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Greenspan: Dividends and Earnings

Il problema maggiore dell'economia USA e conseguentemente
della valutazione dei mercati azionari risiede nei profitti societari.
E' un punto che abbiamo analizzato nella nostra analisi macroeconomica
e sul quale siamo tornati spesso in seguito.
L'intervento
di Alan Greenspan della settimana scorsa alla Stern School of economics
di New York si è focalizzato sulla problematica dividendi
- profitti offrendoci un ottimo spunto per riprendere l'argomento.
Il problema trae origine in effetti dal boom degli
anni 80-90. Durante questo lungo arco temporale di espansione economica
il management delle società quotate è riuscito gradualmente
a spostare l'interesse degli investitori dal tradizionale dividendo,
pagabile in contanti, ai più generici profitti (proforma),
annunciati con scadenza trimestrale e reinvestiti (ipoteticamente)
in misura sempre maggiore nell'azienda stessa, al fine di sostenerne
la crescita.
Parallelamente allo sviluppo di questa strategia
si è puntato a remunerare l'investimento azionario anzi che
DIRETTAMENTE attraverso il pagamento del dividendo, INDIRETTAMENTE
attraverso l'aumento del prezzo in borsa. E' un obiettivo che ha
incontrato il favore degli investitori, sedotti molto più
facilmente dalla crescita esponenziale dei corsi azionari che non
dal pagamento di un dividendo spesso inferiore alla cedola di una
obbligazione di stato.
Mentre il dividend yield del mercato, il tasso offerto
annualmente dal complesso dei dividendi in rapporto al valore dei
prezzi azionari, si è mantenuto per decenni intorno a valori
medi del 6%, nel corso dell'ultimo mercato toro esso è sceso
rapidamente fino a un ratio odierno dell'1%, perdendo quasi del
tutto la propria importanza a scapito della remunerazione offerta
dal guadagno in conto capitale.
Purtroppo c'è una differenza fondamentale
tra dichiarare dei profitti e pagarne una parte sotto forma di dividendo
e dichiarare dei profitti e capitalizzarli interamente nella società
favorendone l'aumento del prezzo di borsa. Lo dice Alan Greenspan
con le sue stesse parole:
"The sharp fall in dividend payout ratios and
yields has dramatically shifted the focus of stock price evaluation
toward earnings. Unlike cash dividends, whose value is unambiguous,
there is no unambiguously "correct" value of earnings".
I dividendi sono quantificabili con certezza e
sostenibili con le risorse REALMENTE prodotte dal ciclo operativo,
i profitti no. E' proprio su questa differenza che negli anni
novanta si è costruito l'immenso castello di carta delle
quotazioni azionarie, sopravvalutate oltre ogni precedente mania
azionaria.
Approfittando dell'elasticità nell'utilizzo
di fumosi criteri contabili (CRAP) verso i tradizionali criteri
standard (GAAP), i manager sono riusciti per anni a gonfiare i profitti
delle società senza doversi scontrare con la REALTA' dei
flussi di cassa (cash flow) sottostanti quei profitti e necessari
al pagamento in contanti di un dividendo REALE.
Il risultato è stato per anni un aumento FITTIZIO
dei profitti, sostenuto artificialmente dalle proiezioni di pura
fantasia degli analisti e avente come unico scopo l'aumento del
prezzo di borsa della società quotata e lo sviluppo di una
stock mania senza precedenti, a beneficio in prima luogo dell'industria
finanziaria e, attraverso l'utilizzo delle stock options, dei manager
stessi.
Mediante questa forma di remunerazione si chiude
infatti il cerchio di una STRATEGIA non tanto di reinvestimento
degli utili a supporto della crescita quanto di PURO MARKETING,
molto spesso ingannevole e tesa principalmente a realizzare la vendita
di un prodotto, l'azione, a prezzi ben al di sopra del proprio valore
reale.
I profitti dichiarati dalle società rimangono
ancora oggi al di sopra del loro corrispettivo reale come dimostrato
dalle numerose analisi comparative tra CRAP earnings e GAAP earnings.
Gli sforzi per riallinearli vengono elusi su quasi tutti i fronti
e se non c'è dubbio che presto o tardi questo riallineamento
avrà luogo, tuttavia questo sarà concesso e verrà
raggiunto nei tempi più lunghi possibili, in modo da permettere
ai prezzi azionari di riposizionarsi su valori accettabili senza:
1) causare un crash dei mercati e conseguentemente
un trauma troppo destabilizzante per una economia ancora molto fragile
e in difficoltà (obiettivo delle autorità);
2) interrompere ex abrupto il trasferimento di ricchezza a vantaggio
dei maggiori beneficiari delle correnti valutazioni di borsa (obiettivo
dei manager e degli operatori dell'industria finanziaria).
Quanto più lungo sarà questo
processo di riallineamento tanto più lunga sarà la
fase ribassista o quantomeno laterale del mercato orso che i mercati
americani stanno vivendo oramai da due anni. E questo sicuramente
a danno di tutti coloro che considerano l'investimento e i mercati
azionari più di un semplice gioco di prezzi al rialzo o al
ribasso disgiunto dai reali fondamentali economici.
1 Aprile 2002
Lo staff
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