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Introduzione

In questa seconda parte dell'analisi affronteremo
il corpo centrale delle nostre tesi.
Riprenderemo esponendo le problematiche relative al legame tra imprese
quotate in borsa e istituzioni finanziarie, un legame che secondo
noi ha contribuito molto a gonfiare artificialmente i corsi azionari,
nonché ad alimentare negli investitori assurde illusioni
e a mantenere nel tempo false speranze. E' un fenomeno che non ha
avuto ancora il ridimensionamento che gli spetterebbe.
Cercheremo quindi di capire come le variabili economiche esaminate
nella prima parte stiano gravando sull'economia e soprattutto perché
a nostro parere ciò costituirà un impedimento, di
non facile risoluzione, alla ripresa economica.
Affronteremo quindi il tema della fiducia, il perno dal quale dipenderà
in gran parte l'evoluzione della congiuntura attuale.
E infine, quindi, ipotizzeremo gli scenari futuri più probabili
cercando di capire cosa bisognerà tenere sotto controllo
per rimanere aggiornati e anticipare i prossimi movimenti del mercato
azionario.
Imprese e istituzioni finanziarie:
la finanza.

A differenza del signore a cui abbiamo dedicato
una sezione del sito, noi non crediamo nella finanza democratica.
La finanza non è per niente democratica. Possono esistere
diversi sistemi per riuscire a tirare via qualche briciola dal piatto
e la tecnologia recente ha abbassato notevolmente i costi che ci
danno la possibilità di poterlo fare.
Tuttavia sia chiaro che esso resta un ambiente altamente antidemocratico.
Questo vale dai vecchi salotti del nostro Cuccia (che riposi in
pace) alle ridicole trasmissioni televisive della CNBC. In finanza
parlare di democrazia è pura demagogia, e negli ultimi anni,
purtroppo, se ne è fatto largo abuso.
I profitti delle imprese

L'investimento in qualunque attività definisce
il prezzo pagato oggi come la somma dei flussi di cassa futuri attualizzati
a un certo tasso di interesse.
Nel caso delle azioni ciò che viene valutato sono i profitti
attesi. Il p/e (rapporto tra prezzi, prices, e profitti, earnings)
del Dow Jones ha oscillato mediamente nel corso del XX secolo intorno
al valore 13, toccando minimi di circa 6/7 in periodi di recessione
e valori poco superiori a 20 in periodi di boom. Prima dell'ultima
bolla speculativa, il massimo storico corrispondente a un valore
di 32.6 fu toccato alla vigilia della grande depressione, nel 1929.
Il dibattito sulla validità di questo rapporto
come indicatore per entrare o uscire dall'investimento azionario
è piuttosto controverso. Preferiamo pertanto approfondire
l'argomento in un eventuale scritto futuro.
Per ora ci basti solamente osservare un paio di cose.
Primo, nel gennaio 2000 il p/e del Dow Jones ha
raggiunto un valore di circa 44, e da allora non è mai sceso
sotto la soglia di 20.
Secondo, l'ipotesi che un mercato al ribasso trovi
il proprio fondo in un p/e ancora talmente elevato (abbiamo considerato
per semplicità solo quello del Dow, i valori per l'S&P
e il Nasdaq infatti non danno risultati molto diversi se non in
peggio) dovrebbe essere considerata altrettanto improbabile o folle
quanto lo è la nostra che prevede invece una correzione di
un buon 50% dai prezzi attuali.
Ma non è questo il punto.
Ciò di cui vogliamo parlare sono i profitti reali delle società
quotate. Consideriamo queste ultime: negli US il loro numero è
talmente elevato e la loro composizione talmente diversificata da
essere effettivamente rappresentative dell'intero sistema economico.
Nel loro insieme quindi, i profitti delle società quotate
dovrebbero essere una proxy piuttosto buona della variabile profitti
totali del sistema economico.
Come diversi studi possono dimostrare la crescita
dei profitti totali misurata negli ultimi anni dagli indici statistici
è stata inferiore alla crescita dei profitti dichiarati dalle
società quotate in borsa. E questo per tre motivi:
- un primo motivo risiede nelle operazioni di
ingegneria finanziaria, come buybacks, leveraging buy outs,
fusioni, e pagamento di opzioni, che hanno mascherato il livello
reale dei profitti generati;
- il secondo invece fa riferimento alla contabilità
creativa, cioè a tutte quelle operazioni che hanno
come obiettivo l'abbellimento dei bilanci. E' oramai pratica comune
infatti presentare i bilanci al pubblico secondo criteri poco
coerenti con i classici principi contabili. La nuova formula,
adottata sempre più largamente negli ultimi anni, di dichiarare
i cosiddetti profitti pro-forma, al posto dei veri e propri risultati
economici, è forse la più ingannevole e generalmente
serve proprio a mascherare e a migliorare i risultati di esercizio.
Le dichiarazioni del nuovo presidente della SEC dovrebbero auspicabilmente
aprire un nuovo corso verso una corretta applicazione dei criteri
contabili;
- terzo, spesso si trascura nelle valutazioni l'andamento
dei profitti strettamente operativi. E' un errore che si commette
volentieri analizzando i bilanci di aziende considerate in salute
quali l'IBM o la Microsoft. Nelle decisioni di investimento
di lungo periodo è il core business di una azienda ad avere
maggiore importanza, ovvero la sua capacità di trarre utili
dalla attività caratteristica. Invece come spesso accade,
gli utili da operazioni finanziarie che non pertengono affatto
all'operatività dell'azienda sono considerati alla stregua
degli altri. E' un errore molto grave che si è fatto soprattutto
negli ultimi anni, in cui non era difficile per una azienda con
una buona situazione di liquidità trarre ottimi risultati
da investimenti di natura finanziaria. Questo genere di utili
è di natura molto più aleatoria dei profitti operativi,
nonché spesso di carattere straordinario. Nei prossimi
mesi non sarà improbabile vedere quegli stessi utili da
operazioni finanziarie assumere un segno negativo prima degli
stessi utili operativi e a scapito di questi stessi.
I tre aspetti esaminati ci fanno ragionevolmente
pensare che i profitti reali delle società quotate siano
inferiori di quelli dichiarati. Nel momento in cui venisse fatto
ordine in questa manipolazione degli utili ne risentirebbero sia
il già tanto discusso p/e che i prezzi azionari.
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