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La battaglia sul campo minato dei derivati

Con l'emendamento Feinstein il congresso americano
sta cercando di rendere più restrittiva la regolamentazione
sui derivati. L'obiettivo di mettere un freno alla crescita esponenziale
che questi strumenti hanno avuto negli ultimi 10 anni trova ragione
anche nel recente collasso di Enron.
Il business oramai rappresenta la fonte della maggior
parte dei profitti delle istituzioni finanziarie, prime fra tutte
la banca leader JP Morgan Chase, e le resistenze contro una legislazione
restrittiva, in grado di tagliare quote consistenti di utili, sono
naturalmente enormi.
Abbiamo già parlato del rischio
derivati in una sezione della nostra analisi macroeconomica:
il controvalore dei derivati in essere nel mondo ammonta secondo
le stime della BIS (la Bank for International Settlements) a 100
triliardi di dollari, 10 volte il GDP americano. Il 60% di essi
è sviluppato negli USA. Il 30% del totale mondiale è
in seno alla banca d'affari americana leader del settore.
Le preoccupazioni in merito al loro utilizzo ebbero
origine dopo il crollo delle borse del 1987. Le accuse furono quelle
di avere accentuato e inasprito la correzione dei corsi azionari
in tempi molto più rapidi di quelli altrimenti richiesti,
innescando un pericoloso effetto panico.
I derivati colpirono l'attenzione delle autorità
anche successivamente: nel 1994 la Procter & Gamble fece causa
alla Bankers Trust per avere perso 100 milioni di dollari. Nel 1995
la Orange County riportò 1,5 B di perdite. Nel 1998 la FED
fu costretta ad accorrere in soccorso dell'intero sistema finanziario
per prevenire una crisi a catena minacciata dal fallimento del Long
Term Capital Management, un hedge fund che in pochi giorni accumulò
4 B di perdite sulla base di una esposizione totale di 1,3 T di
dollari.
I derivati che preoccupano maggiormente le autorità
sono i cosiddetti OTC, Over The Counter, quelli cioè non
regolamentati da un exchange ufficiale. Si tratta di strumenti sempre
più sofisticati, ritagliati sulle esigenze del cliente, che
spesso hanno l'obiettivo di abbellire i bilanci delle aziende. Per
la loro natura infatti, riescono a evitare la registrazione sotto
le classiche voci di bilancio, per finire tra le cosiddette voci
OFF BALANCE, fuori bilancio o sotto la riga.
L'effetto è spesso quelli di ingannare gli
investitori sulla situazione finanziaria della società in
questione. Il collasso di K-Mart ed Enron ad esempio, è stato
dovuto a una eccessiva esposizione del livello di indebitamento,
mascherato attraverso contratti derivati e fatto sparire in voci
ambigue registrate sotto la riga della situazione patrimoniale.
Se da un lato quindi i derivati nascondono i rischi
associati alla solvibilità di una controparte, dall'altra
espongono l'isitituzione finanziaria a un rischio di credito verso
quella stessa controparte generalmente sottovalutato.
Di conseguenza, il rischio sistemico che ne risulta è indubbiamente
maggiore di quello stimato. E questo, non a caso, in un ambiente
in cui i fallimenti societari sono ai massimi storici.
Se gli episodi recenti non hanno ancora fornito le
prove inconfutabili per creare un consenso unanime intorno all'esigenza
di rendere più trasparente l'utilizzo dei derivati, la situazione
attuale sembrerebbe purtroppo la più adatta per generare
un ulteriore evento in grado di scuotere il mondo finanziario.
Questo potrebbe avvenire principalmente proprio
a danno delle lobby che si oppongono a una regolamentazione più
rigida e prudenziale, a meno che le stesse, esperte nel trasferimento
dei rischi operato dalla negoziazione di qualunque strumento derivato,
non riescano con quella stessa abilità a trasferire e scaricare
i danni maggiori sulle solite vittime, che ad oggi portano il nome
dei dipendenti e degli azionisti esterni di Enron.
15 Marzo 2002
Lo staff
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