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Commento del 15/03/2002

La battaglia sul campo minato dei derivati

Con l'emendamento Feinstein il congresso americano sta cercando di rendere più restrittiva la regolamentazione sui derivati. L'obiettivo di mettere un freno alla crescita esponenziale che questi strumenti hanno avuto negli ultimi 10 anni trova ragione anche nel recente collasso di Enron.

Il business oramai rappresenta la fonte della maggior parte dei profitti delle istituzioni finanziarie, prime fra tutte la banca leader JP Morgan Chase, e le resistenze contro una legislazione restrittiva, in grado di tagliare quote consistenti di utili, sono naturalmente enormi.

Abbiamo già parlato del rischio derivati in una sezione della nostra analisi macroeconomica: il controvalore dei derivati in essere nel mondo ammonta secondo le stime della BIS (la Bank for International Settlements) a 100 triliardi di dollari, 10 volte il GDP americano. Il 60% di essi è sviluppato negli USA. Il 30% del totale mondiale è in seno alla banca d'affari americana leader del settore.

Le preoccupazioni in merito al loro utilizzo ebbero origine dopo il crollo delle borse del 1987. Le accuse furono quelle di avere accentuato e inasprito la correzione dei corsi azionari in tempi molto più rapidi di quelli altrimenti richiesti, innescando un pericoloso effetto panico.

I derivati colpirono l'attenzione delle autorità anche successivamente: nel 1994 la Procter & Gamble fece causa alla Bankers Trust per avere perso 100 milioni di dollari. Nel 1995 la Orange County riportò 1,5 B di perdite. Nel 1998 la FED fu costretta ad accorrere in soccorso dell'intero sistema finanziario per prevenire una crisi a catena minacciata dal fallimento del Long Term Capital Management, un hedge fund che in pochi giorni accumulò 4 B di perdite sulla base di una esposizione totale di 1,3 T di dollari.

I derivati che preoccupano maggiormente le autorità sono i cosiddetti OTC, Over The Counter, quelli cioè non regolamentati da un exchange ufficiale. Si tratta di strumenti sempre più sofisticati, ritagliati sulle esigenze del cliente, che spesso hanno l'obiettivo di abbellire i bilanci delle aziende. Per la loro natura infatti, riescono a evitare la registrazione sotto le classiche voci di bilancio, per finire tra le cosiddette voci OFF BALANCE, fuori bilancio o sotto la riga.

L'effetto è spesso quelli di ingannare gli investitori sulla situazione finanziaria della società in questione. Il collasso di K-Mart ed Enron ad esempio, è stato dovuto a una eccessiva esposizione del livello di indebitamento, mascherato attraverso contratti derivati e fatto sparire in voci ambigue registrate sotto la riga della situazione patrimoniale.

Se da un lato quindi i derivati nascondono i rischi associati alla solvibilità di una controparte, dall'altra espongono l'isitituzione finanziaria a un rischio di credito verso quella stessa controparte generalmente sottovalutato.
Di conseguenza, il rischio sistemico che ne risulta è indubbiamente maggiore di quello stimato. E questo, non a caso, in un ambiente in cui i fallimenti societari sono ai massimi storici.

Se gli episodi recenti non hanno ancora fornito le prove inconfutabili per creare un consenso unanime intorno all'esigenza di rendere più trasparente l'utilizzo dei derivati, la situazione attuale sembrerebbe purtroppo la più adatta per generare un ulteriore evento in grado di scuotere il mondo finanziario.

Questo potrebbe avvenire principalmente proprio a danno delle lobby che si oppongono a una regolamentazione più rigida e prudenziale, a meno che le stesse, esperte nel trasferimento dei rischi operato dalla negoziazione di qualunque strumento derivato, non riescano con quella stessa abilità a trasferire e scaricare i danni maggiori sulle solite vittime, che ad oggi portano il nome dei dipendenti e degli azionisti esterni di Enron.

15 Marzo 2002

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