| (20/10/02)
La stagione degli earnings è cominciata da un paio di settimane
e i primi risultati sembrano avere ridato fiducia agli investitori.
Il flusso recente di notizie positive sul versante corporate, tuttavia,
scopre per l’ennesima volta agli occhi degli osservatori più
attenti la straordinaria capacità dei vari CEO e CFO di edulcorare
il resoconto del trimestre enfatizzando i dati positivi e nascondendo
quelli negativi.
SPIN è il termine inglese con il quale si
definisce la pratica tesa a cambiare la forma (ma non la sostanza)
dei fatti per farli percepire migliori di quello che sono in realtà.
Fino a due anni fa la pratica serviva a gonfiare i prezzi (e a meritare
la copertina di qualche rivista finanziaria) adesso è l’unico
rimedio per sostenere i prezzi su valori ancora gonfiati.
Dietro gli annunci o le cosiddette headlines con
le quali vengono riportati in succinto gli utili per azione si nascondono
e vengono utilizzati, per ritoccare al rialzo gli utili o limare
le perdite, diversi escamotage. Tra questi possiamo citare: la computazione
di vendite straordinarie, i benefici fiscali, l’esclusione
di perdite straordinarie, la computazione anticipata di ricavi futuri,
l’utilizzo di derivati nelle voci sotto la riga, la diluizione
del capitale per effetto delle stock options. Ad essi si aggiunge
la sottostima futura degli accantonamenti a copertura dei fondi
pensione interni. Molte società, infatti, si troveranno a
dover colmare le riserve rappresentate da questi fondi, la cui crescita
legata alle performance di borsa è ancora largamente sovrastimata,
con gli utili futuri e danno degli azionisti. Gli accantonamenti
a copertura delle stesse avranno anche un notevole impatto sui flussi
di cassa societari a danno della situazione finanziaria già
appesantita, in molti casi, dall’elevata incidenza del debito.
Nonostante lo SPIN la situazione degli utili aziendali
non sta affatto cambiando in meglio. Anzi rimane in costante peggioramento
e per il futuro non lascia presagire nulla di positivo. Gli utili
che le società stanno battendo di qualche centesimo sono
utili rivisti al ribasso solo qualche settimana fa. A inizio anno
si prevedeva un rialzo degli utili di oltre il 30% per il terzo
trimestre. Col passare dei mesi la stima è stata ridotta
fino al 5%. In altre parole se qualche mese fa erano attesi utili
pari a 13 essi sono stati rivisti alla vigilia degli annunci fino
al valore di 10,5 e le società stanno mostrando apparentemente,
grazie agli escamotage contabili, di essere riuscite a fare 10,6
e poco di più. Al di là delle apparenze ben poco di
cui rallegrarsi e nessuna ragione per inseguire rimbalzi di prezzo
nell’ordine del 10-20% e oltre.
A prescindere dai casi di evidente SPIN, molte aziende
sono riuscite a presentare margini di profitto invariati o leggermente
migliorati soprattutto grazie ai tagli delle spese. In primis il
costo del lavoro, le spese per la ricerca e lo sviluppo e quelle
dedicate agli investimenti. Tagli che pesano sulla situazione economica
generale. La crescita economica non si fonda sull’aumento
della disoccupazione e sulla riduzione degli investimenti. Meno
posti di lavoro significano infatti meno persone in grado di spendere
domani, meno investimenti significano oggi meno vendite per altre
aziende e meno capitale nel sistema per produrre domani. In altre
parole le società stanno riuscendo a evitare risultati disastrosi
eliminando i propri clienti di domani e precludendosi nuove possibilità
di redditività futura. Ciò che pesa sono ancora gli
investimenti improduttivi realizzati in passato (tra cui anche l’investimento
in risorse umane) il cui assorbimento non è stato ancora
completamente realizzato e stornato correttamente dalle attività
di bilancio.
Se la percezione alimentata è quella di avere
degli utili migliori delle aspettative, la sostanza è che
gli utili continuano a diminuire e i prezzi dei titoli a scendere,
nonostante il rally di mercato come quello dell’ultima settimana
sia riuscito a correggere le pesanti perdite registrate da inizio
anno. Il problema è che grazie allo SPIN i prezzi scendono
ma in maniera meno marcata degli utili. Il rapporto prezzi su utili
conseguentemente rimane su valori ancora molto elevati, ovvero sui
livelli tipicamente mostrati all’apice delle precedenti bubble
finanziarie.
Benché non venga quasi mai menzionato, gli
utili delle aziende americane hanno toccato i massimi nel 1997 e
non nel 2000 quando le borse raggiunsero le vette della bolla. Da
allora sono scesi fino ad essersi praticamente dimezzati nel giro
di cinque anni.
Richebacher, come riporta Puplava di Financialsense, ha quantificato
gli utili americani degli ultimi 5 anni come segue:
| |
Stimati |
I Revisione |
II Revisione |
Var %su 1997 |
| 1997 |
504.5 |
504.5 |
504.5 |
|
| 1998 |
506.8 |
478.8 |
478.8 |
-5% |
| 1999 |
530.4 |
467.8 |
455.9 |
-10% |
| 2000 |
577.9 |
491.8 |
423.3 |
-16% |
| 2001 |
371.4 |
371.4 |
333.7 |
-34% |
| 2002 |
291.7 |
|
|
-42% |

Gli utili sono scesi del 42% rispetto a quelli del 1997, eppure
i mercati azionari sono ancora intorno o sopra i livelli del 1997.
Se ne può concludere che gli indici sono valutati all’incirca
il doppio rispetto a cinque anni fa ma, mentre allora le prospettive
erano ben rosee, oggi la situazione economica lascia molto a desiderare
e gli aggregati macroeconomici sono peggiori di allora e ancora
lontani dal trovare i ragionevoli equilibri sui quali si possa riuscire
a fondare una sana e duratura ripresa economica.
Se lo SPIN e i tagli dei costi sembrano avere
funzionato, spingendo nel giro di una settimana l’umore degli
investitori dalla paura di un crollo all’euforia del rialzo,
le trappole sono sempre più insidiose e non tarderanno a
riemergere nel giro di qualche trimestre.
Lo staff
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