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Commento del 26/03/2002

FED alert: unconventional weapons

Quando tra cinque anni si avranno a disposizione le trascrizioni complete della riunione della FED del 25/26 gennaio 2002, i misteri che offuscano Wall Street e il mondo della finanza forse saranno stati chiariti. Forse allora avremo già tracciato la storia completa della più grande bolla speculativa che abbia mai sedotto l'essere umano, onnubilato nelle fondamenta del proprio pensiero critico dalla parziale, quanto infelice, trasposizione del romanzo 1984 (G. Orwell) alla realtà fattuale.

Per il momento dobbiamo attenerci alle nostre congetture e al nostro ostinato senso critico. Ieri, entrambi hanno ricevuto un particolare stimolo dall'articolo del Financial Times intitolato "Fed considered emergency measures to save economy".

Secondo quanto riportato dalle minute della riunione della FED di gennaio, infatti, i membri della banca centrale americana avrebbero preso in considerazione per la prima volta l'eventualità di adottare politiche NON convenzionali con le quali affrontare una situazione di recessione oramai insensibile agli stimoli tradizionali di politica monetaria.

Per quanto questo scenario sia ritenuto ancora piuttosto improbabile, di fatto la FED si è spinta tanto avanti da ipotizzare esplicitamente la possibilità della trappola giapponese applicata all'economia americana: deflazione ed eccesso di liquidità.

Le armi sono pronte, e sono state chiarite più in dettaglio da un membro della FED che ha chiesto di rimanere anonimo: equity, debito dello stato e debito locale, immobili e perfino miniere d'oro, qualunque asset è sulla lista degli acquisti della FED per rilanciare l'economia in caso di spirale recessiva.

Per tutti coloro che da mesi ipotizzano l'esistenza del Plunge Protection Team (PPT) americano si tratta di una informazione che rafforza ogni congettura sull'intervento diretto delle autorità a sostegno delle borse.

Nella psicologia degli investori i mercati azionari rivestono il ruolo di indice dello stato di benessere e di ricchezza del paese. La fiducia nell'economia americana si rafforza pertanto se i mercati salgono, mentre si indebolisce quando i mercati scendono. E' una relazione biunivoca evidenziata dallo stesso Consumer Confidence di oggi che, uscito molto sopra le aspettative, ha spinto immediatamente i mercati al rialzo.

Un circolo virtuoso, o vizioso a seconda delle direzione, che le autorità stanno cercando disperatamente di sostenere da oltre un anno, facendo pressione, direttamente (secondo i sostenitori della teoria del PPT) o indirettamente, sui corsi dei titoli azionari.

Negli ultimi sei mesi ci sono riusciti molto bene, tuttavia il rischio che si corre quando si offre agli investori una protezione del genere è quello di stimolare il cosidetto Moral Hazard, ovvero l'assunzione di posizioni e comportamenti rischiosi basati sulla percezione che, in caso di fallimento o pericolo, intervenga sempre e comunque l'autorità a salvataggio del sistema.

In Giappone questo scenario si è realizzato un mese fa quando il governo ha preso posizione nel mercato azionario e se gli effetti di breve periodo sono stati positivi (con il rialzo consistente del Nikkei, già prossimo tuttavia al primo importante ritracciamento Fibonacci del 38.2%) i costi e i benefici reali di lungo periodo sono ancora incerti e tutti da verificare.

Tutto funziona infatti molto bene finchè l'autorità di intervento riesce a mantenere una certa fiducia nel pubblico (vedi il caso del LTCM). Nel momento in cui questa cominciasse a vacillare (e il fallimento totale della politica monetaria americana darebbe già un segnale molto forte in questo senso) la reazione conseguente sarebbe molto più violenta del normale ed estremamente punitiva.

Il danno maggiore sarebbe causato soprattutto dagli investori stranieri: la ulteriore diluzione monetaria conseguente a un sostegno NON CONVENZIONALE come quello prefigurato dalla FED nel meeting di gennaio, potrebbe convincere molti investitori stranieri a ritirare gran parte di quella moneta che ancora oggi continua ad affluire massicciamente negli USA per finanziare il deficit della bilancia commerciale, con ripercussioni molto pesanti sul dollaro, sull'intero sistema americano e infine sul sistema economico mondiale, oramai dipendente dalle follie del consumatore USA.

L'economia americana IS TOO BIG TO FAIL, troppo grande per poter essere lasciata fallire, tuttavia i movimenti di capitali dell'economia moderna non sono da meno. Altrettanto grandi e ancora più rapidi sono governati da forze che, nell'eventualità di un braccio di ferro con la banca centrale americana, potrebbero un giorno rivelarsi più forti anche della stessa FED, con conseguenze decisamente poco apprezzabili dagli amanti indefessi e poco lungimiranti dell'investimento azionario.

26Marzo 2002

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