| (27/10/02)
La bolla azionaria ha creato molti più disastri di quanto
le evidenze inducano a credere. Il rifiuto di accettare gli enormi
disequilibri creatisi negli ultimi dieci anni sta portando autorità
e operatori economici a compiere ancora oggi numerose scelte sbagliate
che in un prossimo futuro potrebbero portare a situazioni di sempre
più difficile risoluzione.
Uno degli errori più clamorosi, compiuto sicuramente
con leggerezza e oseremmo dire anche con compiaciuta soddisfazione,
è stato e continua ad essere quello relativo agli accantonamenti
pensionistici aziendali. Affidandosi alla crescita irrazionale del
valore dei titoli azionari, molte società quotate in borsa
non solo hanno sottostimato costantemente le quote da accantonare
ai propri fondi pensione ma hanno anche approfittato della crescita
in termini nominali dei fondi stessi, legata appunto all’andamento
della bubble, per computarla in bilancio a titolo di utili, gonfiando
oltremisura la redditività dei propri assets.
La discesa delle borse sta portando a nudo queste
strategie e presto metterà molte società di fronte
a una serie non indifferente di problemi. Di fatto, gli accantonamenti
sono già oggi inadeguati e richiedono dei contributi non
previsti dalla maggior parte dei budget. Le stime di crescita dei
fondi stessi si collocano ancora intorno al 9-10% all’anno,
rendimenti coerenti al fenomeno della bubble ma non a quello di
un protratto mercato bear. In altre parole si tratta di rendimenti
attesi oramai irrealizzabili i cui risultati effettivi mostrano
da diversi mesi addirittura performance negative.
L’impatto sul bilancio è spesso duplice
e in entrambi i casi negativo: da una parte gli utili garantiti
in passato dal fondo tendono a scomparire del tutto e dall’altra
emergono invece delle perdite da compensare con nuovi accantonamenti,
ovvero con flussi di cassa reali che si sottraggono sia al valore
degli azionisti che all’operatività corrente. In una
congiuntura come quella attuale tali flussi di cassa sono estremamente
preziosi, in special modo nell’ambito di quelle aziende che
necessitano di risorse monetarie per rimborsare i debiti, per effettuare
nuovi investimenti o per riacquistare azioni proprie (in molti casi
col fine implicito, ma non dichiarato, di sostenere artificialmente
il titolo in borsa e di aumentare la quota nominale di utili per
azione).
Nonostante il problema stia emergendo in tutta la
sua drammatica realtà molte società rifiutano ancora
di ridimensionare i rendimenti attesi dei loro fondi pensione. Questo
avviene sia nei budget a preventivo che nei bilanci attualmente
presentati. Secondo i principi contabili accettati ufficialmente,
le società possono infatti contabilizzare come reddito gli
utili attesi sui fondi. In altre parole, quindi, finchè non
costrette dai riscatti reali, le aziende potranno continuare a nascondere
l’inadeguatezza degli accantonamenti confidando in una futura
ripresa dei corsi azionari.
Alcune stime quantificano in oltre 300 B di dollari
il deficit cumulativo dei fondi pensione delle 500 società
comprese nell’indice S&P 500, deficit che dovrà
comunque essere compensato nei prossimi anni man mano che gli attuali
dipendenti andranno in pensione.
L’impatto sugli utili delle società
è notevole. Le stime sui core earnings dell’S&P
500, rilasciate la settimana scorsa dall’agenzia Standard
& Poor’s stessa, quantificano a 6.54$ il deficit corrente
delle società comprese nell’indice. Tenendo conto anche
dei costi delle stock options e di altri fattori, gli utili stimati
per le 500 società passerebbero quindi da 26.74$ a 18.48$.
Con l’indice a circa 900 punti ciò si traduce in un
p/e di circa 48! In seguito all’ultimo rimbalzo dei mercati
azionari si è ricominciato a parlare di nuovo mercato bull
ma su questi valori non si è mai visto nascere nessun mercato
toro, piuttosto si sono viste scoppiare diverse bolle speculative.
Sarà molto difficile, quindi, che il mercato possa venire
incontro alle speranze delle società per aiutarle a ripristinare,
senza un effettivo esborso monetario, la corretta adeguatezza dei
propri fondi pensione.
Il protrarsi del mercato bear costringendo
le aziende all’accantonamento di nuovi flussi di cassa, avrebbe
piuttosto altri importanti effetti collaterali. Tra questi possiamo
identificare l’eventualità che le aziende, per tagliare
le spese degli accantonamenti e non incorrere nel collasso dei propri
schemi pensionistici, effettuino un numero di licenziamenti maggiore
delle necessità e differiscano nuove assunzioni, inasprendo
la crisi economica e andando a innescare un altro dei tanti circoli
viziosi messi in moto dallo scoppio della bolla speculativa.
Lo staff
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