gli analisti sono spesso alle dipendenze della banca
di investimento che opera in borsa sullo stesso titolo come trader
o market maker. Da una parte l'analista dice di comprare e dall'altra
il trader (che spesso è proprio nell'altra parte della sala)
scarica azioni ai retail che seguono il consiglio, annunciato magari
con gran clamore e squilli di tromba dai media e dai network finanziari.
In un altro caso gli analisti lavorano spesso per
la stessa società che fa da consulente finanziario alla società
analizzata. L'interesse comune delle due parti è far salire
il prezzo del titolo. La borsa è una vetrina, e un titolo
che sale la migliore sponsorizzazione. Oltre che, come visto sopra,
una ghiotta opportunità per vendere le proprie azioni a prezzi
stellari, soprattutto quando si è retribuiti attraverso delle
stock options, o si è addirittura i fondatori della società,
per cui si detengono pacchetti azionari consistenti.
E' per questi motivi che l'attività
degli analisti andrebbe maggiormente controllata a tutela del risparmiatore
finale. Noi siamo sempre in attesa che ciò avvenga. Una
attesa che, temiamo, sarà delusa per moltissimo tempo.
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