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Commento del 28/02/2002

Japanese Plunge Protection Team

Dai minimi del 6 febbraio il Nikkei è rimbalzato di circa il 12%, formando, in coppia con i minimi di settembre, un classico double bottom. Per qualcuno potrebbe essere il segnale che il peggio sia superato. Eppure abbiamo motivo di dubitarne.

I motivi di questo notevole rimbalzo infatti sono imputabili a un fattore principale: l'intervento governativo. Questo si è articolato finora secondo due modalità operative: un intervento diretto e uno indiretto.

Il primo tipo prevede, tra i tanti, un fondo denominato Stock-Buying Body, costituito il 30 gennaio e apparentemente operativo dal 22 febbraio, con due obiettivo dichiarati:

- assorbire la vendita di azioni da parte delle banche, prevista prima della chiusura dell'anno fiscale (il 31 marzo), senza che ciò causi ulteriori crolli dei prezzi;
- colmare gli squilibri tra domanda e offerta sul mercato azionario riducendone la volatilità.

Il fondo ha una capacità di indebitamento a condizioni di mercato favorevoli (più di queste già presenti in Giappone?!? Forse per prendere a prestito denaro verranno pagati, sinceramente non ci è molto chiaro!) fino a 15 B dollari.

Il secondo intervento, di natura indiretta, prevede la restrizione delle regole riguardanti lo short selling, la vendita allo scoperto di azioni. Come è noto agli operatori più esperti, la vendita allo scoperto prevede la vendita di titoli senza un reale possesso, ma su prestito degli stessi, ed è tesa a lucrare la differenza nel caso in cui, nella successiva operazione di riacquisto dei titoli, il prezzo sia inferiore.

Dietro la spinta di questi due interventi (aumento della domanda di titoli da una parte e diminuzione dell'offerta dall'altra), amplificati dalla esplicita volontà del governo di sostenere il mercato azionario, il rimbalzo di natura tecnica è del tutto ovvio e comprensibile. La sua durata e i suoi effetti, tuttavia, restano molto discutibili.

Al 31 marzo le banche devono chiudere i bilanci e contabilizzare gli investimenti azionari al prezzo di mercato. La borsa giapponese invece è sui minimi degli ultimi 18 anni, e ha spazzato via persino i guadagni maturati nei 6 anni precedenti il picco della bolla speculativa toccato nel gennaio 1990! (rapida associazione di idee: dove stava il nasdaq nel 1994? Clicca qua per la risposta).

Ad ogni nuovo minimo della borsa la contabilizzazione delle azioni rischia di diventare potenzialmente sempre più disastrosa. Naturale il tentativo di sostenere e rilanciare i prezzi dei titoli nelle settimane precedenti la chiusura dell'anno fiscale.

Tuttavia potrebbe rivelarsi un effetto di breve durata.
Le forze di mercato oggi sono troppo forti per qualsiasi tipo di governo (a parte, finora, quello USA) e ogni tentativo di opporsi a quelle naturali pressioni ribassiste potrebbe essere altamente controproducente, soprattutto nel caso di un rapido fallimento della politica economica intrapresa. La forte crisi di sfiducia conseguente, infatti, renderebbe la reazione degli investitori ancora più aspra e la situazione ancora più instabile.

Non dimentichiamo quello che abbiamo già ripetuto in diverse occasioni: l'investimento azionario da parte del governo (oltre a rappresentare una politica economica antiliberalista) è di fatto una allocazione di risorse, in questo caso risorse pubbliche. Comprare azioni di per se non cambia la situazione economica del paese ma solo quella, parziale e temporanea, dei bilanci delle banche beneficiarie. Spostare semplicemente quelle azioni dai conti delle banche a quelle dello stato (o di chi per esso) inietta inoltre nel sistema ulteriore liquidità, liquidità nella quale il Giappone sta oramai affogando.

A parte la temporanea statalizzazione del capitale azionario di molte imprese, che ci ricorda e ci riporta a momenti storici disastrosi, le uniche conseguenze di tale politica di governo potrebbero risolversi in:

- un aumento altrettanto temporaneo della fiducia degli investitori più ingenui, fiducia oramai più volatile delle borse medesime;
- un consolidamento delle convinzioni e soprattutto dell'ostinazione degli speculatori a giocarsi un esito sempre più scontato (chi si ricorda della svalutazione della lira e del british pound?).

Qualora infatti i sottostanti economici reali non dovessero cambiare (e come potrebbero?) le soluzioni per uscire, in maniera comunque NON indolore, dalla trappola della liquidità restano a nostro avviso quelle già prospettate: svalutare lo yen e fare ripartire l'inflazione. E per la borsa la prospettiva di ulteriori minimi.

28 Febbraio 2002

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