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Presentiamo in queste pagine una analisi macroeconomica dell'economia
americana.
Lo scopo è quello di avere chiaro il quadro generale della
situazione economica in modo da poter successivamente fare delle
ipotesi sui possibili scenari futuri.
Pur utilizzando una terminologia piuttosto semplice la conoscenza
dei concetti base di macroeconomia renderà la lettura più
scorrevole e comprensibile.
Nei mesi che seguiranno aggiorneremo la situazione con interventi
settimanali. Entro i limiti cercheremo anche di approfondire i temi
verso i quali i lettori si dimostreranno più interessati
I FATTORI CHIAVE

Sono due i fattori chiave che hanno caratterizzato
l'economia americana degli ultimi anni. Il primo è la politica
monetaria. La consideriamo la causa principale delle anomalie che
andremo ad esaminare, la forza maggiore del sistema macroeconomico
americano odierno. Il secondo è il debito del settore privato.
La politica monetaria

La moneta cartacea è un mezzo del tutto privo
di valore intrinseco. A differenza di quella metallica, in oro o
argento, massimizza la propria funzione principale: rendere più
facile lo scambio di beni e servizi.
Il gold standard, il sistema aureo secondo il quale
ciascuna banca centrale si impegnava a mantenere un tasso di cambio
fisso tra la propria valuta cartacea e un'oncia d'oro crollò
a seguito della crisi degli anni trenta.
La crisi mondiale degli anni settanta portò invece al crollo
del dollar standard, il regime di cambi fissi tra
le valute delle nazioni più industrializzate.
Impedire alle variabili economiche di fluttuare liberamente
è un controsenso dei liberi mercati. Ciò può
dare dei vantaggi nel breve periodo. Ad esempio, potrebbe essere
un modo per prevenire fluttuazioni indesiderate di certi prezzi
a causa della speculazione. Nel lungo periodo, tuttavia, impedire
alle variabili di muoversi liberamente secondo le pressioni naturali
indotte dal sistema rischia di creare degli squilibri difficilmente
contenibili.
L'abbandono del gold standard e successivamente del
dollar standard ha permesso alle banche centrali di poter controllare
l'offerta di moneta, quale mezzo di politica economica, in maniera
molto più flessibile di quanto avvenisse prima.
Generalmente i due tipi di intervento più
utilizzati sono le operazione di mercato aperto, acquisto e vendita
di titoli, e le variazioni dei tassi di interesse.
Acquisto di titoli e riduzione dei tassi di interesse espandono
lo stock di moneta in circolazione (politica espansiva o accomodante),
vendite di titoli e aumenti dei tassi al contrario lo contraggono
(politica restrittiva).
A parte gli anni settanta e i primi anni ottanta
in cui politiche monetarie espansive furono seguite ovunque da tassi
di inflazione a due cifre, dalla metà degli ottanta in
poi l'uso di una politica monetaria accomodante si è rivelato
la panacea migliore e più tempestiva per curare i diversi
problemi economici, dai rallentamenti economici alle crisi finanziarie.
Anche le politiche fiscali hanno continuato ad essere utilizzate
e tutt'oggi mantengono la loro importanza, tuttavia, proprio per
la rapidità con cui riescono ad intervenire, è alle
politiche monetarie che si è delegato l'obiettivo finale
di stabilizzazione del tasso di crescita economica.
Tranne un breve periodo compreso tra il 1990 e il
1991 l'economia americana ha attraversato un periodo di prolungata
espansione durato quasi venti anni, dal 1982 al 2000. Un successo
dovuto in gran parte proprio agli interventi e al sostegno di una
efficace (ma, come vedremo, non efficiente) politica monetaria.
E' per questo motivo che a gennaio del 2001, dopo il primo taglio
dei tassi di interesse da parte della FED, la banca centrale americana,
molti esperti del mercato azionario alzarono la voce giubilanti
gridando di comprare.
Per mesi nel 2001 il ritornello è stato: Don't fight the
FED!
Secondo il giudizio di molti trader e analisti,
il ricorso ad una politica accomodante avrebbe condotto presto a
una nuova fase espansiva, quindi a una nuova fase di mercato al
rialzo. Era una strategia che funzionava oramai da venti anni, perché
sarebbe dovuta andare in crisi proprio adesso, nel mezzo del nuovo
paradigma, appena varcata la soglia della new economy?
Forse per tre motivi.
Primo perché il nuovo paradigma non esiste, secondo perché
la new economy è stata solo una brutta favola. Terzo perché
i rallentamenti ciclici sono cosa ben diversa da un grave problema
di naturale strutturale.
Risultato: 11 tagli in 12 mesi per un totale di 4.75 punti percentuali
non sembrano ancora avere dato alcuno stimolo all'economia. E
i mercati azionari per il secondo anno consecutivo hanno chiuso
in rosso. Non avveniva dal 1974.
DON'T FIGHT THE FED.
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