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Nei primi mesi del 2002
si parlava di un eventuale rialzo dei tassi di interesse. Avevamo
escluso questa ipotesi. A nostro avviso, la ripresa economica non
si sarebbe materializzata secondo le attese di fine 2001, e anche
qualora lo stimolo monetario fosse riuscito a sostenere l’economia
sotto la propria spinta artificiale, un rialzo immediato dei tassi
avrebbe arrestato sul nascere ogni impulso economico favorevole
alla ripresa reale. Soprattutto esso avrebbe creato un pericoloso
subbuglio sul mercato dei tassi di interesse, danneggiando le strategie
di finanziamento adottate nel corso del 2001 da molte imprese, per
sfruttare il ribasso dell’intera curva dei tassi.
Lo definimmo “il
dilemma di Greenspan” .
Le cose sono andate come da noi previsto. Nel corso
del 2002 non c’è stata alcuna ripresa reale. Si è
assistito invece a una grossa delusione delle aspettitive maturate
“irrazionalmente” a fine 2001, che si è accompagnata
a un consistente calo delle quotazioni azionarie. Onde evitare un
ulteriore peggioramento della situazione economica e ricorrendo
alla solita cura, la FED ha invece tagliato i tassi di mezzo punto
percentuale nell’ultimo trimestre dell’anno. Al taglio
è seguita una incredibile espansione della massa monetaria
M3 che ha addirittura battuto, per dimensioni assolute e percentuali,
quella che fece seguito agli interventi post 11 settembre, come
si vede chiaramente nel grafico che segue.

Cogliamo l’occasione per aggiornare anche i
grafici del nostro articolo “La
droga dell’economia americana: M3 e S&P500”
, che mettono in relazione la M3 con l’andamento dell’S&P
e che vennero allora molto apprezzati dai nostri lettori.



E’ incredibile l’aumento di massa monetaria
che si è verificato nell’ultimo trimestre del 2002
e che è coinciso (non a caso) con la tenuta degli indici
su importanti livelli di supporto, ancora molto distanti dai minimi
di ottobre. Se ne può dedurre, coerentemente all’analisi
fatta a suo tempo in quell’articolo, che l’unica maniera
per tenere su i mercati sia l’espansione degli aggregati creditizi
o, come abbiamo ripetuto diverse volte mutuando un’espressione
di Russell, la cosiddetta politica di “Inflate or Die”.
Non appena l’espansione della massa monetaria si arresta,
o ancora peggio la massa medesima si contrae, i mercati azionari
cominciano inevitabilmente ad avvitarsi su se stessi precipitando
verso nuovi minimi.
Tuttavia, siamo arrivati al punto in cui la crescita
della M3, vicina a una variazione del 20% nel 2002, è talmente
massiccia da cominciare ad avere significative ripercussioni su
altre variabili. Il dollaro ne è la vittima più importante.
Nel 2002 esso ha ceduto nei confronti dell’euro, dell’oro
e del paniere di valute contro le quali viene quotato il Dollar
Index.
Ancora più rilevante è la svalutazione
del dollaro in termini del basket di materie prime rappresentato
dal CRB. Se l’aumento dei prezzi come petrolio e oro viene
ingenuamente ricondotto solo alle tensioni geopolitiche in realtà
esso incorpora anche una forte debolezza del potere di acquisto
del dollaro, diluito da oramai 7 anni di “esuberante”
crescita dell’offerta monetaria, di gran lunga eccessiva e
oramai mirata prevalentemente a sostenere, in maniera del tutto
artificiale, una economia schiacciata dai debiti e sul baratro dell’implosione.
Dietro al gran baccano che accompagna ogni rialzo
temporaneo delle borse, la realtà dei fatti sta mostrando
come l’unico effetto considerevole causato dalle iniezioni
di liquidità trovi riscontro non tanto nell’economia
reale, quanto nel valore della moneta americana, e questo a dispetto
di ciò che la variazione del CPI, abilmente tenuto sotto
controllo dagli statistici di Washington, riesca veramente a segnalare.
Rimaniamo dell’idea che, generalmente,
qualunque politica monetaria non sia in grado di correggere problemi
strutturali come quelli presenti attualmente nell’economia
americana ed è nostra convinzione che, nel caso di specie,
la politica della FED, nel tentativo di opporsi al sorgere di una
correzione economica di lungo periodo (il cosiddetto “lnverno
di Kondratieff”) , stia invece creando da 2 anni ulteriori
problemi strutturali i cui effetti continueranno a manifestarsi,
in vario modo, e non senza causare danni rilevanti alle dinamiche
economiche, anche nel corso del 2003.
Lo staff
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