| Prima
di analizzare più in profondità il mercato obbligazionario sarebbe
necessario fare una distinzione particolareggiata tra le diverse
categorie di obbligazioni. Per semplicità consideriamo solo quelle
considerate free risk come i titoli di stato e quelle invece più
rischiose e molto vicine al mercato azionario, ovvero il complesso
delle obbligazioni corporate emesse dalle aziende private.
Avevamo già
presentato l'indice S&P relativo allo spread tra gli investiment
grade bonds e i titoli di stato nell'ottobre 2002, quando esso raggiunse
i nuovi massimi. Come si può notare nel grafico seguente lo spread
cominciò ad ampliarsi già prima dello scoppio della bolla speculativa
preannunciandone di qualche settimana il picco.
S&P Index:
Investment Grade Bonds - Titoli di Stato (1999-2003)

Fonte: Bloomberg
Insieme
ai primi chiari segni di cedimento delle borse lo spread passò in
pochi mesi dai 120 ai 200 punti per poi continuare ad allargarsi,
dopo una fase di range durata quasi un anno e mezzo, fino al massimo
segnato nell'ottobre 2002. In tutti questi mesi di mercato azionario
bear le obbligazioni corporate hanno quindi seguito da vicino la
crisi della borsa senza riuscire a beneficiare pienamente del cosiddetto
effetto "flight to quality" di cui hanno goduto invece i titoli
di stato.
La crisi
del comparto che sembrava imminente con la rottura dei 260 punti,
venne rapidamente fatta rientrare entro livelli di guardia nel giro
di qualche settimana. Tra ottobre e novembre i mercati azionari
e delle obbligazioni corporate furono salvati ancora una volta dalla
consolidata ricetta monetaria di Greenspan: la "reliquefication"
del sistema, l'iniezione di massicce dosi di liquidità. Nel corso
del terzo trimestre del 2002 si è avuta un'espansione della massa
monetaria pari al 22% su base annua. Fornendo la liquidità necessaria
proprio nei punti più fragili in cui stava cedendo vistosamente,
azioni e obbligazioni corporate, l'intervento è riuscito ancora
una volta a salvare l'intera piramide cartacea nella quale sono
pericolosamente allocati molti capitali (improduttivi) del sistema
finanziario americano. Né più né meno come era successo, per cause
diverse, nel settembre del 2002. Complimenti al banchiere centrale
americano per l'ennesimo salvataggio compiuto, l'ultimo di una lunga
seria, iniziata, come ricordiamo spesso, nel 1995 con la crisi del
peso messicano. Tuttavia, a nostro avviso, la risoluzione del problema
di fondo è stata ancora una volta rimandata al futuro. A causa degli
enormi costi impliciti che continuano a essere sostenuti dalla politica
monetaria, quel problema di fondo, riconducibile ai gravi scompensi
che caratterizzano l'economia USA, continua di mese in mese ad aggravarsi.
Le ricette
monetarie di Greenspan hanno costi finora largamente sottovalutati.
Dal 2000 essi hanno smesso di tradursi in circoli apparentemente
virtuosi, anche se in realtà fondamentalmente pericolosi.
Dopo il 1998 l'intervento monetario trovò sbocco nella fase più
assurda della bubble. Dopo il 2001 nel picco dei mercati obbligazionari
e nel boom del mercato immobiliare. Cosa succederà nel 2003 lo scopriremo
sicuramente entro qualche trimestre, benché l'aumento dei
prezzi delle materie prime, la forza dell'oro e la debolezza del
dollaro sono già ottimi indicatori di cosa possa ragionevolmente
preservarci il futuro.
Se l'emergenza
sul fronte corporate sembrerebbe essere al momento definitivamente
scongiurata, così come quella della discesa delle borse,
i titoli di stato americani, potrebbero invece avere visto il bottom
dei tassi di interesse proprio a seguito di quel salvataggio occorso
nell'ottobre del 2002. Dai massimi raggiunti ad ottobre il future
sul decennale americano si è consolidato negli ultimi mesi in un
trading range tra 111.5 e 115.5, che più o meno incorpora dei tassi
tra il 3.85% e il 4.20%.
10 Years
T-Note Futures (gen 2002 - gen 2003)

Fonte: Bloomberg
Siamo dell'avviso che
il banchiere centrale farà di tutto per contenere i tassi free risk
in questo range, monetizzando di fatto il debito pubblico in rapida
espansione. Le sue recente affermazioni hanno peraltro annunciato
questa chiara intenzione. Quel che sembra ancora più interessante
a tal proposito è lo spread di curva 2-10 anni che ha ripreso lentamente
ad allargarsi, coerentemente a quanto predetto da noi nel corso
dell'ultimo semestre del 2002.
Spread tassi
titoli di stato 2-10 anni (gen 2002 - gen 2003)

Fonte: Bloomberg
L'ampliarsi
dello spread, oggi superiore ai livelli di inizio 2002, ci sta dicendo
che alle porte continua a non esserci alcuna ripresa economica reale
bensì, nel migliore dei casi, una continuazione della ripresa di
natura finanziaria con caratteristiche inflazionistiche, o se vogliamo
attenerci ai termini usati di recente, "reflazionistiche".
Quelle appunto segnalate sempre più nettamente anche dal rialzo
dei prezzi delle commodities.
Nel 2003 sotto queste
spinte reflazionistiche potremmo assistere a delle forti turbolenze
lungo l'intera curva dei tassi di interesse. Con buone probabilità
lo spread continuerà ad allargarsi verso nuovi massimi, superiori
anche a quelli visti durante la breve recessione del 1990-91.
Spread
tassi titoli di stato 2-10 anni (1990-2003)

Fonte: Bloomberg
Qualora
lo spread 2-10 anni provasse a restringersi segnalando la possibilità
di una ripresa economica reale l'economia e le borse saranno presto
messe a dura prova. Un rialzo dei tassi a breve è a nostro avviso
in grado di sconvolgere completamente la fragile struttura finanziaria
americana posizionatasi da tempo (tramite gli Interest Rate Swaps,
ovvero cessione di tasso variabile contro tasso fisso) proprio sulla
parte variabile dei tassi a breve, in modo da sfruttare pienamente
i ridottissimi tassi legati al fed funds rate fissato dalla FED.
I nostri scenari, ricordiamo,
si coagulano intorno alle ipotesi che la crisi in corso sia ben
diversa da quella del 1990 o di ogni altro periodo del post-guerra,
ovvero che sia di natura strutturale e non ciclica. O, per essere
ancora più chiari e precisi, che si tratti della peggiore crisi
strutturale dell'ultimo secolo. Coerentemente a questo scenario
lo spread di curva dovrebbe continuare ad allargarsi e il mercato
dei tassi, sia di quelli free risk che del comparto corporate, sarebbe
destinato a vivere nei prossimi mesi una fase caratterizzata da
alta volatilità e forti turbolenze, prossime a quelle che hanno
finora caratterizzato la discesa delle borse.
Lo Staff |