|
Greenspan II: le Stock Options

L'intervento
di Alan Greenspan alla Stern School of economics, di cui abbiamo
parlato nell'altro commento odierno, ha toccato anche la problematica
delle stock options come spesa operativa che, sfuggendo ai profitti
tassabili, ha incrementato direttamente gli earnings dichiarati
e presumibilmente anche i prezzi azionari:
"the failure to include the value of most stock-option
grants as employee compensation and, hence, to subtract them from
pretax profits, has increased reported earnings and presumably stock
prices ".
Così dice Greenspan prima di aggiungere che,
secondo le stime della FED, tra il 1995 e il 2000 l'esclusione delle
stock options dai profitti tassabili ha contribuito al 2,2% della
crescita dei profitti delle maggiori aziende americane.
Secondo altre fonti il valore delle opzioni delle
325 società americane più capitalizzate è stato
nel 2000 pari al 20% dei profitti ante imposte. Una cifra spaventosa.
Un quinto dei profitti prodotti dall'economia americana è
finito direttamente nelle tasche dei dipendenti, prevalentemente
manager di alto livello, a titolo di compenso "straordinario".
Riportiamo solo un paio di esempi più clamorosi,
tuttavia la casistica sulla vendita di azioni relativa all'esercizio
di stock options sarebbe molto lunga e potrebbe benissimo riassumere
la gran parte del più imponente trasferimento di ricchezza
della storia americana operato dal mercato azionario degli anni
novanta:
- Gary Winnick fondatore e CEO della defunta Global
Crossing ha venduto azioni per oltre 800 M di dollari successivamente
alla quotazione della società avvenuto nel 1998. Oggi Global
Crossing è fallita e vale un grosso tondo zero (BIG FAT ZERO)
per milioni di investitori rimasti con le azioni in portafoglio.
Gary Winnick nel 1998 invece si è comprato la Old Hilton
Estate in Bel Air, Los Angeles, California, per una cifra tra i
40 e i 60 milioni di dollari, il prezzo più alto mai pagato
per una residenza familiare, e da allora ha speso circa altri 30
M di dollari per farci qualche modesto rinnovo.
- IL CEO di Oracle Larry Ellison nel gennaio del
2001 ha incassato oltre 700 milioni di dollari dall'esercizio di
stock options. Si tratta della stessa Oracle che nell'aprile 2001
ha annunciato un ulteriore e consistente buy back di azioni. Praticamente
da un lato il management diluisce l'azionariato, e dall'altro la
società lo riduce ricomprando le azioni vendute dal management
con il cash disponibile. Secondo una semplice quanto efficace equazione,
la società trasferisce indirettamente i soldi dalle proprie
casse alle tasche del management, e questo mentre il prezzo dell'azione
in borsa continua a scendere da quasi due anni deludendo i poveri
e ingenui investitori che ancora fanno fatica a capire dove sta
l'inghippo.
Greenspan nel suo intervento continua dicendo:
"To be sure, lower reported earnings as a result
of expensing could temper stock price increases and thereby exacerbate
the effects of share dilution. That, presumably, could inhibit option
issuance. But again, that inhibition would be appropriate, because
it would reflect the correction of misinformation".
E' strano come una analisi così lucida dei
difetti che minano le fondamenta dei mercati azionari sia seguita
da una scarsissima azione pratica a tutti i livelli. Né la
FED né la SEC, sotto la presidenza del nuovo Chairmen Harvey
Pitt, sembrano infatti avere la volontà per affrontare concretamente
queste tematiche e tradurle in una seria e sistematica regolamentazione.
Nel frattempo il mondo del bengodi che sembra essere
rinato sulle ceneri del WTC, ha ripreso da tempo a succhiare massicciamente
i risparmi degli investitori, ancora una volta, temiamo, a esclusivo
vantaggio dei beneficiari di regole troppo elastiche e ancora troppo
poco trasparenti.
Quando una nuova ondata di scandali e denunce colpirà
nuovamente Wall Street come ha fatto Enron qualche mese fa, quei
beneficiari, quasi del tutto indifferenti alle sorti della borsa,
del valore del dollaro, dell'inflazione o della deflazione, del
tasso di disoccupazione, avranno già investito i proventi
delle loro vendite azionarie (tutt'ora in corso) in complessi edilizi
milionari, proprietà immobiliari, appezzamenti di terra degni
di un latifondista, barche di lusso, navi, yacht, aerei, gioielli,
opere d'arte e quant'altro non sia la carta di cui invece sono i
maggiori venditori netti.
Sicuramente allora non ringrazieranno e non
rimborseranno nessuno. Tantomeno gli ingenui investitori che oggi
stanno pagando tutto questo senza esserne ancora pienamente coscienti.
1 Aprile 2002
Lo staff
|