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Commento del 10/04/2002

BIG FAT GORILLA and BIG FAT ZERO

Dopo il profit warning di IBM arrivato lunedì come una doccia ghiacciata (-12% di ricavi e circa -30% di profitti nel I trimestre) ieri è stato un altro Big Fat Gorilla a lasciare sul terreno quasi 10 B di capitalizzazione: Cisco.

Nessun commento ufficiale ma molti rumors negativi sugli earnings che verranno riportati il 7 maggio hanno fatto pressione sul titolo spingendolo al ribasso. La chiusura è stata sui minimi del giorno a 14.82$ (-8.41%). Altre notizie provenienti da Citrix, Nortel e Verizon hanno creato un clima non troppo allegro capace di rigettare i mercati verso i minimi di lunedì, con il risultato di annullare quasi tutto il recupero del giorno prima. Il Nasdaq ha chiuso a 1742 (-2.42%) mentre un pò meglio hanno tenuto il Dow Jones e l'S&P (rispettivamente 10208 e 1117, -0.39% e -0.67%).

Il rimbalzo di lunedì, dopo il primo scossone causato da BIG BLUE, era stato in effetti sorprendente. Un mercato che riusciva a scrollarsi di dosso una notizia negativa come il profit warning di IBM (il primo da dieci anni) lasciava due ipotesi: o il mercato è davvero forte e ha fatto della ripresa non più una speranza ma proprio una fede nella quale credere come a un dogma, oppure qualcuno lo droga opportunamente nei momenti di debolezza per sostenerlo.

Non ci azzardiamo a scegliere tra le due ipotesi, però puntualizziamo una cosa: nel momento di prendere delle decisioni, come quelle di investimento, sarebbe preferibile accantonare sia la fede che le droghe, di qualunque provenienza queste ultime possano essere, anche federale.

Un consiglio dispensato per evitare principalmente l'impatto durissimo con due categorie di titoli: i Big Fat Gorilla del calibro di IBM, Cisco, Microsoft, General Electric, Intel, Wal-Mart, AOL, preferiti soprattutto dagli investitori meno avversi al rischio, e i Big Fat Zero, i titoli delle società già in crisi che potrebbero risolversi con la bancarotta portando alla totale perdita del capitale investito.

Questi ultimi titoli sono preferiti generalmente dagli speculatori, ma viste le condizioni in cui versano società una volta ritenute porti sicuri, l'interesse invischia anche investitori meno propensi al rischio e investitori anche istituzionali (basti vedere il coinvolgimento istituzionale nei fallimenti del calibro di Enron e Global Crossing).

Non sono rischi di poco conto, considerato che:

- la prima categoria di titoli quota attualmente su valori quasi doppi rispetto ai paramentri registrati, non nei minimi, ma nei picchi di mercato. Parliamo di p/e con valori di 30-40 e oltre da raffrontare a p/e già cari e tipici delle fasi espansive di circa 20. I p/e dei bottom storici di mercato nel corso del secolo scorso sono stati registrati invece tra 6 e 7. Tradotto in soldoni ciò significa che tutte queste società, considerate ancora da molti investitori come i leader che mai cadranno, potenzialmente hanno davanti storni di almeno il 50%. E li' che le aspettiamo: Microsoft sotto 25$, IBM sotto 50$, GE sotto 10$, Intel sotto 15$, Cisco sotto 7$. E potremmo continuare anche alzando il tiro sulla percentuale potenziale di quello storno.

- la seconda categoria vede invece società sempre più deboli finanziariamente che faticano a trovare i finanziamenti necessari per l'attività operativa. Il deterioramento dei fondamentali le ha sottoposte a un innalzamento del rischio di impresa, che si sta traducendo nel ritiro delle linee di credito a breve termine da sostituire, pena l'insolvenza immediata, con linee di credito a medio-lungo termine. Ovviamente vista la forte pendenza della curva dei tassi di interesse (1.73% sui 3 mesi, 3.44% sui 2 anni, 5.22% sui dieci anni), il passaggio da una scadenza breve a una più lunga si traduce in un costo anche doppio e maggiorato allo stesso tempo dal premio richiesto per effetto dell'abbassamento di rating.

Con la crisi mediorentale in corso, la crisi energetica che ne può scaturire (nel 1970 l'America era molto meno dipendente dall'estero per quanto riguarda il consumo di petrolio), la maggiore trasparenza che impedisce ai manager di aggiungere nuova aria ai bilanci, la minaccia del rialzo dei tassi di interesse a lungo periodo (più alti di quasi un punto percentuale dai minimi di novembre e di 1/5 di punto dal gennaio 2001), forse la recessione deve ancora cominciare.

E, visto l'altissimo consenso bullish sul mercato, le porte di uscita da uno scenario sempre più improbabile potrebbero un domani rivelarsi troppo strette per permettere a tutti di uscire gradualmente e con ordine.

10 Aprile 2002

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