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I fallimenti


Investire male significa allocare le proprie risorse in qualcosa che non renderà il tasso di rendimento atteso. La via d'uscita dipende dalla situazione finanziaria del soggetto che ha intrapreso l'investimento. Una situazione finanziaria poco solida potrebbe risolversi in una insolvenza. E, come abbiamo visto nella prima parte, la situazione finanziaria di famiglie e aziende è disastrosa.

C'è un fenomeno che caratterizza tutti i periodi con crescita negativa, compreso quello del 91-92: la riduzione del tasso di indebitamento. Nella fase attuale invece sta avvenendo il contrario.
E' un comportamento del tutto anormale.
In periodi di recessione infatti i prestatori riducono i crediti in modo da compensare un aumento del rischio sistemico. E questo stranamente non è ancora avvenuto.
Inoltre è proprio la riduzione del debito che aiuta ad uscire dalla recessione, grazie a una sua successiva dilatazione che stimola nuovi consumi e nuovi investimenti.

In questa recessione, invece, il consumatore americano ha continuato a spendere e a indebitarsi senza sosta: mentre il valore dei suoi assets negli ultimi due anni si è deprezzato del 4% a seguito della prima correzione delle borse, la quantità del suo debito è aumentata del 15%.
Le aziende hanno tenuto un comportamento analogo. Hanno continuato a contrarre nuovi debiti mentre il rating (il marchio di qualità) di molte emissioni continua ad essere abbassato: in altre parole, hanno gonfiato una massa di debito sempre maggiore ma di qualità sempre inferiore.

Qualcuno potrebbe arguire che il sistema questa volta è stato talmente efficiente da non avere neanche avuto bisogno del classico periodo di transizione in cui il debito viene riassorbito. Del resto un nuovo indebitamento favorito da bassi tassi di interesse sta già stimolando nuovi consumi e nuovi investimenti, per una ripresa che si dice sia già vicina. Questo è ciò che si sente delirare dai media e dagli analisti prezzolati.
Ciò che si trascura di riportare, invece, è che l'aumentare del debito non ha conosciuto soste dal 1991 e oramai, raggiunte soglie insostenibili, si sta lentamente deteriorando.


Le statistiche stanno registrando i primi, ancor lievi effetti, di questa enorme anomalia.
Nel 2001 c'è stato un aumento piuttosto considerevole dei casi di insolvenza da parte delle famiglie. Il controllo della qualità dei crediti ha lasciato a desiderare e i cattivi crediti cominciano a emergere. Le famiglie cominciano a manifestare i primi sintomi di sofferenza verso un debito che comincia a diventare insostenibile e che sta andando oltre la capacità stessa di essere ripagato.

Le statistiche degli ultimi mesi relative alle aziende confermano una analoga tendenza: i default di debito societario hanno raggiunto a dicembre livelli record: 196 emissioni per un valore di circa 107 bilioni di dollari. Il record era dell'anno precedente con 117 emissioni per un totale di 42.3 bilioni.
In termini percentuali siamo al 3.71% delle emissioni correnti, nel 1992 il livello raggiunse il 3.96%.
Una tensione che sta crescendo e che sta trovando misura in statistiche sempre più preoccupanti e sfogo in crisi sempre più gravi.

Nel caso di Enron (ENE, NYSE), il più clamoroso del 2001, lo sfogo si è avuto nel giro di poche settimane: una società che nel 2000 era stata la stella dell'S&P500 ed era entrata nel 2001 con circa 83$ ad azione per un controvalore totale di oltre 60 bilioni di dollari, ha chiuso l'anno a circa 60 centesimi. Bum! Un botto di fine anno che ha bruciato 60 bilioni di dollari. Ben poca cosa rispetto agli oltre 160 bilioni che si sono bruciati più lentamente nella capitalizzazione di Cisco System (da noi predetta quando il titolo quotava ancora sopra 50$), ma pur sempre una cifra considerevole.

Per dare un'idea della dimensione delle cifre basterà ricordare che l'ammontare del debito argentino in default, per la disperazione anche di tanti infelici investitori italiani, corrisponde a circa 155 bilioni.

Nel caso di Enron i danni sono emersi in tempi rapidissimi, e molti dei grandi operatori si sono ritrovati inaspettatamente con gran parte del debito in portafoglio, un disastro proprio imprevisto se pensiamo che per mesi gli stessi hanno sostenuto la qualità del debitore e si sono premuniti di mantenere il rating della società stessa entro soglie di discreta garanzia. Finchè una volta emersi i veri problemi non è arrivata l'agenzia Moody's a chiarire la faccenda. Nuovo rating: junk bond, emissione spazzatura, e l'azione ha ceduto del tutto, così come hanno ceduto i tentativi di salvataggio che erano in corso.

La lezione è chiara: quando si parla di debiti e crediti si possono truccare le carte in tavola ma i conti devono sempre tornare e prima o poi i creditori rivogliono i loro soldi indietro. In tal caso, o si riesce a ripagare il debito oppure ci si dichiara insolventi. Nell'una o nell'altra maniera gli eccessi devono rientrare entro canoni di normalità. Quello che ci auguriamo possa avvenire massicciamente nel 2002.


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