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Fantasyland, ovvero il settore tecnologico

(29/01/03) Non ci sono dubbi che nel recente passato l'attrazione degli investitori verso i titoli tecnologici si sia nutrita di molta fantasia, tante speranze e pochi utili abilmente gonfiati. La situazione dopo tre anni dal picco della bolla resta largamente immutata. Le strategie per abbellire i risultati trimestrali sono le medesime, gli utili reali a sostegno delle quotazioni azionarie continuano a essere miseri e la passione per il trading resta l'unica cosa in grado di rilanciare occasionalmente gli indici azionari verso valori insostenibili, benché oramai la compulsiva attività di compravendita sia ristretta prevalentemente agli investitori istituzionali. Più impavidi che mai essi cedono periodicamente alla tentazione di scommettere su scenari assurdi o alquanto improbabili. Ogni volta, nello slancio, tornano a comprare con entusiasmo titoli ancora enormemente sopravvalutati. Del resto lo fanno con i soldi degli altri.

Un rapido sguardo al mercato tech nostrano ci dice che il Numtel ha perso dai propri massimi ben il 93.4% del proprio valore. Al minimo di ottobre, toccato su un valore di 1000 punti, la perdita ammontava al 94.5%. Il grafico indica attualmente un testa spalle ribassista con target 800 punti. In tal caso la perdita eventuale sarebbe del 95.6%. Ben poca differenza per chi entrò sui massimi e sta già perdendo oltre il 90%. Un eventuale bel -30% per chi invece ha intenzione di entrare oggi. Qualunque casinò offre ai propri visitatori rischi minori di quelli offerti agli investitori al picco della bolla, nonostante allora gli stessi titoli venissero presentati uno via l'altro alle quotazioni come il grande investimento del futuro, il motore della New Economy, e celebrati con gran soddisfazione e autocompiacimento da chi beneficiava in prima persona degli ottimi volumi di scambi.

La legislazione italiana in materia di investimento ha come cardine la tutela del risparmio che trova fonte nell'art. 47 della Costituzione Italiana: "La Repubblica incoraggia e tutela il risparmio in tutte le sue forme". Non sembra molto chiaro come e con quali mezzi ciò si sia realizzato per evitare la formazione della bolla e quindi i danni che ne sono seguiti. Alla luce dei fatti, una perdita del 93.4% dell'indice di un mercato ufficiale assume un sapore vagamente incostituzionale tanto quanto un eventuale intervento italiano nella guerra all'Iraq. In altre sedi e in preda ad altri entusiasmi, qualcuno deve avere dimenticato anche l'art. 11 della stessa Costituzione che recita: "L'Italia ripudia la guerra. come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali". Se veramente è arrivata l'ora di cambiare la Costituzione, non essendo più adeguata alla realtà dei fatti, sarebbe comunque più "educato" da parte del legislatore procedere d'ora in poi alle necessarie modifiche prima che le norme vengano violate.

Dopo questo volo pindarico a tratti anche fuori tema, passiamo, come da titolo, ad analizzare alcuni dati molto interessanti presentati oggi da Arne Alsin di Realmoney.com. Scavare nel dettaglio dei bilanci presentati alla SEC, come ha fatto Alsin è uno sforzo inutile per chi ha capito realmente le dinamiche sottostanti la più grande bolla speculativa di tutti i tempi. Il più grande trasferimento di ricchezza agognato da ogni avido emulo di Ponzi è infatti talmente percepibile e quasi palpabile senza il ricorso ai numeri dettagliati. Il lavoro realizzato da Alsin presenta comunque dati precisi e concreti che ancora molti rifiutano di percepire. Vivere nel boschetto delle proprie fantasie può essere spesso un sollievo, ma ha fatto male e purtroppo continuerà a fare male al proprio conto titoli.

Alsin ha esaminato l'incidenza delle stock options sugli utili delle 15 maggiori aziende comprese nel Nasdaq 100 (escluse Nextel e Comcast, senza utili, ed Ericcson, in quanto società straniera). I risultati sono disastrosi e riflettono in pieno la confisca di valore effettuata a danno degli azionisti nel corso degli ultimi anni. Riportiamo per ciascuna azienda esaminata, la percentuale di utili reali sul totale presentato ufficialmente, al netto cioè della confisca apportata dalle stock options, e la percentuale del costo delle stesse opzioni sul valore dei beni tangibili presenti in bilancio.

Noi abbiamo calcolato e aggiunto il trailing p/e degli ultimi cinque anni, cioè il valore del rapporto tra il prezzo corrente e la media annuale degli utili reali nel periodo considerato.

Società  

Utili Netti (Biliardi

di $)

Utili Reali % Utili Reali su Utili Netti Costo Options su beni tangibili (%) Trailing P/E
Microsoft   36871 11137 30% 39% 118
Intel   28325 23508 83% 15% 22
Cisco   6901 -2778 (-40%) 40%
neg.
Dell   8574 2584 30% 129% 120
Amgen   1754 -332 (-19%) 71%
neg.
Oracle   13186 9873 75% 67% 32
Qualcomm 714 -1115 (-156%) 36%
neg.
Applied Materials 3866 2458 64% 18% 45
Ebay   372 -342 (-92%) 46%
neg.
Costco   2908 2496 86% 7% 26
Sun Microsystem 3979 348 9% 52% 147
Maxim   1444 -12 (-1%) 81%
neg.
             
Totale   108894 47825 43,9% 38% 80

Le 12 società rappresentano da sole il 62% della capitalizzazione del Nasdaq 100. Come si vede dal prospetto ben il 56,1% degli utili reali delle aziende sono stati sottratti agli azionisti dal management e dagli altri impiegati che hanno beneficiato degli schemi di compensazione tramite stock options. Se qualcuno sulla base di questi numeri osa parlare di capitalismo come mezzo per sottrarre plusvalore al lavoratore dovrebbe riconsiderare le proprie tesi e rigirare i propri termini. In questo caso è stato il lavoratore, per quanto appartenente nella maggior parte dei casi alla classe dirigente, a sottrarre plusvalore ai capitalisti (leggi agli investitori, vista la attuale partecipazione di massa all'investimento azionario, ovvero al capitale aziendale) e non il contrario.

Il trailing p/e medio delle 12 società è pari a 80. Gli utili realizzati nei primi tre anni sono però di gran lunga maggiori di quelli presentati negli ultimi due anni. In uno scenario dove non si prevede ancora crescita degli utili (se non nelle previsioni esagerate degli analisti che puntualmente vengono smentite dai fatti) e dove ancora ci sono molte stock options in circolazione che andranno a diluire ulteriormente il capitale sociale (nonostante la cosa venga mascherata in molti casi dai buyback, vedasi il caso recente e più clamoroso di Intel tra tutti), il p/e futuro è destinato se non ad aumentare, a rimanere perlomeno invariato. L'unica maniera perché certi titoli possano tornare a offrire degli utili adeguati ai prezzi, e non ancora rapporti caratteristici di una bolla azionaria, è che i loro prezzi diminuiscano in maniera consistente. Quello che ragionevolmente ci attendiamo dal prossimo futuro.

Il problema è che molti investitori non si rendono ancora conto di partecipare allo schema di Ponzi perpetrato con le stock options. La loro partecipazione è infatti nella maggior parte dei casi indiretta e avviene attraverso i fondi pensione, i fondi comuni di investimento, e attraverso il resto degli altri prodotti di investimento offerti dall'industria finanziaria. Come dimostrato ancora una volta dalle dinamiche di mercato di gennaio i prezzi, dopo ogni rally, riprendono inevitabilmente a scendere. Ciò nonostante qualcuno, perplesso, continua a chiedersi il perché. La risposta dei media e delle autorità, che hanno coperto per troppo tempo gli schemi di cui sopra, è facile e pronta: è colpa del terrorismo, dei rischi geopolitici connessi (che la guerra inasprirà, non risolverà) e di qualche furfante occasionale, per fortuna oramai certificato, che lavorava per Enron o Worldcom.

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