| Dopo il rally che ha
caratterizzato l'ultimo trimestre dell'anno, in perfetta copia carbone
del rally di fine 2001, il mercato azionario rimane ancora estremamente
sopravvalutato e destinato a un ridimensionamento verso valori ben
inferiori ai minimi visti nel 2002. La statistica sembra l'argomentazione
più forte a favore di un rialzo degli indici nel 2003: è infatti
dal 1929 che i mercati azionari non chiudono in rosso per quattro
anni di seguito. Un evento quindi raro e per molti irripetibile.
Non dimentichiamo però che né il mercato bull delle
due decadi precedenti né la bubble mania
che ne ha caratterizzato la fase finale hanno, per estensione temporale,
capitali coinvolti e perfomance registrate, alcun precedente storico.
Nonostante tre anni di mercato bear e di variazioni
annuali negative rappresentino per molti operatori un buon pretesto
sul quale maturare l'aspettativa di un anno positivo (o addirittura
la nascita di un nuovo mercato bull), da un punto di vista razionale
la serie negativa non è di per sé affatto sufficiente
per determinare un'inversione del trend primario degli indici di
borsa.
Vediamo le performance del Dow
Jones nel 1929 e nei tre anni successivi comparandole a quanto
registrato nel corso del mercato bear attuale dai tre principali
indici azionari americani:
| |
1929 |
1930 |
1931 |
1932 |
| Dow (%) |
-17.2 |
-33.8 |
-52.7 |
-23.1 |
| |
|
|
|
|
| |
2000 |
2001 |
2002 |
|
| Dow (%) |
-6.2 |
-7.1 |
-16.8 |
|
| S&P 500 (%) |
-10.1 |
-13.0 |
-23.4 |
|
| Nasdaq (%) |
-16.8 |
-23.4 |
-31.5 |
|
Rispetto a quanto accaduto
negli anni trenta, il Grande Orso che avrebbe dovuto seguire la
più grande mania della storia economica sembrerebbe essersi materializzato,
per il Dow Jones, in una debole serie di variazioni negative, la
maggiore delle quali (quella del 2002 pari a -16.8%) è addirittura
inferiore al minor danno causato dall'Orso degli anni trenta al
Dow Jones di allora (quello del 1929 pari a -17.2%).
Se è vero che negli ultimi
tre anni il Dow Jones ha sovraperformato gli altri indici, neanche
la caduta del Nasdaq riesce a battere in termini di violenza del
ribasso quella sperimentata dal Dow Jones degli anni trenta.
Come è possibile che la più grande bubble mania di
ogni tempo non sia riuscita a provocare sugli indici azionari di
oggi, come nel 2000 di gran lunga più sopravvalutati rispetto a
qualunque altra epoca storica, danni maggiori di quelli causati
dalla bubble mania degli anni trenta?
Come esaminato ripetutamente, i motivi sono riconducibili
alle massicce dosi di liquidità fornite dal banchiere centrale americano.
Esse hanno assicurato all'economia gli strumenti necessari per alimentare
consumi altrimenti insostenibili e agli operatori economici (soprattutto
istituzionali) le risorse adeguate per attutire la caduta degli
indici di borsa. La cura tuttavia si è tradotta nella creazione
di ulteriori imbalances di sistema, in una forte espansione del
debito e nella misallocazione di altri capitali e risorse. La situazione
complessiva è che il mercato resta ancora estremamente sopravvalutato
rispetto ai propri fondamentali, mentre l'economia deve ancora cominciare
ad assorbire gli squilibri che ne caratterizzano gli aggregati di
base. L'aggiustamento richiederà inevitabilmente una fase
economica recessiva tanto più dura quanto più essa
continuerà a essere posticipata dagli inteventi di carattere
monetario e fiscale.
La partecipazione del pubblico alla bolla azionaria
degli anni novanta è stata di gran lunga più vasta e diffusa di
quella degli anni trenta. Se i danni sono stati piuttosto contenuti
per i fattori sopra citati, è anche vero che gli investitori,
vittime di un pericoloso moral
hazard, non hanno ancora lasciato l'investimento azionario.
Essi rimangono appesi alle speranze alimentate di continuo dalle
autorità, dai media e dagli analisti ufficiali, secondo le quali
l'economia è prossima a riprendere il proprio ciclo espansivo. Niente
di più lontano dalla realtà. Il peggio, causato dal necessario riequilibrio
di aggregati economici totalmente sballati, deve ancora arrivare.
Solo l'1% dei capitali investiti nel mercato azionario
è fuoriuscito dai fondi americani nel corso del 2002 e il dato rappresenta
appena il primo anno di flussi negativi dal 1988. La raccolta positiva
dei fondi obbligazionari, che finora ha più che compensato la fuga
di capitali dal comparto azionario, rappresenta un illusorio rifugio.
Il comparto presenta infatti le stesse incongruità presenti in quello
azionario. La crescita esponenziale del debito di sistema genera
interessi che si capitalizzano e che non sono in grado di essere
pagati dalla creazione di utili e nuovo valore. L'espansione del
debito di fatto è fuori controllo e solo l'emersione di nuovi fallimenti,
accompagnata eventualmente da un aumento dei tassi di interesse,
è l'unico fattore in grado di riequilibrare le distorsioni formatesi
nel mercato dei capitali grazie alla discesa "forzata" dei tassi
di interesse degli ultimi tre anni.
L'incredibile situazione,
quindi, vede nel complesso un grado di fiducia e un livello di partecipazione
negli asset cartacei ancora estremamente alti. Situazione del tutto
nuova, un fenomeno economico che non ha precedenti storici e che
è destinato con buone probabilità a intrappolare in una spirale
distruttiva la vasta massa di detentori di attività finanziarie
improduttive.
La maggior parte degli analisti tuttavia è più bullish
che mai. Nessuno dei 22 analisti apparsi al Wall Street Week vede
il Dow sotto i 10000 per il 2003. Nessuno dei 22 del resto aveva
previsto il Dow sotto 11000 per il 2002. La previsione peggiore
per il Nasdaq si colloca a un livello di 1700, ben al di sopra dei
livelli correnti. Le altre sono tanto ridicole che non meritano
neanche considerazione.
Qualcuno presto o tardi dovrà insegnare agli analisti
strapagati di Wall Street che in un mercato bear le quotazioni di
azioni sopravvalutate tendono a seguire il trend primario. Nonostante
i prezzi si siano ridimensionati negli ultimi tre anni, i profitti
hanno subito una sorte ancora peggiore. Nessuno può sapere con certezza
cosa ci riservi il futuro ma le aspettative razionali su ciò che
dovrebbe accadere non possono essere affatto positive, a meno di
rappresentare il frutto di pericolose fantasie. A voler essere irrazionalmente
ottimisti, le borse potrebbero sperimentare nel 2003 delle variazioni
minime o di poco positive, ma quello che dovrebbe ragionevolmente
fare seguito a tre anni di mercato bear dovrebbe essere un quarto
anno ancora in rosso, forse ancora più drammatico dei tre appena
trascorsi.
Come vediamo dal chart seguente, rielaborato da Adam
Hamilton di Zealll.com, il rally di fine 2002 ricalca molto da vicino
quelli precedenti, e come i precedenti dovrebbe essere prossimo
all'esaurimento. Una gamba ribassista verso nuovi minimi è ciò che
dovremmo vedere già nei primi mesi del 2003.

Fonte:
www.zealllc.com
In ogni caso, che la prossima discesa degli indici
avvenga nel breve termine coerentemente alle dinamiche già sperimentate
in passato o che essa venga abilmente rimandata ad un futuro poco
più distante, il lavoro del Grande Orso del 2000, teso a
riallineare quotazioni e valutazioni degli asset finanziari agli
utili reali generati dal sistema, resta in gran parte incompiuto.
Chiudiamo con una risposta di Marc Faber, fornita
alla tavola rotonda di Barron's sulle prospettive dei mercati e
dell'economia americana nel 2003, che rispecchia molto da vicino
anche la nostra visione:
Q: But you are bearish on the economy, right?
Faber: You would have to be crazy to be bullish on
the U.S. economy...
...You would have to be Fed chairman to be bullish
on the U.S. economy! The central bankers of the world had the opportunity
to sell their gold positions in 1980 for over $800 an ounce. They
could have put that money into the Dow Jones at 800 or bonds yielding
15%. These idiots waited more than 20 years to sell gold below $300
and buy bonds below 5% and the Dow around 12,000. But this is the
mentality of central bankers.
Lo Staff
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