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I risultati di Cisco. Chambers: Cash is
King. Usemlab: but stocks are not and Gold could be the Emperor.

Cisco ieri ha riportato i numeri relativi al trimestre
appena concluso. Non avevamo molti dubbi alla vigilia che
il ritornello anche questa volta sarebbe stato "CISCO BATTE
LE STIME". E così è stato: più 4 penny,
9 centesimi invece di 5 per i profitti, e più 270 milioni
di ricavi, 4,82B anzi che 4,55.
Battere le stime, sempre, di almeno un penny, trimestre
dopo trimestre. Per anni è stata questa la strategia geniale,
usata dal management di Cisco, per accattivarsi la fiducia di investitori
ed analisti. Un'arte sviluppata alla perfezione. Grazie ad essa
Cisco era persino riuscita a salire sul podio assoluto di Wall Street:
nell'aprile 2000 con circa 600 B di dollari di valorizzazione era,
e lo è stata per qualche settimana, la società più
capitalizzata del pianeta.
Poi le cose sono cambiate rapidamente. E i tassi
di crescita annuali dei ricavi e dei profitti hanno cominciato a
rallentare fino a diventare negativi.
Ai dati di ieri, anno su anno, i risultati trimestrali
presentati fanno registrare un -24% di profitti e un -29% di ricavi.
Anche se Cisco continua a battere le stime con i numeri messi in
primo piano ed enfatizzati dai media, la discesa del titolo dagli
80 dollari di quell'aprile di 22 mesi fa ai 18,61 di ieri ha vaporizzato
circa 460 B di dollari.
Per chi non è ancora avvezzo alle cifre del
miracolo americano possiamo dire che equivale approssimativamente
a 3 volte il debito argentino. Un devastante e pericoloso crollo
nel valore delle attività finanziarie di moltissimi
bilanci , che tuttavia non ha fatto grossi danni per merito
di Greenspan e dello stesso management. Entrambi, alimentando costantemente
i diversi rally che si sono succeduti dall'inizio del mercato ribassista
ad oggi hanno diluito nel tempo la vaporizzazione di quella ricchezza
e, soprattutto, sono riusciti a distribuirla in maniera più
diffusa dagli investitori
istituzionali ai piccoli investitori).
Ma torniamo alle cifre di ieri.
E' vero, considerando gli ultimi due trimestri consecutivi Cisco
ha presentato un miglioramento nei propri risultati, tuttavia l'entità
è stata molto modesta. Quella crescita perpetua dei profitti
a tassi annuali del 50% che due anni fa era data per scontata dagli
investitori e dagli analisti (entrambi poco istruiti in materia
di progressioni geometriche) non c'è più. E non c'è
più neanche quella crescita a due cifre che il p/e di Cisco
continua sempre ad incorporare ai livelli attuali.
Al momento, stando alle parole del CEO Chambers,
la crescita dei ricavi nel prossimo trimestre sarà praticamente
nulla, nella migliore delle ipotesi solo di qualche punto percentuale.
Oltre questo orizzonte (eufemisticamente parlando) la visibilità
rimane molto limitata.
Parole che dopo la chiusura del mercato ufficiale
hanno fatto tremare molti. Il titolo è arrivato a perdere
fino l'8% per poi risalire rapidamente, forse grazie alla fiducia
che Chambers e colleghi hanno dimostrato nel valore della società
stessa: nella conferenza di ieri il CFO Carter ha comunicato un
riacquisto delle proprie azioni (buyback) nello scorso trimestre
per 250 milioni di azioni (per un controvalore medio da noi stimato
di circa almeno 3,5B) e l'intenzione di proseguire anche nel prossimo.
In effetti uno dei punti di forza di Cisco sta proprio
nell'enorme liquidità a disposizione: 7,5B tra cash e investimenti
a breve termine e 12,3B di investimenti a lungo termine a fronte
di una capitalizzazione di circa 140B, di ricavi annuali per poco
meno di 20B, di profitti annuali per circa 2,5B e di un cash flow
annuale di 4B.
Senza un'analisi più approfondita dei bilanci
di Cisco che ancora non abbiamo sottomano, è difficile valutare
diligentemente la convenienza di questo buyback e di quelli che
seguiranno. Riacquistare le proprie azioni per un totale di 7-8
B di dollari significa infatti rinunciare, considerato un rendimento
minimo medio privo di rischio del 3% all'anno, a circa 50-60 M di
dollari a trimestre. Attualmente quasi il 10% dei propri profitti.
Non è poco, soprattutto quando le previsioni sui ricavi futuri
del prossimo trimestre sono di zero crescita e la visibilità
oltre il brevissimo periodo molto limitata.
Secondo ragionamenti del tutto spannometrici e istintivi
ci sembrerebbe piuttosto un annuncio fatto ad arte per sostenere
il titolo e invogliare gli investitori ad acquistare una azione
valutata ancora 56 volte i profitti correnti, oltre che una mossa
estremamente tattica e dal punto di vista contabile molto creativa
per aumentare nominalmente i profitti per azione della società.
In altre parole una strategia, come al solito geniale,
per generare un valore artificiale (a vantaggio di chi lo possiamo
malignamente supporre) proprio come quello creato per arrivare sul
podio più alto di Wall Street ma che poi inevitabilmente
si è dissolto, lasciando molti investitori più
poveri di prima e pochi furbi più ricchi che mai. Anche
perché nel caso, alquanto improbabile, di una robusta ripresa
economica il titolo sembra già scontare il più ottimistico
miglioramento della propria situazione reddituale.
Se invece consideriamo lo scenario di prolungata
ristagnazione, o addirittura di recessione, l'investimento nelle
proprie azioni potrebbe risolversi in una scelta decisamente sbagliata.
Uno spreco di risorse a danno degli azionisti. Pubblicheremo più
avanti un articolo sui buyback azionari, tuttavia per il momento
basti ricordare che un buyback niente altro rappresenta che una
allocazione di risorse. E nel caso, come quello da noi ipotizzato,
di un ulteriore aggravarsi della situazione economica americana,
l'allocazione di risorse in un titolo che a questi prezzi incorpora
una crescita a doppie cifre non potrebbe che essere l'investimento
peggiore di tutti.
"Per essere come al solito provocatori consiglieremmo
piuttosto a Mr. Chambers, nell'attesa di una buona visibilità
e a beneficio dei propri azionisti, di allocare parte di quelle
risorse in un discreto quantitativo d'oro, d'argento e di altre
risorse naturali.
Un ultimo commento, prima di chiudere, proprio a proposito dell'oro.
Ieri ha toccato nuovi massimi intorno ai 305 dollari, rompendo dopo
oltre due anni il tetto di 300. Tuttavia non è riuscito a
chiudere sopra tale livello e ha terminato la sessione americana
a 297,20 sotto la chiusura del giorno precedente. Potrebbe essere
un bruttissimo segnale di reversal che a livello tecnico arresterebbe
la corsa dell'ultimo mese, perlomeno momentaneamente. Anche le azioni
d'altronde hanno corso troppo con performance spesso superiori al
100% in poche settimane. Sia il primo che le seconde a questo punto
potrebbero avere bisogno di una pausa per riprendere fiato e per
consolidarsi su delle basi propedeutiche a un ulteriore al rialzo.
7 Febbraio 2002
Lo staff
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