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Prima di passare alle conclusioni finali vorremmo affrontare un
argomento di notevole interesse: i derivati. Come oramai quasi tutti
sanno i derivati sono strumenti finanziari che traggono valore dal
prezzo di un bene, detto il sottostante, e che trovano generalmente
due utilizzi: uno speculativo e l'altro di copertura del rischio.
In entrambi i casi attraverso l'acquisto o la vendita dello strumento
derivato si opera un trasferimento di rischio da una controparte
all'altra.
Nell'ultimo report del Comptroller of the Currency,
negli US il valore nozionale dei contratti derivati, (il valore
nominale, cioè, dei sottostanti nel loro complesso) è
aumentato di $3.5 trilioni nel terzo trimestre del 2001 raggiungendo
un totale di $51.3 trilioni. Nel 2001 l'aumento è stato del
27%.
L'84% dei derivati è costituito da contratti
su tassi di interesse, mentre il 96% del totale dei contratti
in essere è nei portafogli di sole sette istituzioni finanziarie.
Una di esse, la JP Morgan Chase, ne detiene da sola il 60%. Una
concentrazione del rischio enorme. Soprattutto considerando che
circa il 90% dei derivati in questione è trattato OTC, Over
the Counter, non sono cioè contratti standardizzati e scambiati
su mercati regolamentati, bensì contratti negoziati in maniera
bilaterale e disegnati spesso sulle esigenze del cliente della istituzione
finanziaria.
JP Morgan Chase, quotata al NYSE, è considerata
una ottima banca di investimento. Tuttavia se guardiamo bene ai
dati, scopriamo che alla fine del terzo trimestre Q301 il rapporto
tra capitalizzazione della società e valore nozionale dei
derivati in essere in seno alla stessa risultava essere superiore
a 700.
Un rapporto talmente spaventoso da far impallidire
quello già enorme del Long Term Capital Mangement che si
assestava poco sopra i 400. Ma il LTCM era un hedge fund, una società
ad altissimo profilo di rischio. Strano che oggi, di fronte a numeri
del tutto simili, siano in pochissimi a preoccuparsi dell'esposizione
ancora più massiccia della JP Morgan Chase e del grado di
rischio associato alla stessa.
Sappiamo tutti come finì la storia del LTCM:
nel 1998 la sua torre di attività, una montagna di carta
finanziaria in derivati venne spazzata via in pochi giorni dalla
crisi del debito russo. Eppure veniva accuratamente gestita da ben
due premi nobel oltre a numerosi altri geni della finanza.
Il caso del LTCM avrebbe dovuto insegnare una
lezione fondamentale: nella gestione probabilistica del rischio
degli strumenti derivati, il verificarsi di un evento imprevedibile
è capace di far saltare in aria la montagna di carta finanziaria
e ciò tanto più probabilmente quanto più alta
è la concentrazione del portafoglio di derivati in seno a
un numero ristretto di società, e quanto più alta
è la leva finanziaria di ciascuna società a fronte
dell'investimento complessivo in termini nominali.
A noi sembra che questa lezione non sia stata imparata
da nessuno, né dai soggetti che manipolano la carta stessa,
né dalle autorità di controllo.
Giusto per far capire come anche alla JPM si possa sbagliare, nonostante
i suoi dirigenti siano persone estremamente competenti e plurimasterizzate,
basti considerare che:
- l'esposizione creditizia verso Enron, inizialmente
dichiarata di 0.9b dollari si è rivelata in realtà
pari a 2.6b$
- l'esposizione sul debito argentino sembrerebbe ammontare a 0.9b.
Due perdite ancora non accertate nella loro
totalità ma per un totale potenziale di 3.5b dollari, il
60% dei profitti del 2000. Non vorremmo sembrare troppo cinici ma
la torre della JP Morgan Chase ha già cominciato a vacillare,
e ancora non sembra essere stato colpito il cuore della sua attività,
quella ad alto rischio in strumenti derivati.
Ipotizzare cosa potrebbe succedere in un caso del genere farebbe
rabbrividire qualunque economista. Il LTCM aveva una esposizione
in derivati di circa 1,3 trilioni. La JPMC di ben 30T$!
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