Austrian Economics
Forum: ultimi 10
 
 

 

L'offerta di moneta


Le banche centrali, pur avendo piena autonomia nella regolazione dell'offerta di moneta, sanno benissimo che non è sufficiente stampare e distribuire banconote da 100 dollari alla popolazione per rendere tutti più ricchi. Ciò che incrementa la ricchezza reale di un paese è la produzione di beni e servizi e non la carta che li rappresenta.

La regola di politica economica seguita generalmente nei paesi industrializzati è quindi quella di assicurare un moderato tasso di crescita monetaria che favorisca una costante e stabile crescita della domanda aggregata. Salvo ovviamente i periodi di intervento al ciclo economico nei quali le politiche di stabilizzazione prevedono un restringimento dell'offerta in periodi di boom e di espansione in caso di rallentamento.

Le varie crisi finanziarie che si sono succedute negli anni 90 a partire da quella del Peso del 1994 sono state gestite negli USA con una politica monetaria molto accomodante. Ciò è coerente con i principi discussi, e ha avuto fino ai primi del 2000 degli ottimi risultati. Nonostante l'inefficacia dei numerosi tagli ai tassi di interesse avvenuti nel 2001, l'utilizzo di una politica monetaria espansiva gode, ancora tutt'oggi, della massima fiducia. La convinzione generale che si è consolidata in questi anni è definitivamente quella che la FED possa sempre e comunque risolvere qualsiasi crisi con un semplice intervento monetario.

Tuttavia, guardando ai dati statistici, le recenti minacce al sistema produttivo americano sembrano aver richiesto, dal 1994 in poi, una creazione eccessiva di moneta. L'intervento della banca centrale è stato da allora sempre molto massiccio e generoso. Persino il passaggio all'anno 2000 era stato predisposto con consistenti iniezioni precauzionali di liquidità. L'intervento successivo all'attacco delle torri è stato invece sbalorditivo in termini di incremento in valore assoluto della offerta di moneta e non ha alcun precedente storico.

A differenza degli anni 70 l'inflazione non ha rappresentato un problema. I motivi cercheremo di individuarli più avanti, adesso è rilevante sottolineare come, in assenza di un chiaro campanello d'allarme, la crescita anormale della massa monetaria non ha attirato particolare attenzione né destato troppi sospetti.
Tutt'altro. Negli ultimi anni e fino ai primi mesi del 2000 i dati che hanno attratto l'attenzione di analisti e investitori sono stati i seguenti:

- tassi di crescita del prodotto interno lordo intorno a valori del 5% annuo,
- la diminuzione del tasso di disoccupazione persino sotto quello che è considerato il tasso di disoccupazione naturale di un sistema economico,
- il forte apprezzamento del dollaro,
- le straordinarie performance dei mercati azionari.

Secondo le cifre si era di fronte ad un aumento quasi senza precedenti del benessere e della ricchezza.
La new economy e il nuovo paradigma divennero le costruzioni teoriche sulle quali si fondavano e si giustificavano le performance dei titoli azionari: non importa quanto alti siano i prezzi rispetto ai profitti, l'economia è oramai immune da crisi o recessioni, e grazie alla tecnologia il futuro riserverà crescite ancora più elevate. In questo meraviglioso scenario le imprese tecnologiche saranno le prime a beneficiarne. Ovviamente.

Questo fino a marzo/aprile del 2000 quando qualche azienda cominciò a deludere le attese (tra esse la Microsoft), e i dati macroeconomici a dare i primi segnali di rallentamento. A gennaio 2001 con il Nasdaq in piena crisi la FED cominciò finalmente a tagliare i tassi, il rallentamento era oramai troppo evidente, bisognava correggere e sostenere l'economia per rilanciare una nuova fase espansiva.

Da allora e fino alle difficoltà più recenti la banca centrale non ha esitato a pompare liquidità e moneta nel sistema raccogliendo approvazione e giubilo da tutte le parti ma, non possiamo fare a meno di constatare, pochissimi risultati concreti. Gli unici effetti visibili nel 2001 sono stati degli effimeri rialzi dei corsi azionari sempre seguiti da nuovi storni e nuovi minimi.

Dal 21 settembre i mercati, che dopo l'attacco al WTC sembravano in caduta libera, hanno invertito la tendenza e hanno ripreso a salire ancora una volta. Nel giro di poche settimane, grazie ad altri tre tagli del tasso di interesse, si è ripreso a parlare di una ripresa economica imminente e di un nuovo e prolungato mercato toro.

L'unico timore circolante in questi giorni sembra essere il panic buying, la paura di perdere la nuova corsa della locomotiva: una recessione annunciata neanche un mese fa è già data per morta. Lentamente si torna a favoleggiare di performance straordinarie e si comincia a perdere di vista, come nel 1999, i reali profitti dell'economia.
Si sta ricominciando a costruire una nuova bolla su un solo elemento: la speranza nella tecnologia e nel futuro. In questi giorni si ha l'impressione che, nonostante le perdite accusate in seguito al crollo del Nasdaq, niente sia ancora definitivamente cambiato nella mentalità degli investitori.
Tutto relativamente bene quindi, fino ad oggi, dicembre 2001.
Come ben sappiamo, tuttavia, la storia ha sempre bisogno di dare più di una sola lezione per riuscire a insegnare qualcosa agli uomini.


<<precedente successiva>>

 

 
La Politica monetaria
L'offerta di moneta
Il debito
Sintesi e statistiche
Inflazione
Consumi e deficit commerciale
Mercato immobiliare
Mercato azionario
I profitti
Il management
Gli analisti
Gli investimenti
I fallimenti
Rischio derivati
I parte
II parte
Gli scenari possibili
Un tributo mondiale
Lo stato di salute