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Commento del 07/02/2002

I risultati di Cisco. Chambers: Cash is King. Usemlab: but stocks are not and Gold could be the Emperor.

Cisco ieri ha riportato i numeri relativi al trimestre appena concluso. Non avevamo molti dubbi alla vigilia che
il ritornello anche questa volta sarebbe stato "CISCO BATTE LE STIME". E così è stato: più 4 penny, 9 centesimi invece di 5 per i profitti, e più 270 milioni di ricavi, 4,82B anzi che 4,55.

Battere le stime, sempre, di almeno un penny, trimestre dopo trimestre. Per anni è stata questa la strategia geniale, usata dal management di Cisco, per accattivarsi la fiducia di investitori ed analisti. Un'arte sviluppata alla perfezione. Grazie ad essa Cisco era persino riuscita a salire sul podio assoluto di Wall Street: nell'aprile 2000 con circa 600 B di dollari di valorizzazione era, e lo è stata per qualche settimana, la società più capitalizzata del pianeta.

Poi le cose sono cambiate rapidamente. E i tassi di crescita annuali dei ricavi e dei profitti hanno cominciato a rallentare fino a diventare negativi.

Ai dati di ieri, anno su anno, i risultati trimestrali presentati fanno registrare un -24% di profitti e un -29% di ricavi. Anche se Cisco continua a battere le stime con i numeri messi in primo piano ed enfatizzati dai media, la discesa del titolo dagli 80 dollari di quell'aprile di 22 mesi fa ai 18,61 di ieri ha vaporizzato circa 460 B di dollari.

Per chi non è ancora avvezzo alle cifre del miracolo americano possiamo dire che equivale approssimativamente a 3 volte il debito argentino. Un devastante e pericoloso crollo nel valore delle attività finanziarie di moltissimi bilanci , che tuttavia non ha fatto grossi danni per merito di Greenspan e dello stesso management. Entrambi, alimentando costantemente i diversi rally che si sono succeduti dall'inizio del mercato ribassista ad oggi hanno diluito nel tempo la vaporizzazione di quella ricchezza e, soprattutto, sono riusciti a distribuirla in maniera più diffusa dagli investitori istituzionali ai piccoli investitori).

Ma torniamo alle cifre di ieri.
E' vero, considerando gli ultimi due trimestri consecutivi Cisco ha presentato un miglioramento nei propri risultati, tuttavia l'entità è stata molto modesta. Quella crescita perpetua dei profitti a tassi annuali del 50% che due anni fa era data per scontata dagli investitori e dagli analisti (entrambi poco istruiti in materia di progressioni geometriche) non c'è più. E non c'è più neanche quella crescita a due cifre che il p/e di Cisco continua sempre ad incorporare ai livelli attuali.

Al momento, stando alle parole del CEO Chambers, la crescita dei ricavi nel prossimo trimestre sarà praticamente nulla, nella migliore delle ipotesi solo di qualche punto percentuale. Oltre questo orizzonte (eufemisticamente parlando) la visibilità rimane molto limitata.

Parole che dopo la chiusura del mercato ufficiale hanno fatto tremare molti. Il titolo è arrivato a perdere fino l'8% per poi risalire rapidamente, forse grazie alla fiducia che Chambers e colleghi hanno dimostrato nel valore della società stessa: nella conferenza di ieri il CFO Carter ha comunicato un riacquisto delle proprie azioni (buyback) nello scorso trimestre per 250 milioni di azioni (per un controvalore medio da noi stimato di circa almeno 3,5B) e l'intenzione di proseguire anche nel prossimo.

In effetti uno dei punti di forza di Cisco sta proprio nell'enorme liquidità a disposizione: 7,5B tra cash e investimenti a breve termine e 12,3B di investimenti a lungo termine a fronte di una capitalizzazione di circa 140B, di ricavi annuali per poco meno di 20B, di profitti annuali per circa 2,5B e di un cash flow annuale di 4B.

Senza un'analisi più approfondita dei bilanci di Cisco che ancora non abbiamo sottomano, è difficile valutare diligentemente la convenienza di questo buyback e di quelli che seguiranno. Riacquistare le proprie azioni per un totale di 7-8 B di dollari significa infatti rinunciare, considerato un rendimento minimo medio privo di rischio del 3% all'anno, a circa 50-60 M di dollari a trimestre. Attualmente quasi il 10% dei propri profitti. Non è poco, soprattutto quando le previsioni sui ricavi futuri del prossimo trimestre sono di zero crescita e la visibilità oltre il brevissimo periodo molto limitata.

Secondo ragionamenti del tutto spannometrici e istintivi ci sembrerebbe piuttosto un annuncio fatto ad arte per sostenere il titolo e invogliare gli investitori ad acquistare una azione valutata ancora 56 volte i profitti correnti, oltre che una mossa estremamente tattica e dal punto di vista contabile molto creativa per aumentare nominalmente i profitti per azione della società.

In altre parole una strategia, come al solito geniale, per generare un valore artificiale (a vantaggio di chi lo possiamo malignamente supporre) proprio come quello creato per arrivare sul podio più alto di Wall Street ma che poi inevitabilmente si è dissolto, lasciando molti investitori più poveri di prima e pochi furbi più ricchi che mai. Anche perché nel caso, alquanto improbabile, di una robusta ripresa economica il titolo sembra già scontare il più ottimistico miglioramento della propria situazione reddituale.

Se invece consideriamo lo scenario di prolungata ristagnazione, o addirittura di recessione, l'investimento nelle proprie azioni potrebbe risolversi in una scelta decisamente sbagliata. Uno spreco di risorse a danno degli azionisti. Pubblicheremo più avanti un articolo sui buyback azionari, tuttavia per il momento basti ricordare che un buyback niente altro rappresenta che una allocazione di risorse. E nel caso, come quello da noi ipotizzato, di un ulteriore aggravarsi della situazione economica americana, l'allocazione di risorse in un titolo che a questi prezzi incorpora una crescita a doppie cifre non potrebbe che essere l'investimento peggiore di tutti.

"Per essere come al solito provocatori consiglieremmo piuttosto a Mr. Chambers, nell'attesa di una buona visibilità e a beneficio dei propri azionisti, di allocare parte di quelle risorse in un discreto quantitativo d'oro, d'argento e di altre risorse naturali.


Un ultimo commento, prima di chiudere, proprio a proposito dell'oro. Ieri ha toccato nuovi massimi intorno ai 305 dollari, rompendo dopo oltre due anni il tetto di 300. Tuttavia non è riuscito a chiudere sopra tale livello e ha terminato la sessione americana a 297,20 sotto la chiusura del giorno precedente. Potrebbe essere un bruttissimo segnale di reversal che a livello tecnico arresterebbe la corsa dell'ultimo mese, perlomeno momentaneamente. Anche le azioni d'altronde hanno corso troppo con performance spesso superiori al 100% in poche settimane. Sia il primo che le seconde a questo punto potrebbero avere bisogno di una pausa per riprendere fiato e per consolidarsi su delle basi propedeutiche a un ulteriore al rialzo.


7 Febbraio 2002

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