| (3/12/02)
Gli scambi internazionali si basano sul principio del vantaggio
competitivo. Fintanto che il principio viene rispettato nel contesto
della libera (e diremmo anche concorrenziale) produzione di beni
e servizi ogni libero scambio dovrebbe riuscire a ottimizzare la
produzione complessiva ed elevare il livello di ricchezza globale.
Sarebbero questi i benefici e gli obiettivi potenziali offerti dalla
globalizzazione.
Qualcosa tuttavia non funziona. La divergenza tra
paesi ricchi e poveri è in aumento, le crisi economiche che
colpiscono i paesi più deboli sono sempre più numerose,
la volatilità che caratterizza i mercati finanziari è
una manna solo per gli operatori istituzionali e un fantastico divertimento
per i trader che puntano quotidianamente le loro scommesse ai gran
casinò azionari.
Uno splendido articolo di Hugo Salinas “The
mirage of exports” spiega con rara limpidezza cosa sta
alla base di ciò che comunemente passa sotto il nome di globalizzazione.
Non è un caso che il tema, sotto la cui superficie si annida
uno dei disequilibri più imponenti dell’economia mondiale,
stia diventando in certe sedi perfino imbarazzante. Allo stesso
tempo quell’articolo dovrebbe costituire un monito per tutti
i responsabili di ciascun paese industrializzato e soprattutto di
quelli in via di sviluppo (come il Messico al quale Salinas si rivolge
direttamente), oltre che uno stimolo per un ripensamento delle strategie
economiche, sia di quelle a difesa delle proprie ricchezze che di
quelle volte al miglioramento del livello di benessere nazionale.
L’eccessiva rilevanza data alle esportazioni
come pilastro di sostegno delle singole economie mondiali, e in
ultima analisi della sostenibile prosperità di ciascuna Nazione
del pianeta, rappresenta oramai una condizione patologica. I paesi
del pianeta non possono essere contemporaneamente tutti esportatori
netti, i conti non tornerebbero. Le partite vanno sempre bilanciate,
a fronte di un debitore netto ci deve essere sempre un creditore
netto. Nella situazione in cui attualmente versa l’economia
globale, la maggior parte delle economie godono di un surplus della
bilancia commerciale a cui fanno da controparte unica, con un deficit
a dire poco preoccupante, gli Stati Uniti.
Gli USA non inseguono la prosperità tramite
il surplus della bilancia commerciale per una ragione fondamentale:
sono gli unici in grado di alimentare internamente il processo verso
la prosperità… tramite la PPE, la Printing Press Elettronica
della FED, come l’ha definita Bernanke nel suo discorso del
21 novembre 2002.
Secondo Salinas, questo squilibrio è diventato
di gran lunga irrazionale e ha minato il processo della globalizzazione
che, stando a questi termini, si è ridotta a una vera e propria
malattia del sistema economico mondiale:
“This aberrant situation, is the meaning
of “globalization”. Globalization means that no country
is solidly built upon its own foundations, but rather that its center
of gravity is outside its borders. Globalization is a sickness,
not a sound condition or process”.
“Questa aberrante situazione rappresenta il
significato di globalizzazione. Globalizzazione significa (nei termini
attuali, NDT) che nessun paese è solidamente costruito sulle
proprie fondamenta, ma piuttosto che il suo centro di gravità
è posto fuori dai suoi confini. La globalizzazione (nei termini
attuali, NDT) è una malattia, non un processo sano o una
condizione economica positiva.
La causa della malattia è immediatamente identificabile
nel sistema monetario attuale.
Il problema è che la quasi totalità delle economie
mondiali ha continuato ad accettare per troppo tempo uno scambio
commerciale sulla base di una ragione finanziaria e non di una ragione
economica. E’ un argomento che abbiamo battuto più
volte. In termini di differenze nette il mondo produce beni reali
e l’America produce carta sotto forma di dollari. Non si tratta
di uno scambio volto a sfruttare il vantaggio competitivo. Secondo
il rispetto di quei principi competitivi stampare soldi non rappresenta
la libera offerta di un servizio o la libera produzione di un bene.
Stampare soldi, con le vecchie Printing Press o con le moderne tecnologie
elettroniche, ha sempre rappresentato e continua a rappresentare
un privilegio a cui solitamente è associato un costo di signoraggio.
Lo scambio si è protratto a lungo, sotto il
falso e obnubilante mito del miracolo economico americano, senza
che la formazione dello squilibrio venisse adeguatamente degnata
delle dovute attenzioni. Di recente quello squilibrio ha raggiunto
un livello di cruciale importanza: il deficit commerciale USA ammonta
oramai al 5% del proprio GDP, e continua ad essere ampiamente sottovalutato.
Lo scambio che ha portato alla massiccia costituzione
di riserve valutarie in dollari da parte delle banche centrali dell’intero
pianeta si è realizzato tramite l’attuazione di miopi
politiche economiche, dettate dall’euforia del miracolo economico
americano, piuttosto che da politiche economiche lungimiranti aventi
come fine ultimo la creazione e l’adozione di un sano e solido
sistema monetario globale.
La situazione oggi è sfuggita di mano al punto
che l’imponente deficit commerciale americano è diventato
parte del sistema integrato di bolle finanziarie che caratterizza
l’economia USA e, per estensione, che minaccia il benessere
mondiale (laddove esso sia riuscito a svilupparsi). Condizione necessaria
per il sostentamento della bolla è che gli stranieri continuino
ad accettare dollari in cambio di merci reali nelle transazioni
commerciali internazionali e soprattutto che essi continuino a mantenere
in portafoglio quei dollari senza convertirli nella valuta locale,
in altra divisa estera, o nella riserva destituita, e oramai abbandonata,
del vecchio sistema monetario: l’oro.
Il processo che mira a mantenere lo status quo ha
tanto meno senso quanto più il deficit americano aumenta
e quanto più la FED ricorre o minaccia di ricorrere alla
Printing Press Elettronica per sostenere la propria economia, ingigantendo
in tal modo la massa monetaria americana e diluendo il valore dei
dollari detenuti dagli stranieri, che in ultima analisi rappresentano
(esclusa forse solo l’area Euro) le fragili fondamenta di
molti sistemi economici e monetari attuali.
Chiunque abbia in portafoglio asset finanziari denominati
in dollari dovrebbe tremare alla parole di Bernanke analizzate di
recente. In cima alla scala dei soggetti minacciati da quelle parole
ci sono i banchieri centrali. Avere accumulato massicce riserve
in una valuta che, per voce dello stesso Bernanke, potenzialmente
non trova limiti nella propria offerta si sta rivelando una strategia
alquanto pericolosa. La lotta alla deflazione, alla recessione,
alla contrazione della spesa, il sostegno alla guerra, agli indici
azionari, il finanziamento del debito pubblico (già giunto
alla nuova soglia approvata solo qualche mese fa), l’acquisto
di titoli a lungo termine per abbassare i tassi di lungo periodo
etc etc etc, sono tutti fattori che contribuiscono ad aumentare
l’offerta di dollari e parimenti a diminuire il valore dei
dollari già in circolazione.
I paesi economicamente più deboli che non
godono di autonomia monetaria si ritrovano oggi fondati su dei sistemi
monetari che di fatto rappresentano dei derivati (in senso letterale
e finanziario) del dollaro (vedi a proposito sempre di Salinas:
“The
Peso is a Derivative of the Dollar”.
La possibilità reale, concretizzatasi già
in qualche paese dell’America Latina, è che con la
diluizione del dollaro (il sottostante), accompagnata o meno dalla
diminuzione immediata di valore del sottostante, il valore del derivato
segue sorti ben peggiori trascinando l’economia di appartenenza
in una spirale distruttiva.
Il dollaro, che per mano della FED non trova restrizioni
nell’espansione della propria offerta, rischia di approssimarsi
col tempo a ciò che intrinsecamente è: niente di più
che un pezzo di carta. Una volta rappresentava una promessa di pagamento
(il biglietto pagabile al portatore), oggi, come qualunque altra
valuta puramente cartacea, non incorpora niente di più della
fiducia di chi lo accetta come mezzo di pagamento. Fintanto che
la fiducia regge poco di cui preoccuparsi. Quando la fiducia crolla,
e di solito ciò avviene in tempi molto rapidi, la Germania
del 1923 o l’Argentina del 2002, diventano lo scenario più
plausibile.
Divertente, ironico, pungente e profondamente
saggio a tal proposito l’articolo di Paul Hein “Please
Define a Dollar” . Neanche le autorità sono in
grado oggi di definire un dollaro se non in maniera esclusivamente
tautologica. La realtà inconfessabile dietro a questa imbarazzante
tautologia è che il sistema monetario attuale, dal quale
dipende e sul quale si basa l’intera economia mondiale, si
sta rivelando come un sistema senza solidi fondamentali, basato
puramente su dei pezzi di carta, il cui valore, esclusivo dono di
fiducia degli investitori, è minacciato quotidianamente dal
Grande Esperimento
economico del XXI secolo, quello che la banca centrale americana
sta conducendo nella lotta agli ostacoli naturali e insormontabili
che minacciano l’impossibile espansione economica.
Lo staff
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