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E finalmente giungiamo all'oggetto che più ci interessa da
vicino. I mercati azionari.
Chiunque può visualizzare con qualche semplice clic i grafici
dei principali indici azionari americani dal 1991 al 2001: il Dow
Jones, l'S&P500 e il Nasdaq.
E' evidente la curva esponenziale che gli indici hanno seguito nella
seconda metà degli anni novanta. Dow Jones e S&P sono
decollati per primi nel 1995. Il Nasdaq ha seguito la scia per poi
esplodere a fine 1998, superando i 5000 punti a gennaio del 2000.
Un incremento di oltre il 100% in un solo anno, qualcosa come il
1000% in otto. La correzione degli ultimi due anni lo ha riportato
ai livelli di fine 98. Proprio più o meno dove si trovava
e si trova ancora oggi il Dow Jones, intrappolato da quasi 4 anni
in un trading range tra i 10 e gli 11 mila punti.
Ecco dove è finita l'ultima parte
della massa monetaria: a gonfiare la più grande bolla finanziaria
dei tempi moderni. Anche qui il fattore debito ha giocato un
ruolo preciso: in America era già diffusa l'abitudine di
comprare le azioni a margine, versando cioè solo una parte
del controvalore effettivo. Con il boom di fine secolo è
diventata una pratica ordinaria della quale si è provveduto
a restringere i parametri solo recentemente. Se questo non è
stato un fattore determinante nel gonfiare la bolla speculativa,
di certo ha contribuito ad aumentarne la velocità di crescita
e la dimensione, soprattutto per quel che concerne il Nasdaq del
1999.
Le nostre ipotesi relative ai mercati azionari

Ecco quindi che possiamo cominciare a definire le
nostre ipotesi. Secondo le nostre stime i mercati azionari americani
sono ancora lontani dal trovare il loro minimo. Solo il Nasdaq
ha ridimensionato la parte più evidente ed esagerata della
bolla speculativa ma resta insieme agli altri due indici, enormemente
sopravvalutato. Dai livelli correnti pensiamo che i principali
indici abbiano davanti uno storno di almeno il 50%.
L'ipotesi di base che si accompagna a queste previsioni,
che all'opinione di molti sembreranno eccessivamente azzardate se
non del tutto folli, è un ulteriore peggioramento dello stato
di salute dell'economia.
Per quanto la recessione sia già stata data
per morta a meno di un mese dell'annuncio ufficiale noi siamo
convinti che la combinazione critica delle variabili macroeconomiche
non possa che risolversi in una recessione di natura strutturale
di durata ben più lunga.
Contro di essa Greenspan non riuscirà, come non è
riuscito finora, a fare molto.
L'accanimento della FED nell'utilizzare la politica
monetaria in maniera più massiccia e consistente che mai,
ci sembra giustificato solo da dietrologie che comunque non ci lasciano
affatto tranquilli. Qualora si trattasse di dietrologie del tutto
infondate riteniamo che la FED avrebbe fatto meglio a lasciare i
mercati e l'economia più liberi di assestarsi secondo il
proprio naturale decorso.
Non era difficile immaginare che i risultati di 11 tagli e di numerosissime
operazioni di mercato aperto sarebbero stati inefficaci. Noi lo
avevamo immaginato già un anno fa e non siamo certo dei maghi.
Adesso, con i tassi a breve oramai all'1.75% e dopo avere:
- inondato il sistema di liquidità,
- creato ulteriori scompensi al sistema,
- e alimentato troppe volte la solita illusione di un treno in partenza,
quando il treno deve invece ancora arrivare in stazione
le cartucce che la FED poteva sparare sono quasi
finite,
Tassi ai minimi degli ultimi sessanta anni e liquidità
ai massimi storici.
La situazione potrebbe risolversi in una trappola della liquidità
come quella che inchioda il Giappone da ben sedici anni.
Strutturalmente le economie dei due paesi sono molto diverse tra
di loro, gli effetti quindi saranno con molta probabilità
differenti. Forse la recessione americana non si prolungherà
per sedici anni e i mercati azionari troveranno il fondo molto prima
di allora.
Tuttavia anche l'economia USA dovrà, come quella nipponica,
spurgare gli eccessi di una fase espansiva in larga parte indotta
artificialmente e ciò richiederà ancora parecchi sacrifici.
E' anche di questo che si occuperà la seconda
parte della nostra analisi.
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