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IL DEBITO

A parte un breve intervallo intercorso nel secondo trimestre del 2001, l’economia americana deve ancora sperimentare una recessione ufficialmente registrata dai dati relativi al GDP, o prodotto interno lordo. Nonostante il più grosso stimolo monetario del dopoguerra, il rallentamento economico comincia a essere evidente anche nel comparto che finora ha sostenuto la crescita degli ultimi due anni, quello relativo alla spesa dei consumatori.

Come sottolineano spesso e volentieri i commentatori del Daily Reckoning è solo grazie agli eccessi di spesa del consumatore americano, il quale continua imperterrito a comprare beni di cui non ha bisogno con soldi di cui non dispone direttamente, che l’economia americana è riuscita finora a evitare la recessione.

Tuttavia, le vendite del natale 2002 sono state le peggiori degli ultimi 30 anni. Evidentemente i consumatori cominciano a sentire l’onere del debito che hanno accumulato negli anni del boom e in questi ultimi tre anni di lotta alla recessione.

La crescita del GDP del terzo trimestre del 2002, pari al 4% è dovuta essenzialmente alla crescita puramente finanziaria dell’economia, o in altre parole del debito di sistema:

- la spesa dei consumatori, che rappresenta i 2/3 del GDP, è stata alimentata infatti dall’assunzione di nuovo debito, grazie ai tassi più bassi degli ultimi 40 anni nonché all’introduzione di nuovi incentivi sui finanziamenti, in molti casi con costi prossimi allo zero.

- la spesa pubblica, anch’essa sostenuta da una forte espansione del debito pubblico, ha trovato in corrispondenza dei nuovi deficit tassi estremamente bassi grazie all’intervento di grossi compratori in size, tra cui spiccano non più gli stranieri, quanto le agenzie governative che intermediano i mutui sulle case e che, nel prestare denaro al governo a tassi miseri che non si vedevano da 40 anni, godono di incentivi maggiori e rischi minori rispetto agli stranieri.

Ribadiamo ancora una volta che una crescita siffatta non produce ricchezza. Inserito in un contesto critico come quello della situazione americana attuale, già oberata dai debiti e da altre imbalances strutturali dovute alla pessima allocazione di capitali avvenuta durante la bubble, il consumo stimolato da nuovi debiti finisce prevalentemente col distruggere, e non creare, ricchezza (vedi il nostro articolo “Il consumo che distrugge ricchezza”.

Abbiamo già visto nell’introduzione il grafico relativo al debito pubblico, vediamo adesso i grafici del debito rappresentato dai mutui e dai crediti al consumo, secondo i dati reperibili sul sito della Federal Reserve .

La massa di debiti associata ai mutui ha visto una crescita lungo tutti gli anni novanta (+133% a partire dal 1990), ed un notevole incremento negli ultimi mesi in cui i tassi ai minimi storici hanno portato molte famiglie americane a monetizzare il valore della propria casa.

Ma il settore delle famiglie non è l’unico a soffrire di un debito crescente, non più accompagnato, come negli anni novanta, da un aumento più che proporzionale del reddito e della ricchezza illusoria derivata dalla crescita degli asset finanziari.

Quella ricchezza illusoria oggi è costituita prevalentemente dall’aumento dei prezzi delle case. Siamo dell’idea che nell’ambito di questo fenomeno molti stiano ripetendo gli stessi errori compiuti durante la mania azionaria, con la differenza che, mentre per vendere le proprie azioni sopravvalutate sarebbe bastata una telefonata o qualche clic al computer (cosa che ancora molti devono fare), riuscire a vendere la seconda e/o la terza casa sfitta, a fronte della quale si sta pagando un mutuo più alto del valore di mercato, potrebbe un domani essere un’operazione più complicata e soprattutto dai costi molto più elevati.

L’incidenza del debito si fa sentire anche nel settore manifatturiero dove le spese per interessi ammontano oggi al 100% degli utili mentre nel 1997 erano appena il 23%. Spese per interessi in crescita e utili in drastico calo. Niente di peggio per continuare a schiacciare ulteriormente le quotazioni azionarie che, nonostante il drastico calo dai picchi della bolla, incorporano ancora oggi uno scenario molto roseo e indubbiamente poco realistico.

Infine, il debito del sistema americano verso il resto del mondo, riconducibile alla prolungata differenza negativa tra esportazioni ed importazioni, rappresenta la spada di damocle che di fatto minaccia la libera “manipolazione” dell’offerta di moneta ad opera della banca centrale americana. L’enorme quantità di dollari e di asset finanziari di vario genere detenuti dagli stranieri qualificano gli USA come i più grossi debitori netti del pianeta. Una condizione diametralmente opposta a quella degli anni trenta, in cui le politiche economiche di stampo keynesiano riuscirono a risollevare gli USA dal baratro della depressione seguita al crash azionario del 1929.

Visto il livello attuale dei tassi di interesse negli USA, l’ambito di manovra della politica monetaria sembrerebbe essersi ridotto oramai ai minimi termini. Gli uomini della FED, tuttavia, hanno più volte ripetuto che gli strumenti a disposizione della banca centrale non si limitano al taglio dei tassi e non terminano quindi con l’appiattimento della curva a breve poco sopra lo zero. Non abbiamo dubbi in merito. A tal proposito il discorso più importante dell’anno da parte delle autorità ufficiali resta senza dubbio quello del 21 novembre di Bernanke, già esaminato nel nostro articolo “Osservatori, gestori, analisti e burocrati sul caso della deflazione” .

L’effetto delle parole di Bernanke sul dollaro, passato nel giro di un mese dai quasi 107 punti del Dollar Index ai 102 di fine anno, e dai 315 contro l’oro ai quasi 350 attuali, si è fatto sentire immediatamente. L’uso della Printing Press spaventa e quasi terrorizza tutti gli stranieri che detengono dollari e che da oltre un mese si sono messi alla ricerca di alternative più solide e meno degradabili del biglietto verde (l’oro) o perlomeno rispondenti al principio di diversificazione del rischio di portafoglio (l’euro).

Considerando la fragilità del sistema americano per effetto della elevata posizione debitoria nei confronti del resto del mondo, siamo dell’idea che ogni eventuale intervento mirato ad alterare ulteriormente i normali meccanismi dei liberi mercati (come le politiche a sostegno delle quotazioni azionarie e/o dei titoli di stato per fissare i tassi di lungo termine) rappresenti l’aberrazione finale di una politica monetaria fallimentare e sia destinato inevitabilmente a creare più danni che benefici.

Di fatto dietro al finto liberalismo americano, i tentativi di evitare la recessione stanno semplicemente ingessando i mercati e l’economia su un percorso che ha precedenti ben poco felici.

Riportiamo a proposito e come monito a tutti gli investitori che ancora ripongono estrema fiducia in quello che abbiamo definito “il Grande Esperimento economico del XXI secolo” le parole di Adam Hamilton tratte da uno dei suoi ultimi articoli, “Behold the Gold Bull “:

“The Fed is just like the worthless old Communist Russian Central Planning Committees as it doesn’t produce any valuable goods and services. All it can do is manipulate the quantity of US dollars outstanding and the price of the US dollar, commonly known as interest rates. Manipulation of markets is always ultimately futile and inevitably creates far bigger problems than it initially sought to solve”.

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