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Il debito estero

Già nell’analisi dell’anno scorso avevamo messo in rilievo come l’aumento della massa monetaria americana fosse riuscita a trovare sfogo, senza danneggiare il valore del dollaro, in un equilibrio temporaneo reso possibile dalla domanda interna di beni esteri e contemporaneamente dalla domanda estera di attività finanziarie denominate in dollari.

E’ stato principalmente grazie a questa duplice dinamica, accompagnatasi alla diffusione del miracolo economico americano senza la quale non sarebbe stata affatto possibile, che sul finire degli anni novanta il dollaro non ha subito sui mercati internazionali la sorte che generalmente spetta a qualunque valuta altamente “inflazionata”.

Nel corso del 2002 abbiamo esaminato il problema del debito estero in diversi articoli, in particolare si vedano: “Le errate premesse della globalizzazione” e “Dollar index e flussi commerciali”.

Negli anni del boom gli USA hanno assorbito la quasi totalità dei risparmi mondiali. Parallelamente la quasi totalità dei dollari con cui hanno pagato i beni importati non sono stati convertiti dagli esportatori stranieri nella valuta locale ma sono stati riallocati immediatamente in asset finanziari denominati in dollari.

Nel 2002 si è assistito all’interruzione di questo trend, che si è riflesso in una caduta del dollaro contro le principali valute mondiali. Nei prossimi anni il trend potrebbe addirittura invertirsi, dando origine a una fuga di capitali dagli USA. Il grosso problema che in questo momento hanno gli investitori esteri infatti è quello di riuscire a ritirare i propri capitali parcheggiati in dollari, prestati al sistema economico americano, prima che una ulteriore svalutazione del biglietto verde ne diminuisca oltremodo il valore. Contemporaneamente gli USA, per sostenere e finanziare il proprio deficit commerciale, sono ancora costretti a fare massiccio ricorso ai risparmi esteri.

E’ incredibile l’ingenuità con cui le banche centrali e i risparmiatori dell’intero pianeta siano cascati nell’illusione del miracolo economico americano e abbiamo fatto ampie scorte di carta verde la quale, oramai, non solo offre i rendimenti tra i più bassi in circolazione, ma sta anche perdendo velocemente valore nei confronti delle altre valute e in termini di prezzi delle materie prime.

Forse al primo posto della classifica degli operatori economici caduti in questo clamoroso errore si trovano i giapponesi, tra i maggiori detentori di asset finanziari in dollari. La riconversione di dollari in yen sta facendo apprezzare la valuta locale rispetto a quella americana, creando un problema significativo per l’intera economia nipponica.

I molteplici tentativi della banca centrale giapponese di indebolire lo yen non hanno finora funzionato. Sono molti i giapponesi che stanno vendendo asset in dollari per rimpatriare i propri capitali, e crediamo che la BOJ stessa stia finalmente procedendo, come molte altre banche centrali mondiali, a diversificare le proprie riserve valutarie, magari riconvertendole anche direttamente in yen. Oltre che al fine di difendere gli esportatori nazionali essa ha necessità di indebolire la valuta giapponese per compensare l’effetto di questa conversione/diversificazione che si traduce in una vendita di dollari e che sta mettendo pressione al medesimo tasso di cambio.

I diversi appelli delle autorità giapponesi verso l’apprezzamento del dollaro contro lo yen sono un po’ come l’opera dei cosiddetti basher (presenti in molte bacheche di yahoo relative ai titoli azionari), coloro che parlano male (bene) di un titolo per farlo scendere (salire), quando in realtà essi sono compratori (venditori). Lo scopo è diffondere voci che spingano all’acquisto (vendita) di un asset per cercare di venderlo (acquistarlo) a un prezzo più alto (basso).

Nel 2002 i mercati valutari hanno cominciato a muoversi in una direzione ben precisa e ci hanno mostrato chiaramente che l’epoca del superdollaro è terminata, o in altre parole che la bubble del dollaro è scoppiata. Troppi stranieri detengono troppi asset finanziari denominati in dollari che stanno cercando di convertire prima che sia troppo tardi. Il dollaro si trova di conseguenza sotto la spinta di enormi pressioni. D’altra parte per sostenere l’economia interna la FED è costretta a inflazionare ulteriormente la massa monetaria.

E’ difficile immaginare dove potrà portare questa enorme imbalance del sistema economico mondiale. Nelle economie più deboli ha sempre portato alla svalutazione massiccia della valuta. E a una forte crisi economica locale. Nel caso del dollaro, sta avvenendo quello che era più probabile che avvenisse e che avevamo ipotizzato un anno fa: l’indebolimento progressivo del biglietto verde contro le altre valute, e soprattutto in termini di prezzi delle materie prime, accompagnato da una crisi economica globale ancora piena di numerose sorprese, per quanto sicuramente poco piacevoli.

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