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Il dollaro rappresenta l'America ma soprattutto il potere d'acquisto
degli americani nel resto del mondo. La forza del dollaro sui mercati
valutari rappresenta il livello di fiducia del resto del mondo nella
FED e nell'economia americana. A fine 2001 il valore del dollaro
sui mercati valutari sembra non temere rivali ed è sempre
sui massimi storici.
Tuttavia ci sono delle nubi che si addensano su questo sole verde.
Abbiamo già parlato dei deficit commerciali degli americani,
nonché della elevata massa di assets, finanziari e non, in
mano agli stranieri.
Se a ciò aggiungiamo:
- differenziali di tasso di interesse offerti dal
dollaro rispetto ad altre valute oramai negativi e
- una creazione eccessiva di dollari in circolazione il cui assorbimento
da parte degli stranieri dovrebbe presto raggiungere il limite,
c'è solo una direzione verso la quale queste
variabili premono ed è il deprezzamento del dollaro.
Gran parte delle sorti di questa recessione dipenderà
proprio dalle sorti del dollaro, e dal suo processo di deprezzamento.
Più esso sarà veloce e marcato più i danni
collaterali all'economia potrebbero essere forti. Un rapido deprezzamento
potrebbe ad esempio portare ad una impennata nei prezzi delle merci
importate, tra cui soprattutto il petrolio e altri fonti di energia.
L'inflazione potrebbe riaccendersi e abbattersi con violenza sul
sistema economico, inasprendone la crisi.
Un rapido deprezzamento del dollaro potrebbe anche
portare gli stranieri a disinvestire parte degli assets finanziari
americani detenuti, con effetto a spirale, in quanto ciò
porterebbe a un ulteriore deprezzamento del dollaro per rimpatriare
i capitali. Gli assets venduti sarebbero ovviamente in gran parte
azioni, ma anche obbligazioni. In quest'ultimo caso una pressione
sui prezzi dei bond aumenterebbe i tassi di interesse fino a un
punto di nuovo equilibrio, nel quale però i tassi potrebbero
essere talmente alti da mettere in seria difficoltà la solvibilità
delle imprese e delle famiglie, già oberate di debiti. Ancora
altre insolvenze e nuovi fallimenti.
E' evidente, quindi, come le sorti dell'economia
americana dipendano in gran parte dalla fiducia nelle autorità
e nel dollaro che le rappresenta.
Una fiducia minacciata da squilibri sempre più difficilmente
contenibili che poggia su basi sempre più fragili. Una situazione
nel complesso davvero poco rassicurante.
Considerando una eventuale crisi di fiducia come
il cardine sul quale si apriranno i possibili scenari futuri, cerchiamo
di delineare almeno due ipotesi.
La prima corrisponde a una crisi lieve e prevede
una situazione di economia stagnante per un lungo periodo. Il dollaro
perde lentamente quota fino a un deprezzamento dell'ordine del 20-25%
su un arco temporale piuttosto esteso. Si innesca definitivamente
una trappola della liquidità paragonabile a quella giapponese
per quanto probabilmente di durata più breve. Sui mercati
azionari questo si traduce in una lenta erosione dei prezzi parallela
al deprezzamento del dollaro e della durata di diversi anni.
Questo secondo noi è l'obiettivo di Greenspan: diluire
nel tempo la crisi e distribuirla senza grossi traumi.
E' uno scenario che non ci piace né come investitori consapevoli
né come trader.
Il secondo che corrisponde a una crisi di fiducia
pesante, vede invece l'economia americana toccare il fondo entro
due tre anni.
Una crisi che potrebbe generarsi secondo due modalità:
- in maniera molto rapida a causa di un evento imprevedibile,
come un fallimento con effetti a catena, un altro attentato terroristico,
o una crisi geopolitica di vasta portata;
- in maniera più graduale, grazie allo spegnersi
definitivo delle illusioni e alla crescente consapevolezza della
difficile risoluzione dei problemi strutturali fin qui esaminati.
Il graduale deprezzamento del dollaro non solo verso
altre valute ma anche nei confronti dell'oro e del petrolio sarebbe
l'indicatore principale di una crisi che sta montando secondo questo
scenario.
Una FED con un numero di munizioni ridotto non
potrebbe più reggere l'arrivo di una nuova e forte onda d'urto.
In entrambi i casi le variabili che abbiamo esaminato cercherebbero
e troverebbero l'equilibrio in tempi piuttosto rapidi. Potrebbe
avvenire in un mese come nel giro di un anno, ma, comunque, il grosso
del processo di risanamento economico avrebbe luogo, nel migliore
dei casi, entro pochi anni.
I mercati azionari in questo scenario potrebbero finalmente toccare
il fondo entro 18-24 mesi. Dopo avere spurgato tutti gli eccessi
di una euforia ancora oggi a livelli di considerevole ubriachezza,
il Dow e l'S&P500 e il Nasdaq ripartiranno gradualmente da basi
che potrebbero attestarsi su 5000, 550 e 800 rispettivamente. Forse
anche da livelli inferiori.
Poco meno della metà dei prezzi attuali.
Sono questi i nostri target già per il 2002
e ci auguriamo che vengano presto raggiunti. Per un motivo tanto
semplice quanto opportunistico: poter ricominciare a investire nel
vero valore prima ancora che speculare sui movimenti di breve periodo.
Un'ultima considerazione vorremmo dedicarla
all'inflazione. Ciò di cui siamo convinti è che
l'inflazione non avrà il ruolo di causa nel processo di riaggiustamento
dei prezzi degli assets azionari. E' tutt'oggi aperta e molto
dibattuta la questione inflazione o disinflazione. Riteniamo che
lo scioglimento di ogni dubbio relativo ad essa dipenderà
dalle modalità risolutive del processo in corso. Essa, quindi,
più che una causa costituirà un effetto o perlomeno
una causa-effetto del tutto collaterale all'evolversi della congiuntura
economica. Dalla sua direzione dipenderà anche il grado di
velocità e asprezza della crisi. Fermo restando che un ambiente
altamente inflattivo dovrebbe accompagnare lo scenario peggiore.
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