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Greenspan o l'oro?

(09/06/2002) Mentre i mercati azionari continuano a scendere spinti dalle misere performance degli utili societari, nella settimana passata il mercato dell'oro ha subito una correzione piuttosto interessante.

Mercoledì, dopo la chiusura di New York, un fondo rimasto anonimo ha venduto 5000 contratti futures su due diverse scadenze (3000 sulla scadenza agosto e 2000 sulla scadenza dicembre) pari ad un equivalente di 500 mila once d'oro. L'operazione è avvenuta al COMEX attraverso un sistema di trading anonimo riservati ai fondi, denominato ACCESS. Data la relativa illiquidità del mercato dopo la chiusura ufficiale delle principali borse americane, l'effetto sul prezzo è stato considerevole.

Dai 330$ dei massimi il prezzo dell'oro ha subito una rapida correzione, arrestatasi il giorno seguente sui 320$. Dopo una breve risalita, sostenuta anche dalle pessime performance dei mercati azionari, l'oro ha chiuso la settimana intorno ai 324 dollari, mostrando comunque evidenti segni di debolezza.

Nei nostri articoli del 30 maggio avevamo previsto una correzione di questo tipo per il breve termine. All'approssimarsi di quota 350$, infatti, il prezzo dell'oro comincia a preoccupare seriamente tutti quegli operatori che, esposti sfavorevolmente, si troverebbero in difficoltà nel ricoprire posizioni corte in forte perdita.

Tra questi operatori figurano, come si rumoreggia, alcune grosse case di investimento che per anni hanno sfruttato il ribasso del prezzo dell'oro a tutto vantaggio del rialzo dei prezzi degli asset cartacei, di cui sono, ovviamente, i maggiori gestori e beneficiari. La via d'uscita migliore da questa situazione, diventata nel giro di pochi mesi esplosiva, sarebbe riportare il prezzo dell'oro ai livelli desiderabili in cui è stato trattenuto per diversi anni.

La correzione intervenuta in settimana ha fornito agli stessi operatori una ottima occasione per diffondere nei riguardi del metallo giallo un sentimento negativo. Qualcuno è accorso a decretare la fine dell'apprezzamento dell'oro, già considerato solo come una strana anomalia destinata a rientrare nella normalità. Altri hanno definito la corsa all'oro come una nuova bubble, ma con tutta la buona volontà non siamo riusciti a trovare finora una pur minima somiglianza tra il grafico del Nasdaq e quello del''oro. Le occasioni per lanciare raccomandazioni di vendita su tutto il comparto dei metalli preziosi si sono quindi sprecate.

Gli investitori che hanno seguito gli accadimenti di borsa degli ultimi anni dovrebbero avere imparato, se non addirittura a fare il contrario di quanto raccomandato dalle grosse case di investimento, perlomeno ad ignorare qualsiasi loro commento.
Nei primi mesi dell'anno, ad esempio, sono fallite in America società quotate per circa 190 B di dollari. Su quasi nessuna di esse pendeva una raccomandazione di SELL da parte degli analisti. Nel 90% dei casi la raccomandazione era di tenere (HOLD) o addirittura di comprare (BUY).

Di certo, quindi, non dovrebbero essere gli analisti delle grosse case di investimento a fermare l'ascesa dell'unico mercato in forte rialzo da inizio dell'anno. Piuttosto, per analogia ad altri casi, quelle raccomandazioni di vendita pongono le premesse per un consolidamento e una successiva ripresa del trend interrotto in settimana.

Le considerazioni che ripetiamo e aggiungiamo a supporto di questa ipotesi scaturiscono proprio dall'osservazione di uno scetticismo, riguardante la forza della reliquia barbarica, piuttosto diffuso. Pochi sono coloro che ad oggi hanno acquistato dell'oro a difesa del risparmio. Qualcuno più intelligente ha sfruttato le azioni delle società del comparto aurifero che da gennaio hanno restituito ottimi rendimenti. Tuttavia, la maggior parte dei capitali continua a muoversi da un asset cartaceo all'altro, mentre il riparo sicuro dalla presumibile tempesta finanziaria che potrebbe colpire le economie più industrializzate è preso in seria considerazione solo da pochi investitori.

Ricordiamo innanzitutto la prima premessa a base del rialzo del prezzo dell'oro: l'offerta è minore della domanda. Contro una domanda mondiale annua di 4000 tonnellate si estraggono circa 2500 tonnellate, il gap viene colmato dalle riserve esistenti in superficie, comprese quelle delle banche centrali. Pur non figurando ufficialmente, negli ultimi anni gran parte dell'oro delle banche centrali sembrerebbe essere stato preso in prestito dalle cosiddette bullion bank. Sostenendo un costo dell'1% annuo a fronte di quel prestito, esse avrebbero rivenduto l'oro sul mercato per investirne il ricavato a tassi del 5-6%, garantendosi in tal modo un profitto certo del 4-5%.

Nel caso in cui le stime non ufficiali, che quantificano l'ammontare di oro preso a prestito tra le 10 e le 15 mila tonnellate, si rivelassero verosimili, la restituzione del metallo alle banche centrali sarebbe di fatto impossibile, perlomeno nel breve termine e a costi contenuti.

In secondo luogo negli USA, ma anche nel resto del mondo, la massa monetaria è cresciuta secondo percentuali di incremento a 3 cifre (oltre il 100% negli ultimi 10 anni). Le riserve d'oro della banche centrali sono rimaste invece invariate e lo stock totale di oro è cresciuto a tassi modestissimi (circa il 5% negli ultimi 10 anni). Nel caso di una fuga massiccia dei capitali verso il metallo giallo questa anomalia causerebbe un enorme squilibrio tra domanda e offerta, probabilmente impossibile da compensare anche nel caso ipotetico in cui le banche centrali vendessero tutte le loro riserve, e a maggior ragione nel caso in cui quelle riserve non siano integre come dichiarato, ma siano state già riversate parzialmente sul mercato tramite i prestiti alle bullion bank.

In terzo e ultimo luogo, in molti si ostinano ancora a negare la funzione monetaria dell'oro. Se nelle economie occidentali tale percezione è largamente ed erroneamente indotta da una assoluta fiducia nella moneta cartacea, in realtà l'oro continua a mantenere la sua proprietà di riserva di valore. Una proprietà percepita per intero solo nei paesi in difficoltà economiche, in cui il livello di fiducia nel potere di acquisto della carta moneta è sottoposto a forti pressioni.

L'Argentina è solo l'ultimo nonché il caso più estremo: la valuta cartacea si è svalutata di oltre il 300% e gli stessi depositi sono stati congelati dal sistema bancario. Il Venezuela o il Brasile, dove l'ultima asta decennale dei titoli di stato ha raggiunto un tasso del 17% annuo (era il 12% a inizio aprile), forse saranno i prossimi. In questi paesi la percezione dell'oro non è così limitata come lo è negli USA o nei paesi europei. Per queste popolazioni l'oro rappresenta ancora l'unica alternativa alla fuga di capitali per difendere i propri risparmi.

L'assoluta confidenza nelle valute cartacee è un fenomeno relativamente recente dei paesi industrializzati, che appartiene solo agli ultimi 20 anni della storia economica. In realtà le probabilità di una crisi generalizzata nel sistema monetario odierno sono largamente sottostimate, e a nostro avviso più alte di qualsiasi altro periodo storico.

I rischi di sistema sono di fatto tenuti nascosti dalla sovrastruttura finanziaria odierna, ma pronti a emergere in superficie con una forza distruttiva da non sottovalutare, tanto maggiore quanto più complessa è la sovrastruttura medesima. Questa, favorita da massicce iniezioni di liquidità e favorendo a sua volta una crescita esponenziale del livello di indebitamento, ha generato negli ultimi dieci anni l'illusione di una facile e prolungata prosperità.

Il crollo delle borse degli ultimi due anni ha appena iniziato a scalfire la radicata convizione di una immunità da crisi che nessun sistema monetario cartaceo è riuscito mai a sostenere. La debolezza dell'economia post-bubble potrebbe metterla presto a dura prova. Un ulteriore peggioramento della congiuntura economica in corso potrebbe infatti riportare in superficie quei timori largamente diffusi trenta anni fa.

Considerate le certezze che dominano l'investitore dei paesi industrializzati, la dinamica di prezzo dell'oro sembrerebbe appena entrata nella fase più interessante e non invece il contrario. Prezzando solo in minima parte timori che ancora non esistono, e che a nostro avviso emergeranno in un prossimo futuro, il punto di svolta potrebbe non essere lontano.

Senza la ripresa degli utili societari, con i mercati azionari al ribasso da due anni, con i tassi di interesse e la disoccupazione in salita, con i deficit federali sui massimi, con il deficit commerciale oltre qualunque record storico, sotto il peso di un livello di indebitamento insostenibile, anche il consumatore americano potrebbe presto maturare qualche dubbio sull'effettiva immunità del proprio sistema monetario e finanziario, e porsi al fine la domanda cruciale: greenspan o l'oro?

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09 Giugno 2002

 
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