| (6/10/02)
Il 16 settembre Fannie Mae il più grosso istituto americano
che opera nel business dei mutui sulla casa aveva annunciato di
avere un duration gap negativo di 14 mesi. Il target dell’istituto
è di una duration compresa tra +/- 6 mesi.
Il duration gap non è altro che il differenziale
di duration tra le attività e le passività. La duration
a sua volta è l’indicatore sintetico della sensibilità
di un asset finanziario alle variazioni dei tassi di interesse,
ovvero ne quantifica il rischio. La duration viene espressa in anni.
Con riferimento ad un titolo obbligazionario essa è direttamente
proporzionale alla durata dell’obbligazione e inversamente
proporzionale alla cedola pagata dal titolo.
Una duration di 4 ad esempio indica che il valore
nominale del titolo obbligazionario diminuirà del 4% per
un aumento dei tassi pari all’1% e viceversa. Per uno zero
coupon, un titolo che non paga cedole, la duration è uguale
alla durata rimanente del titolo stesso. La duration quindi non
fa che assimilare dal punto di vista finanziario un titolo allo
zero coupon con scadenza pari alla sua duration.
Il 16 settembre Fannie Mae aveva dichiarato di avere
un totale di passività in bilancio con una duration maggiore
di 14 mesi rispetto alle attività. Il rischio del valore
delle passività alle variazioni dei tassi era cioè
notevolmente maggiore rispetto alle attività. Con una duration
netta negativa, un ribasso dei tassi incrementa maggiormente il
valore delle passività rispetto alle attività, diminuendo
il valore netto di bilancio. E’ vero anche il contrario: con
una duration negativa un rialzo dei tassi giocherebbe a favore di
Fannie Mae. Tuttavia, negli ultimi tempi si è assistito a
un ribasso dei tassi che ha penalizzato la situazione patrimoniale
di Fanne Mae facendo sorgere negli investitori serie preoccupazioni
per il duration gap eccessivamente negativo.
Paradossalmente per pareggiare il conto Fannie Mae
è stata costretta ad acquistare duration, ovvero direttamente
o indirettamente ad acquistare titoli di stato a lunga scadenza.
Secondo Jim Bianco della Bianco Research l’effetto netto delle
operazioni intraprese da Fannie Mae per cercare di riallineare la
duration tra attività e passività è stato quello
di spingere molti operatori ad acquistare titoli di stato decennali
per un importo tra i 60 e i 100 miliardi di dollari, spingendo al
rialzo i titoli e al ribasso i tassi, che il 30 settembre hanno
toccato nuovi minimi.

Nello stesso periodo infatti, dal 16 settembre a
fine mese, il gap di duration è stato ristretto fino a un
valore di 10, come è stato dichiarato il primo ottobre da
Fannie Mae. La pressione sui titoli di stato a 10 anni è
stata notevole e i rendimenti del T-Note sono passati dal 3.90%
al 3.60% in sole due settimane, con l’effetto di diminuire
il valore netto di bilancio di Fannie Mae e di favorire i fattori
di mercato relativi al mercato dei mutui (refinancing e chiusure
anticipate) a origine stessa del mismatching di scadenze. Un circolo
vizioso la cui interruzione potrebbe rilanciare il fenomeno opposto.
Un rialzo dei tassi, infatti, contribuirebbe inizialmente
a riaggiustare il bilanciamento di duration, ma potrebbe eventualmente
causare un effetto di overshooting in grado di accentuare ulteriormente
il rialzo dei tassi così come è successo con il recente
ribasso, creando problemi di natura opposta sia per Fannie Mae stessa
che per il mercato immobiliare e l’economia nel suo complesso.
Fannie Mae ha in bilancio un portafoglio di mutui
di quasi 750 B di dollari. Una cifra enorme. Pari al 7,5% del GDP
americano. Gestisce anche, a fini di hedging dei rischi, un portafoglio
di derivati pari a circa 600 B. Secondo Doug Noland i margini di
errore che i gestori di Fannie Mae possono permettersi è
ristrettissimo. Il problema della società è quello
di essere diventata troppo grossa, in grado oramai di influenzare
l’economia stessa e di incidere sia sui rischi di sistema
che sugli equilibri macroeconomici (in questa ultima fase, appunto,
la spinta verso tassi di interesse estremamente bassi e il boom/bolla
del settore immobiliare).
L’istituto ha proliferato ed è cresciuto
grazie al solito fattore che ha innescato la bolla del mercato azionario:
l’eccessiva disponibilità di credito. Basti vedere
il chart degli ultimi 10 anni per capire visivamente il fenomeno.
Sono ben chiare le due fasi di espansione. La prima che parte dal
1995 (come per i mercati azionari) e la seconda che parte da metà
del 2000, quando per contrastare i primi segni di sgonfiamento delle
borse e soprattutto la perdita di ricchezza dovuta al calo delle
quotazioni azionarie, si è cominciato a favorire il boom
edilizio gonfiando la bolla del settore immobiliare.

Siamo sicuri che il mercato saprà restituire a Fannie Mae
il posto e la quotazione di borsa che si merita. Tuttavia data la
situazione ibrida dell’istituto, un’impresa sponsorizzata
dal governo ma privata e quotata in borsa, le forze esercitate del
mercato potrebbero avere conseguenze anche per chi è rimasto
estraneo al fenomeno alimentato da questo mammut del credito. Come
fa notare Ken Wolff di Realmoney.com Fannie Mae ha diversi vantaggi
in virtù del proprio stato:
- non deve presentare alla SEC le informazioni a
cui sono invece sottoposte le altre aziende quotate
- è esentata da diverse tassazioni locali e federali
- piò prendere a prestito denaro a tassi più bassi
di quelli delle banche commerciali
- dispone di una linea di credito pari a 2,25 B di dollari presso
il Dipartimento del Tesoro
- la FED può rilevarne direttamente parte dei debiti incagliati.
In altre parole il rischio di default viene
fatto ricadere sui cittadini che pagano le tasse. Una situazione
del tutto iniqua: un istituto che gode privatamente dei vantaggi
offerti dalla disponibilità di credito, mentre fa pesare
sulla comunità i rischi e distribuisce sulla stessa gli eventuali
costi che dovessero emergere in futuro. Un mammut e forse anche
un altro mostro di una economia che non riesce a ripartire efficientemente
i costi e i benefici di una crescita basata sul credito e drogata
dal medesimo.
Lo staff
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