| Nel 2002 abbiamo esaminato
con diversi articoli la lotta in corso tra le spinte inflazionistiche
e deflazionistiche. La maggior parte di essi si trova sotto la sezione
macroeconomia e rimandiamo agli stessi per una comprensione approfondita
di quello che è stato il dibattito teorico più accesso
dell’anno.
In questa sezione vogliamo semplicemente riportare
l’attenzione sul significato originario di “inflazione”.
Nel corso degli ultimi 30 anni si è sviluppata una pericolosa
e distorta percezione intorno a molti fenomeni economici e alla
esatta comprensione delle loro relazioni di causa-effetto. Probabilmente,
nessun articolo meglio di “Understanding
Inflation and Deflation” di Tim Picks riesce a fare luce
sulla confusione esistente intorno al fenomeno dell’inflazione.
In inglese “Inflate” significa gonfiare,
espandere qualcosa. L’accezione originale di inflazione si
riferisce, come sottolineammo già nell’analisi dell’anno
scorso, all’espansione della massa monetaria e creditizia,
NON all’aumento dei prezzi. Uno dei risultati a cui può
portare l’espansione della massa monetaria PUO’ essere,
ma NON E’ necessariamente, l’aumento generalizzato dei
prezzi. Il CPI costituisce quindi solo un sintomo, non l’effetto
diretto e univoco, dell’inflazione intesa nel proprio significato
originario.
Il fatto che l’eccessiva espansione della M3
americana non abbia portato all’aumento generalizzato dei
prezzi avrebbe dovuto innescare già qualche anno fa, prima
del picco finale della bolla speculativa azionaria, diversi segnali
di allerta anzi che venire interpretata positivamente portando alla
diffusione della mania speculativa oltre ogni livello razionalmente
accettabile.
Di fatto la bubble azionaria, quella del mercato
immobiliare, la dollarizzazione, la deflazione esportata dalla Cina,
la overcapacity, il debito estero americano, sono tutti problemi
riconducibili all’espansione della massa creditizia statunitense
avvenuta negli ultimi 8 anni. Il problema alla radice di questi
fenomeni risiede nell’aumento della massa monetaria, benché
ancora tale nesso causa-effetto non venga riconosciuto nella sua
originale dinamica né tanto meno attribuito alla politica
monetaria. Purtroppo a livello di autorità monetarie non
si fa che continuare a elogiare l’aumento della produttività
e il contenimento del CPI entro livelli di guardia sottostimando
e quasi negando la realtà dei problemi che stanno affliggendo
l’economia reale.
L’esempio che riporta Tim Picks per spiegare
come l’aumento dell’offerta di moneta non conduca necessariamente
all’aumento dei prezzi è più o meno il seguente:
poniamo che su un’isola ci siano 10 persone con 100 dollari
ciascuna. Il totale dell’offerta di moneta è pari a
mille. Un ipotetico banchiere centrale distribuisce altri 20 dollari
ciascuno portando l’offerta totale a 1200. A parità
di condizioni l’aumento dei prezzi sarà del 20%. Poniamo
quindi che una delle 10 persone crei una società e convinca
gli altri nove a versargli 60$ come partecipazione azionaria nella
società. Dopo un po’ di tempo, questa persona sparisce
con i soldi raccolti e la società di conseguenza perde interamente
il proprio valore. Sull’isola rimangono 9 persone con 60 dollari
ognuna. I prezzi molto probabilmente diminuiranno, anzi che aumentare.
Un esempio molto efficace per riuscire a spiegare
come le dinamiche economiche che distribuiscono nel sistema l’aumento
della moneta e del credito possono non portare necessariamente all’aumento
dei prezzi. Alla fine dei diversi processi di aggiustamento e non
senza avere portato talvolta a un aumento illusorio della ricchezza,
l’eccessivo aumento dell’offerta di moneta e credito
conduce, nella totalità dei casi, alla distruzione del valore
della moneta e quindi del potere di acquisto. Con 60$ ciascuno e
nonostante la caduta dei prezzi i nove soggetti rimasti sull’isola
dispongono di un potere d’acquisto reale inferiore a quello
originale.
Lo staff
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