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Consumi e deficit commerciale


Il credito viene richiesto dal debitore per spendere, non certo per essere messo sotto il materasso. L'enorme indebitamento del settore privato, imprese e famiglie, è stato utilizzato per essere speso. La quantità dei consumi in termini percentuali della composizione del GDP, che mediamente gravita intorno al 70-75 per cento, ha raggiunto livelli superiori all'80 per cento.
Si è continuato a spendere come e più di prima. Il lato della domanda dei beni di consumo ha subito, come era prevedibile, un'accelerazione significativa. E' qui che dovrebbe scattare la molla inflazionistica.

Teoricamente in un sistema chiuso con una quantità prodotta di beni N e una quantità di moneta M il prezzo dei beni è definito da M/N. Raddoppiando la quantità di moneta nel sistema a 2M e lasciando inalterata la produzione di beni, il prezzo dei beni diventerà 2M/N. Niente cambia, l'illusione monetaria di essere più ricchi si risolve in un aumento dei prezzi pari esattamente all'incremento della moneta. Viceversa, dimezzando l'offerta di moneta e lasciando la stessa quantità di beni N nel sistema, il prezzo passerà a M/2N. I prezzi si dimezzano, semplicemente, e nel sistema si ha deflazione.

Escludendo i fenomeni che esamineremo successivamente, cerchiamo di capire perché nonostante un aumento del 100% della massa monetaria americana in soli 6 anni, contro un aumento del GDP molto più modesto, e nonostante un aumento dei consumi, non si sia avuto come effetto un incremento ragionevolmente proporzionale dei prezzi.

L'aumento della produttività è il fattore che secondo molti spiegherebbe il modesto livello di inflazione corrente. In effetti si tratta di una motivazione plausibile, ma a nostro avviso non ancora sufficiente. La risposta va cercata piuttosto in un'altra direzione.

In realtà il sistema economico di una nazione non è chiuso. Gli scambi commerciali con l'estero hanno ricevuto numerosi impulsi verso una quasi completa liberalizzazione. Quindi, qualora si riesca a soddisfare la domanda eccessiva di beni sui mercati esteri la pressione sui prezzi dei prodotti nazionali rimane relativamente contenuta, a patto che un aumento verso l'interno della domanda estera, in misura pari o maggiore, non bilanci l'intero meccanismo.

Ciò si traduce in un aumento delle importazioni maggiore delle esportazioni.
Il risultato è inevitabilmente il deficit della bilancia commerciale. Come quello che caratterizza gli Stati Uniti da diversi anni.
Un deficit commerciale che si protrae nel tempo diventa un debito vero e proprio nei confronti dell'estero e si finanzia con la vendita di attività finanziarie. Nel caso americano si tratta di un deficit enorme, una grandezza dell'ordine di 400 bilioni di dollari l'anno. Oltre un bilione di dollari al giorno, sabato e domenica compresi, spesi sui mercati esteri per acquistare merci, a fronte dei quali si vendono dollari o attività finanziarie.

Generalmente c'è un meccanismo automatico che tende a riportare i deficit commerciali entro ordini di grandezza accettabili o addirittura a rovesciare il bilancio verso differenziali positivi. E' il tasso di cambio. I beni extranazionali vanno pagati in valuta straniera oppure, nel caso americano, trattandosi della valuta più largamente accettata nel mondo, si pagano direttamente in biglietti verdi.

Nel primo caso la richiesta di valuta straniera tende a deprezzare la moneta nazionale, nel secondo caso anche, in quanto generalmente il venditore non può spendere i dollari nel proprio paese. Dovrà quindi ricambiarli nella propria valuta.
In questo modo il processo di deprezzamento della valuta nazionale rende i beni esteri via via più cari e lentamente annulla la convenienza ad acquistarli.

Perché questo non è avvenuto? Perché il dollaro non si è deprezzato ma quota ancora sui massimi storici nei confronti delle principali valute straniere?
Semplicemente per il motivo che i soldi incassati dagli stranieri rientrano immediatamente negli Stati Uniti per essere investiti in assets immobiliari e finanziari.
La fiducia nella locomotiva americana è altissima anche all'estero. E i capitali liberi di muoversi salgono sempre sulla locomotiva ritenuta più veloce.

In questo enorme scambio di prodotti e valute c'è un piccolo grande dettaglio che spesso sfugge: il finanziamento del deficit commerciale tramite la vendita di assets finanziari, a cui si aggiunge l'ulteriore afflusso di capitali stranieri in cerca di rendimenti più alti, ha portato la percentuale di assets finanziari americani detenuti dagli stranieri al 40%!
Una percentuale tutt'altro che modesta e sicuramente molto preoccupante.

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