| (13/10/02)
In condizioni di estrema liquidità dei mercati ogni asset
finanziario si pone come un valido surrogato monetario. La bubble
economy creata dalla FED negli ultimi anni è il frutto di
tutta una serie di bolle speculative correlate l’una con l’altra
che hanno come substrato i diversi asset finanziari.
Fino al 2000 ad esempio, la politica di espansione
di molte società tecnologiche è stata quella di acquisire
altre compagnie comprandole con le proprie azioni. Una delle aziende
più aggressive nel perseguire questa strategia è stata
Cisco. Mentre il prezzo delle proprie azioni raggiungeva valori
stratosferici, Cisco era in grado di fare shopping utilizzando le
proprie azioni come mezzo di pagamento. Successivamente allo sgonfiamento
della bolla quella strategia si è tradotta in una notevole
diluizione del capitale che continua ancora oggi a erodere il valore
degli azionisti.
La classificazione degli asset finanziari, secondo
il criterio di vulnerabilità previsto dal principio economico
che “la moneta buona scaccia quella cattiva”, può
essere compilata come segue:
- azioni,
- obbligazioni corporate (junk bonds, emerging markets bonds, investment
grade bonds),
- supranational bonds e titoli di stato,
- depositi bancari e banconote.
Al pari di una operazione volta a rimuovere i diversi
strati di una cipolla, lo sgonfiarsi della bubble economy colpisce
e toglie valore alle diverse categorie di asset finanziari secondo
la classificazione appena vista.
In un primo momento il processo ha interessato le
azioni più speculative della bolla (IT e Telecom). Gradualmente
esso ha cominciato a espandersi verso altri asset finanziari (i
titoli azionari di società sicuramente solide ma con prezzi
di mercato estremamente sopravvalutati) e di recente è arrivato
a colpire i titoli di debito di molte società che solo fino
a qualche mese fa erano ritenute estremamente affidabili.
Al fine di completare le osservazioni relative ai
mercati finanziari già espresse con gli altri articoli di
questo fine settimana, le performance delle obbligazioni corporate
meritano quindi particolare attenzione.
La maggior parte degli investitori non professionali
si concentra esclusivamente sull’attività del casinò
più grosso del mondo, la borsa americana ma in tal modo essi
perdono di vista altri indicatori molto importanti che, più
delle borse stesse, sono rappresentativi dello stato dell’economia,
dei mercati finanziari e delle possibili evoluzioni future.
Tra questi sicuramente l’indice Standard &
Poor’s che misura lo spread tra i tassi dei titoli di stato
e quelli forniti dagli investment grade bonds (Standard and Poor’s
US Industrial Investment grade Credit Index). L’indice ha
registrato in settimana una impennata rilevante arrivando a toccare
il massimo degli ultimi 10 anni. Il grafico mostra l’andamento
dello spread negli ultimi dodici mesi, in cui è chiaramente
visibile l’escalation del rischio di credito nel sistema finanziario:

Fonte: Bloomberg
Il movimento di prezzi e di tassi che ha riguardato
le obbligazioni corporate è stato particolarmente accentuato
e sta mostrando in pieno la pericolosa estensione di quei processi
viziosi di cui abbiamo parlato nell’articolo “Titoli
di stato e spread di curva”.
Se i titoli di stato godono del massimo favore in
situazioni di incertezza e discesa delle borse, non altrettanto
avviene per i titoli emessi dalle società private. Il risultato
è che mentre lo Stato riesce a indebitarsi a costi inferiori
(e i tassi relativamente bassi che ne derivano fanno anche da benchmark
per fissare il tasso dei mutui accessibili alle famiglie) le aziende
non riescono a trovare condizioni altrettanto favorevoli sul mercato
dei capitali. Ciò che le penalizza è il rischio di
credito il cui progressivo aumento sta portando a un allargamento
significativo degli spread che non trova precedenti analoghi nell’ultima
decade.
Vediamo in particolare gli spread riferiti alle obbligazioni di
tre società americane. Il primo riguarda le obbligazioni
della Ford:

Fonte: Bloomberg
In soli 4 giorni lo spread si è allargato
di ben 110 punti. Nel 1998, nella settimana peggiore che seguì
la crisi del debito russo e che ebbe come risultato il fallimento
e il salvataggio dell’LTCM, l’allargamento fu di soli
47 basis point e lo spread arrivò a toccare come punta massima
i 220.
Un'altra società fortemente penalizzata dal
mercato è stata la JP Morgan. Durante la settimana l’agenzia
Moody’s ha provveduto ad abbassare il rating della banca di
investimento ufficializzando l’aumento del rischio di credito:

Fonte: Bloomberg
La JP Morgan come sappiamo è la più
grossa banca che opera sui derivati. Ad essa fanno capo ben il 25%
dei derivati mondiali e quasi il 50% di quelli americani. Monitorare
il suo credit risk, misurato anche dallo spread in questione, è
forse ancora più importante che guardare al valore dell’azione
quotata in borsa. Molti dei derivati in seno alla JP Morgan sono
infatti derivati Over The Counter sui quali il fattore rischio controparte,
ovvero il credit risk dell’emittente (la JP Morgan stessa),
rappresenta un elemento di valutazione dello strumento derivato
medesimo. La massa di derivati in gioco è enorme, pari a
25 Trilioni di dollari, e una sua eventuale deflagrazione avrebbe
effetti inimmaginabili sul sistema finanziario mondiale.
Infine guardiamo lo spread dei titoli di Fannie Mae:

Fonte: Bloomberg
Anche questo spread si è aperto pur rimanendo
entro una fascia di oscillazione già vista di recente. Un
ulteriore allargamento, tuttavia, potrebbe mettere in crisi le capacità
di funding della società rischiando di destabilizzare il
prezioso giocattolino di sponsorizzazione governativa che, attraverso
il boom del settore immobiliare, ha contribuito a sostenere la recente
crescita economica (vedi il recente articolo “Fannie
Mae e il duration gap”).
I rischi impliciti nell’ampliamento dei Corporate
Spread sono senza dubbio numerosi e, pur variando di caso in caso
a seconda dell’azienda considerata, potrebbero nel loro complesso
incidere sul corretto funzionamento dei mercati finanziari e sulle
capacità di crescita dell’economia.
A tal fine, e concludendo, consideriamo infatti che:
- a fronte di spread più larghi le aziende,
per poter accedere al credito sui mercati finanziari, devono pagare
costi maggiori. Ciò si traduce in una riduzione dei margini
di profitto. Un allagamento eccessivo inoltre arriva a neutralizzare
le capacità di indebitamento causando una crisi di liquidità
e innescando un circolo vizioso che porta progressivamente verso
la crisi finanziaria;
- molti hedge fund speculano sugli spread comprando
i titoli corporate e shortando i titoli di stato. La differenza
lucrata è appunto lo spread tra i due più l’eventuale
restringimento dello stesso su valori più bassi. Poniamo
che a fine giugno, con uno spread pari a 300, un hedge fund abbia
deciso di comprare il titolo Ford per vendere Treasury puntando
su un rientro dello spread intorno a 200, nella parte bassa della
banda. L’allargamento dello spread fino a 600 si è
tradotto senza dubbio in perdite consistenti la cui emersione in
seno all’hedge fund potrebbe avere conseguenze destabilizzanti
nel panorama finanziario. Nel 1998 il rapido allargamento degli
spread sui titoli del debito russo fu ciò che mandò
in crisi l’LTCM e portò alla peggiore crisi finanziaria
dei tempi moderni;
- con riferimento alla strategia precedente la rapidità
con cui lo spread si è aperto fino a 600 basis point potrebbe
avere causato perdite non previste dai modelli di rischio. Considerato
che fino alla settimana scorsa la deviazione standard dello spread
era di circa 35 punti, l’allargamento di quasi 120 punti in
una sola una settimana equivale a circa 4 volte la deviazione standard,
ovvero è qualificabile come un evento 4-sigma. Jim Puplava
di financialsense.com, ad esempio, identifica nell’evento
10-sigma la possibilità di vedere saltare la maggior parte
dei modelli di rischio e gestione dei derivati che fanno capo agli
operatori istituzionali, con conseguenze catastrofiche di vasta
scala sui mercati finanziari.
- l’utilizzo dei derivati potrebbe amplificare
qualunque crisi di liquidità legata al credit risk. Nel 1995
bastò l’operatività di un solo trader della
Barings Bank per portare al fallimento della più vecchia
merchant bank inglese. Speculando da Singapore in posizioni lunghe
sul Nikkei accumulò perdite per oltre 200 milioni di sterline.
Quando la voce si sparse gli speculatori si affrettarono ad anticipare
la copertura della perdite della Barings causando un’ulteriore
discesa del Nikkei che aumentò esponenzialmente quelle perdite
fino a 800 milioni e il fallimento immediato della Barings;
- in un mercato bull l’utilizzo dei derivati
come assicurazione dei rischi finanziari si è tradotto in
un ciclo virtuoso che ha legato positivamente la copertura dei rischi,
l’espansione del credito, e la crescita del valore delle attività
finanziarie. Inversamente, in un mercato bear, il ciclo diventa
vizioso e si autoalimenta in un progressivo allargamento degli spread.
Quando la vendita dei bond, da parte degli operatori che hanno venduto
l’assicurazione e che devono coprire i rischi di credito,
genera un aumento significativo del credit risk questo alimenta
a sua volta ulteriori vendite, fino al punto in cui la liquidità
necessaria ad assorbire le vendite comincia a venire meno e si traduce
in pericoloso drenaggio di liquidità, con effetti destabilizzanti
sui mercati finanziari, e suscettibile di sfociare in ultima ipotesi
nel credit crunch.
Lo staff
|