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Commento del 01/04/2002

Greenspan II: le Stock Options

L'intervento di Alan Greenspan alla Stern School of economics, di cui abbiamo parlato nell'altro commento odierno, ha toccato anche la problematica delle stock options come spesa operativa che, sfuggendo ai profitti tassabili, ha incrementato direttamente gli earnings dichiarati e presumibilmente anche i prezzi azionari:

"the failure to include the value of most stock-option grants as employee compensation and, hence, to subtract them from pretax profits, has increased reported earnings and presumably stock prices ".

Così dice Greenspan prima di aggiungere che, secondo le stime della FED, tra il 1995 e il 2000 l'esclusione delle stock options dai profitti tassabili ha contribuito al 2,2% della crescita dei profitti delle maggiori aziende americane.

Secondo altre fonti il valore delle opzioni delle 325 società americane più capitalizzate è stato nel 2000 pari al 20% dei profitti ante imposte. Una cifra spaventosa. Un quinto dei profitti prodotti dall'economia americana è finito direttamente nelle tasche dei dipendenti, prevalentemente manager di alto livello, a titolo di compenso "straordinario".

Riportiamo solo un paio di esempi più clamorosi, tuttavia la casistica sulla vendita di azioni relativa all'esercizio di stock options sarebbe molto lunga e potrebbe benissimo riassumere la gran parte del più imponente trasferimento di ricchezza della storia americana operato dal mercato azionario degli anni novanta:

- Gary Winnick fondatore e CEO della defunta Global Crossing ha venduto azioni per oltre 800 M di dollari successivamente alla quotazione della società avvenuto nel 1998. Oggi Global Crossing è fallita e vale un grosso tondo zero (BIG FAT ZERO) per milioni di investitori rimasti con le azioni in portafoglio. Gary Winnick nel 1998 invece si è comprato la Old Hilton Estate in Bel Air, Los Angeles, California, per una cifra tra i 40 e i 60 milioni di dollari, il prezzo più alto mai pagato per una residenza familiare, e da allora ha speso circa altri 30 M di dollari per farci qualche modesto rinnovo.

- IL CEO di Oracle Larry Ellison nel gennaio del 2001 ha incassato oltre 700 milioni di dollari dall'esercizio di stock options. Si tratta della stessa Oracle che nell'aprile 2001 ha annunciato un ulteriore e consistente buy back di azioni. Praticamente da un lato il management diluisce l'azionariato, e dall'altro la società lo riduce ricomprando le azioni vendute dal management con il cash disponibile. Secondo una semplice quanto efficace equazione, la società trasferisce indirettamente i soldi dalle proprie casse alle tasche del management, e questo mentre il prezzo dell'azione in borsa continua a scendere da quasi due anni deludendo i poveri e ingenui investitori che ancora fanno fatica a capire dove sta l'inghippo.

Greenspan nel suo intervento continua dicendo:

"To be sure, lower reported earnings as a result of expensing could temper stock price increases and thereby exacerbate the effects of share dilution. That, presumably, could inhibit option issuance. But again, that inhibition would be appropriate, because it would reflect the correction of misinformation".

E' strano come una analisi così lucida dei difetti che minano le fondamenta dei mercati azionari sia seguita da una scarsissima azione pratica a tutti i livelli. Né la FED né la SEC, sotto la presidenza del nuovo Chairmen Harvey Pitt, sembrano infatti avere la volontà per affrontare concretamente queste tematiche e tradurle in una seria e sistematica regolamentazione.

Nel frattempo il mondo del bengodi che sembra essere rinato sulle ceneri del WTC, ha ripreso da tempo a succhiare massicciamente i risparmi degli investitori, ancora una volta, temiamo, a esclusivo vantaggio dei beneficiari di regole troppo elastiche e ancora troppo poco trasparenti.

Quando una nuova ondata di scandali e denunce colpirà nuovamente Wall Street come ha fatto Enron qualche mese fa, quei beneficiari, quasi del tutto indifferenti alle sorti della borsa, del valore del dollaro, dell'inflazione o della deflazione, del tasso di disoccupazione, avranno già investito i proventi delle loro vendite azionarie (tutt'ora in corso) in complessi edilizi milionari, proprietà immobiliari, appezzamenti di terra degni di un latifondista, barche di lusso, navi, yacht, aerei, gioielli, opere d'arte e quant'altro non sia la carta di cui invece sono i maggiori venditori netti.

Sicuramente allora non ringrazieranno e non rimborseranno nessuno. Tantomeno gli ingenui investitori che oggi stanno pagando tutto questo senza esserne ancora pienamente coscienti.

1 Aprile 2002

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