| (22/01/03)
Molti ci scrivono per cercare consigli di investimento
o per chiederci suggerimenti operativi. Non è scopo di questo
sito o delle comunicazioni private via email rispondere a questo
tipo di domande. Non siamo qua per dire cosa comprare o vendere,
tantomeno quando sia il momento migliore per farlo. Non dispensiamo
consigli operativi, per questi rimandiamo rigorosamente a un consulente
finanziario o bancario, come da disclaimer.
Il lavoro sottostante
US Equity & Macro LAB, lo si è detto diverse volte, è fare luce
sulla situazione economica americana, approfondire argomenti che
vengono purtroppo trascurati dalla maggior parte dei media, porre
interrogativi, spingere a riflessioni, anche tramite tesi e ipotesi
provocatorie. Ma non catastrofiste, non estreme come qualcuno ogni
tanto si ostina a ripetere. Traducendo liberamente il titolo dell'articolo
di Richard Daughty (già proposto), a nostro avviso, e solo seconda
la nostra umile opinione, le cose purtroppo non sono messe così
male come sembra, sono messe peggio, molto peggio.
Il webmaster
di questo sito, professionalmente molto in gamba, di recente ha
contribuito a realizzare il sito di un famoso calciatore. La notizia
riguardante il lancio ufficiale del sito è stata data da Canale
5 qualche giorno fa. Risultato: oltre 70 mila pagine visitate in
poche ore. Quello che US Equity & Macro LAB ottiene in circa
3-4 mesi. Se un giorno raggiungeremo quel numero di visite, probabilmente
gran parte di quello che abbiamo ipotizzato sarà diventato realtà.
Quasi sicuramente saremo giunti al fondo della recessione, o della
nuova depressione economica. Molti sfoglieranno avidamente le nostre
pagine per ripercorrere le tappe di quello che è successo, per cercare
di capire come e perché sia successo. Magari si chiederanno il perché
non se ne sia parlato prima in maniera più diffusa. Per difendersi,
allora, sarà forse troppo tardi e i rimedi potrebbero perfino essere
a quel punto autolesivi. Tutti atteggiamenti e comportamenti che
sono tipici della natura umana. Purtroppo. Non è un caso
che, negli ultimi mesi, i picchi di visite a questo sito siano avvenuti
nelle giornate di borsa più nere.
Vediamo comunque
di riprendere l'argomento del titolo e rispondere, sempre indirettamente,
alle questioni che ci vengono poste in merito al mercato delle commodities.
Un articolo molto interessante di Brad Miller "Commodities
Versus Commodity Stocks", sul quale abbiamo ricalcato il nostro
titolo, e anche gran parte del presente articolo, cerca proprio
di fare luce tra il comportamento delle commodities e quello delle
azioni ad esse relative.
Come
sappiamo l'indice CRB è salito di circa il 25% nel 2002, e in questi
primi giorni del 2003 ha continuato il proprio trend toccando nuovi
massimi.

Tuttavia, le
azioni comprese nel CRX, l'indice delle società legate al mercato
delle commodities, si sono comportate in maniera differente. Vediamole
nel grafico che segue.
Come
si può notare, entrambi gli indici sono saliti nella prima metà
del 2002. Nella seconda metà, tuttavia, mentre il CRB ha continuato
la propria corsa, il CRX ha stornato violentemente per recuperare
solo verso fine anno, chiudendo in pratica sugli stessi livelli
iniziali.
Vediamo adesso
l'indice della azioni petrolifere, lo XOI.
Possiamo
osservare una performance ancora peggiore di quella del CRX. Dopo
essere salito nei primi 3 mesi del 2002 l'indice si è mantenuto
in un trading range e poi è sceso stabilizzandosi e trovando una
base sui propri minimi, nonostante nello stesso periodo il prezzo
del petrolio sia continuato a salire fino a raggiungere i massimi
degli ultimi 2 anni, con una performance annuale del 50%.
Anche
in questo caso, come nel caso del CRB contro il CRX, gli operatori
hanno preferito allocare i propri capitali direttamente nella materia
prima piuttosto che nelle azioni delle compagnie petrolifere. In
altre parole essi hanno preferito prendersi il rischio di un eventuale
apprezzamento del petrolio direttamente sulla variazione della commodity
stessa, piuttosto che nelle azioni delle società petrolifere. Un
segnale molto importante.
Rimandiamo
all'articolo originale di Miller per il dettaglio delle diverse
ragioni che possono incidere negativamente sul prezzo delle azioni
petrolifere, però riassumiamo il concetto di base, ovvero che in
questa fase, la cui durata potrebbe estendersi per lungo tempo,
il premio per il rischio viene assegnato dagli operatori direttamente
all'asset reale piuttosto che alle azioni delle società legate alla
estrazione, produzione, lavorazione, o rivendita della materia prima.
Vediamo per
ultimo il comparto dei metalli preziosi, relativo a oro e argento.
Esso ha performato benissimo e in linea con il mercato delle commodities
sottostanti, tuttavia, nell'ultimo periodo dell'anno, proprio in
concomitanza del rally dell'oro dell'ultimo mese che ha portato
il metallo giallo sui massimi degli ultimi 6 anni (siamo tornati
ai prezzi del gennaio 1997), gli indici relativi al comparto delle
società minerarie sono rimasti indietro.
Vediamo l'indice
HUI, relativo alle società che non praticano la vendita a termine
(o hedging) della propria produzione.
Qualcuno interpreta
il fenomeno come un segnale che il prezzo del metallo giallo sia
destinato nel breve termine a stornare. E' possibile. Anche i mercati
bull, lungo la propria salita, attraversano delle fasi di ritracciamento.
Il mercato azionario americano sperimentò addirittura uno dei crash
più drammatici della propria storia, nel 1987, proprio nel bel mezzo
del mercato bull più lungo e potente del XX secolo. Tuttavia alla
luce di quanto visto tra il CRB e il CRX, o tra il prezzo del greggio
e l'indice XOI delle aziende petrolifere, la spiegazione relativa
alla deludente performance dello HUI delle ultime settimane, potrebbe
essere più o meno la medesima. Ma cerchiamo di aggiungerne un'altra.
L'HUI ha ottenuto
nel 2002 straordinarie performance. A fine 2001 molte delle azioni
comprese nell'indice erano infatti prezzate a livelli che scontavano
la bancarotta. Come suggerì mesi fa Jim Puplava, a prezzi così bassi
molte azioni potevano essere oramai considerate come delle call
out of the money sull'oro, con due vantaggi significativi rispetto
alle call vere e proprie: non avere scadenza (a meno del fallimento
vero e proprio) e avere al contempo un theta ridottissimo. Per chi
si intende di opzioni, una vera manna. L'aumento percentuale dell'indice
nella prima parte del 2002 è stato notevole, proprio come accade
a una call out of the money il cui sottostante comincia a salire
significativamente.
Al tendere
del prezzo del sottostante verso lo strike price (in questo caso
del tutto teorico e ignoto), il delta però aumenta e aumenta
pure il gamma, o la variazione percentuale del delta stesso rispetto
alle variazioni del sottostante. In altre parole aumenta anche la
volatilità. Lo storno estivo dell'oro vide un crollo dell'HUI di
ben il 30%, da 150 a meno di 100 punti. Con l'oro in ripresa, e
una volta superata la soglia storica dei 325 dollari (assimilabile
allo strike teorico della call) le opzioni sono entrate definitivamente
nella moneta, e la performance è stata di conseguenza via via inferiore
(tipico delle call con delta maggiore di 0.50 e gamma in diminuzione).
Come conclude
Miller e anche sulla base di queste nostre considerazioni, nel caso
l'oro continuasse ad apprezzarsi l'indice potrebbe, e dovrebbe,
restituire performance peggiori rispetto a quanto avvenuto nel 2002.
L'effetto leva ottenuto con le azioni tende infatti a decrescere
parallelamente al diminuire dell'ipotetico gamma implicito nell'indice.
In altre parole, la possibilità di sfruttare l'effetto leva, rispetto
all'aumento percentuale del sottostante, tende a ridursi fino a
raggiungere eventualmente il rapporto di 1:1 o, data la natura solamente
assimilabile e non strettamente uguale a quella delle opzioni, un
rapporto addirittura inferiore. Ad un certo punto, quindi, potrebbe
diventare più conveniente comprare la materia prima, come accaduto
nel caso del CRB rispetto al CRX e del petrolio rispetto allo XOI.
Alle azioni è infatti associato un rischio d'impresa che potrebbe
spingere gli operatori a preferire la materia prima. Riportiamo
le parole finali di Miller:
Companies
go bankrupt, gold doesn't.
Companies
have scandals, gold doesn't.
Companies
fail to execute their strategies, gold doesn't.
Companies
often need funding, gold doesn't.
Companies
are destroyed in war and natural disasters, gold isn't.
Companies
get sued, gold doesn't. Gold just sits there and does
nothing.
In this day and age, that might not be such a bad thing.
L'oro è materia
prima allo stato puro. E' ancora di più, è moneta senza confini
di spazio e di tempo. Rimane fermo e non fa nulla. E' indistruttibile.
Non produce interessi.
L'oro
è.
Lo
Staff
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