| (10/04/03)
Dopo venti anni di altissimi
rendimenti a due cifre restituiti sia dai mercati azionari che da
quelli obbligazionari, l'appetito degli investitori si ritrova da
qualche tempo a fare i conti con uno scenario poco confortevole.
Le borse, intrappolate in un pesante trend ribassista, restituiscono
da qualche anno rendimenti negativi e presentano ancora prezzi elevati
in rapporto agli utili prodotti. Al contempo, i titoli di stato
a medio lungo termine, raggiunti i minimi degli ultimi mesi, offrono
rendimenti oramai troppo bassi a fronte di un debito pubblico in
aumento. Oltretutto, lo spazio per una ulteriore discesa dei tassi
di interesse di lungo periodo è molto ridotto e comunque limitato
dalla soglia dei tassi a breve termine. Ciò si traduce in margini
altrettanti bassi per un ulteriore aumento dei valori nominali dei
bond eventualmente capitalizzabili in guadagni in conto capitale.
Il rischio a questo punto comincia a pendere più dalla parte delle
perdite in conto capitale, legate a un rialzo dei tassi.
Dal
momento che i tassi di interesse a breve termine sono stati spinti,
soprattutto negli USA, ben al di sotto del tasso di inflazione,
la parte breve della curva, quella meno rischiosa, presenta addirittura
rendimenti reali negativi. Ciò penalizza tutte le strategie di investimento
volte con prudenza a preservare il potere di acquisto del capitale,
sia esso investito in strumenti finanziari a breve termine che depositato
semplicemente sui conti correnti bancari.
Come
dicemmo tempo
fa, la veloce e totale erosione del reddito da capitale sperimentata
di recente genera diversi effetti negativi. Tra questi: spingere
le famiglie ad aumentare i propri debiti, sollecitare consumi che
non creano ma distruggono ricchezza, penalizzare nel complesso i
risparmi e quindi gli investimenti. Infine: spingere le famiglie,
e il sistema nel suo complesso, verso l'assunzione di rischi finanziari
sempre più elevati.
Da
qualche mese, per effetto della erosione del reddito da capitale,
e di fronte a una percezione del rischio continuamente sterilizzata
dalla politica monetaria della FED, la fame disperata di rendimenti
che affligge gli investitori sta avendo come risultato quello di
spingere irrazionalmente i capitali verso asset più rischiosi in
grado di offrire ancora rendimenti elevati. L'effetto complessivo
della massiccia migrazione di capitali è naturalmente quello di
eliminare dai prezzi di questi asset parte del premio del rischio
che sarebbe naturale date le presenti condizioni economiche.
A
ottobre del 2002, la rapida discesa delle borse aveva inasprito
i rischi di sistema portandoli visibilmente in superficie. Ne
avevamo parlato a proposito dei rendimenti offerti dalla obbligazioni
corporate, che stavano sperimentando un ampliamento considerevole
dei propri spread sui titoli di stato.
La
crisi si era evitata grazie alla "reliquification" del sistema,
operata ancora una volta dalla politica monetaria espansiva della
banca centrale americana. Da allora quegli spread sono rientrati
entro soglie meno allarmistiche e, apparentemente, il problema sembrerebbe
oggi risolto.
Riprendiamo
l'indice S&P che misura lo spread tra i titoli cosiddetti Investmen
Grade e i titoli di stato.
Fonte
Bloomberg
Il
trend dai minimi di inizio 2000 è ancora impostato al rialzo ma
il ritracciamento da massimi di ottobre è consistente. Dai 280 punti
base di massimo registrati ad ottobre siamo oggi poco intorno ai
223, ancora al di sopra della trendline rialzista di lungo periodo.
Stando
alle cifre fornite da Odette Galli di Realmoney.com, i fondi specializzati
in junk bonds, una categoria di obbligazioni più rischiose
degli Investment Grade, hanno ottenuto dall'inizio del 2003 una
performance del 5.3%. Risultato migliore di qualunque comparto obbligazionario
fatta eccezione per quelli relativi ai bond dei paesi emergenti,
da inizio anno in rialzo del 7.5%.
Lo
spread dei junk bonds sui titoli di stato è sceso dal massimo di
1100 punti base registrato nell'ottobre 2002 a poco più di 800.
Contro una media storica di 500-600 basis point sui Treasury, il
livello attuale è tuttavia ancora elevato. Nel gennaio 1991, prima
dello scoppio della guerra del golfo, lo spread toccò quasi i 1000
basis point.
Secondo
le cifre fornite da Doug Noland, la settimana scorsa i fondi specializzati
in junk bonds hanno ricevuto flussi di denaro per 1.2 biliardi di
dollari. In sei settimane il totale ammonta a quasi 6.7 biliardi
di dollari. Da inizio anno il flusso è pari a 10.5 biliardi, poco
meno degli 11.6 registrati durante il corso di tutto il 2002. L'emissione
totale di junk bond nel primo trimestre è pari invece a 30 biliardi,
oltre il 45% nei confronti dello stesso trimestre del 2002.
Sempre
secondo le cifre fornite da Doug Noland, gli investitori hanno anche
incrementato in maniera considerevole i flussi di denaro nei fondi
specializzati in mercati emergenti. Circa 950 milioni di dollari
in appena tre mesi contro un totale di 650 versati lungo tutto il
corso del 2002. Il flusso totale di dollari, sia da parte di investitori
individuali che istituzionali, verso asset finanziari emessi sui
mercati emergenti è stimato per il 2003 intorno ai 5 biliardi, il
doppio rispetto all'anno scorso.
Sempre
a proposito di mercati emergenti, la settimana scorsa il Real brasiliano
(l'anno scorso sull'orlo della crisi valutaria) ha sperimentato
il maggiore apprezzamento contro dollaro (+4.6%, +7.9% da inizio
anno) tra le 59 seguite da Bloomberg.
Tutti numeri
che, in condizioni "normali", indicherebbero un graduale ritorno
di fiducia negli investimenti finanziari rischiosi, a sua volta
preludio di una imminente ripresa economica. Coerentemente a quanto
espresso in apertura, e coerentemente al quadro generale presentato
con i nostri articoli, questi numeri dimostrano invece come, per
riparare alla erosione del reddito da capitale, gli investitori
stiano mettendo in atto delle strategie di investimento pericolose
e poco appropriate ai reali rischi in essere.
Gli investitori,
cioè, spinti dall'avidità (come avvenne per la bolla azionaria)
e dalla fame disperata di rendimenti, si stanno spostando in massa
su determinati asset finanziari senza badare troppo ai rischi in
essi impliciti. Esattamente il contrario di ciò che ci si aspetterebbe
da una categoria di investitori prudenti e razionali in una fase
economica delicata come quella corrente.
Nell'ambiente
economico attuale, l'obiettivo principale e soprattutto realistico
di costoro dovrebbe essere quello di riuscire a preservare il proprio
capitale. Ovvero, di superare senza danni finanziari una delle congiunture
economiche più sfavorevoli degli ultimi settanta anni. Nel caso
di specie, appunto, una rarissima combinazione di condizioni del
sistema economico finanziario odierno, in attesa del giusto catalizzatore,
pronte a convergere nella più grossa turbolenza mai registrata in
oltre 100 anni di storia economica e a sfociare in quella che Jim
Puplava, mutuando l'espressione dalla tempesta che si abbatté nell'ottobre
1991 nell'oceano atlantico, ha definito qualche anno fa The
Perfect Financial Storm.
Lo
Staff
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