| (08/08/02)
Una delle asserzioni più brillanti a proposito delle bolle
finanziarie è che non possono essere combattute o risanate,
ma possono solo essere prevenute. E’ un insegnamento che viene
ancora oggi ampiamente trascurato. La comunità degli investitori,
mal guidata da quella degli ominidi finanziari, continua, a due
anni di distanza dalla scoppio di una delle peggiori bolle speculative
mai montate nella storia, a male interpretare gli effetti delle
cure. Soprattutto non è stata e non è ancora in grado
di prevedere le conseguenze e gli scenari futuri più attinenti
all’innegabile caso di specie. Ogni volta continua a illudersi
che il peggio sia passato, e si lancia in assalti di euforia che
trovano ragione prevalentemente nel cosiddetto denial, il rifiuto
nello stato delle cose, così come nell’accettazione
dell’asserzione di partenza.
Vediamone l’ultimo recentissimo esempio.
La decisione dell’IMF di concedere al Brasile
un prestito di 30 B di dollari (contro i circa 500 B di debito a
rischio) per fare fronte alla crisi in corso è un’altra
chiara dimostrazione di come l’insegnamento di cui sopra continui
a non trovare valide applicazioni da parte delle autorità,
ma solo palliativi accolti ingenuamente e con largo favore dal pubblico
(come è stato nel caso dei tagli dei tassi di interesse da
parte del nuovo cavaliere della regina britannica, già re
di tutte le bolle) tesi nel lungo termine, più che a sanare
la situazione in corso, a inasprire gli effetti di una crisi di
per sé inevitabile.
Il rally odierno delle borse, trascinato da un forte
rialzo dei titoli finanziari, è una chiara dimostrazione
di come i problemi a base del sistema economico mondiale siano ancora
percepiti poco chiaramente, e di pari misura, insufficientemente
spiegati da chi dovrebbe essere in grado di comprenderli.
Il debito estero del Brasile, tra i più grossi
in circolazione delle economie emergenti, è il frutto niente
altro che di un’altra bolla finanziaria, quella appunto del
debito, alimentata negli ultimi anni senza nessuna decenza quanto
piuttosto con estrema avidità. La speranza che i problemi
del possano essere risolti aggiungendo ancora debito, che matura
ulteriori interessi, a nuovo debito già in circolazione impossibile
da pagare, è semplicemente un’altra distruttiva illusione
che viene venduta agli investitori, forse con il solito duplice
scopo: prendere tempo per permettere alle grosse istituzioni di
liberarsi dei titoli oramai ingessati a un costo inferiore, e diluire
il costo stesso del fallimento tra la massa ingenua di investitori
che spera di recuperare le perdite del proprio conto titoli obbligazionari.
Gli effetti di un fallimento del Brasile sarebbero
in questo momento devastanti per il sistema finanziario occidentale,
creditore di gran parte di quel debito di fatto insolvibile, e nel
pieno di una ampia crisi. Rimandare il momento del fallimento con
un palliativo come quello rappresentato da un ulteriore prestito,
non può che avere lo scopo di permettere alle grosse banche
di investimento di alleggerire le proprie posizioni a danno degli
investitori. A nostro avviso un’altra mossa demagogica a favore
di una lobby sempre più potente che da qualche tempo, di
fronte a dei grossolani errori le cui conseguenze si stanno dimostrando
peggiori di qualsiasi aspettativa, ha cominciato a perdere il controllo
della situazione
Consideriamo il caso del Brasile. La bolla del debito
in cui il sistema brasiliano è sprofondato non ha molte vie
d’uscita se non quella di favorire temporaneamente un iniquo
trasferimento dei costi. Se vogliamo, il caso è del tutto
analogo a quello della bolla dell’azionario americano. I vani
tentativi di sostenere le borse negli ultimi due anni, grazie a
una serie smoderata di tagli dei tassi di interesse, hanno giocato
a esclusivo beneficio degli operatori istituzionali, permettendo
loro di trasferire agli operatori più deboli gran parte dei
costi che invece sarebbero emersi a loro sfavore con un crollo molto
più drammatico delle borse.
Il problema del debito va compreso a partire dalla
situazione economica globale. La bolla del debito è forse
la più vasta tra quelle in essere ed è imputabile
al più grosso schema di Ponzi mai generato nella storia umana,
di cui l’America rappresenta il nocciolo duro.
Esso trova i presupposti in un fattore fondamentale:
la debasizzazione dei sistemi monetari, da tempo privi di qualunque
asset reale sottostante se non la moneta cartacea stessa e le partite
di debito credito registrate dal sistema bancario. Su questo presupposto
l’estrema facilità di pagamento del debito in corso
tramite l’emissione di nuovo debito ha portato alla creazione
della bolla secondo lo stile di Ponzi
già esaminato precedentemente, in un nostro altro articolo.
Per i paesi come il Brasile lo schema trova il termine
naturale nel momento in cui l’ammontare di debito si è
gonfiato al punto tale da rendere insolvente l’emittente.
La recessione in corso, presente anche nei paesi latino americani,
ha semplicemente anticipato la percezione del fallimento dello schema
e ha spinto i finanziatori a staccare la spina del credito. Purtroppo,
a differenza dell’America, i paesi più deboli come
il Brasile, o l’Argentina prima, non hanno molto potere per
indurre i creditori a prolungare in maniera indefinita il finanziamento
dello schema, se non in maniera temporanea tramite l’innalzamento
dei tassi di interesse.
Tuttavia offrire ai creditori rendimenti più
alti mette in moto una spirale negativa: più interessi da
pagare, creazione di ulteriore debito, fuga dalla valuta nazionale
e svalutazione della stessa, costi ancora più elevati sul
debito denominato in valuta straniera, rischio ancora più
elevato, più interessi da pagare a fronte del grado di rischio
maggiore e così via.
La differenza tra il Brasile e gli USA consiste proprio
in questo. Gli USA, nonostante lo spaventoso debito di sistema accumulato,
riescono a evitare la fuga di massa dei propri creditori, e riescono
paradossalmente a farlo abbassando ulteriormente i tassi e diluendo
ancora di più la valuta in circolazione. Una contraddizione
di termini, ma che ha funzionato e che sta continuando a funzionare,
seppur in maniera più incerta di prima (la recente caduta
del dollaro è la dimostrazione più evidente dei primi
scricchiolii che minacciano il crollo della piramide).
Il fatto che gli USA abbiano il potere di mantenere
la fiducia degli investitori, soprattutto quella dei creditori esteri,
non è di poco conto. Per quanto moneta e debito nel sistema
attuale possano venire moltiplicati a volontà rappresentano
nel breve termine pur sempre una risorsa scarsa che, per finanziare
prevalentemente lo schema di Ponzi americano, viene sottratta proprio
ad altri paesi più deboli nelle stesse difficoltà.
Da cui appunto la crisi dei sistemi periferici a quello americano
che è emersa negli ultimi mesi proprio nei paesi latino americani.
Non sappiamo quanto potrà durare il
salvataggio provvisorio del Brasile, ma di certo non rappresenta
la soluzione definitiva di un problema ben più vasto. A differenza
del periodo di presunto boom economico della fine degli anni novanta,
le condizioni macroeconomiche mondiali attuali lasciano presupporre
una ricaduta della crisi in corso in tempi molto più veloci
di quelli che si possono immaginare. Purtroppo per i Cavalieri della
stabilità economica globale, invertire quello che sembrerebbe
un circolo vizioso senza via d’uscita, sarà a questo
punto del ciclo economico impresa molto più ardua di quei
molteplici salvataggi realizzati dal 1995 in poi, durante un periodo
di espansione economica caratterizzato da una estrema disponibilità
del credito.
Lo staff
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