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Approfondimento

In the valley of DEBT

(23/04/2002) Qualunque bilancio americano, sia pubblico o privato, domestico o nei confronti del resto del mondo, è caratterizzato da una voce ricorrente e poco gradevole, quella dei debiti.
Sei triliardi di debito pubblico, otto triliardi di debito delle famiglie di cui quasi sei triliardi in mutui, sei triliardi di debito societario.

Ecco i dati a fine 2001 rielaborati dal sito Financial Market Center :

Debito domestico non finanziario: 19.420 T
Debito domestico finanziario: 9.370 T
Debito internazionale: 0.705 T
Totale 29.495 T

Il primo settore si divide tra debito federale (3.379 T) e non federale (16.041 T).
Il settore non federale presenta il seguente break down:

Debito delle famiglie: 7.724 T
di cui mutui: 5.430 T

Debito societario: 6.930 T
di cui debito corporate 4.962 T

Debito pubblico e locale 1.386 T

Secondo alcune stime elaborate da Michael Hodges il debito complessivo ammonterebbe invece a un totale di 32 triliardi di dollari. Tradotto in debito pro capite, compresi gli anziani che stanno per lasciare definitivamente il suolo americano e i loro eredi appena nati, fa un totale di circa 115 mila dollari, contro i 25.300 dollari, aggiustati per l'inflazione, del 1957.

Si tratta di una situazione senza precedenti storici. Ecco come Jane D'Arista del Financial Market Center riassume l'evoluzione della bolla del debito americana dal 1971 al 2001 in termini percentuali di GDP:

1971
1981
1991
2001
Debito domestico non finanziario
138
139
191
190
di cui:
federale
29
26
47
33
  Non federale
109
113
114
157
Debito domestico finanziario
12
22
47
92
Estero
5
7
5
7
Totale
155
168
234
289

Interessante la scomposizione del debito domestico non federale sempre in termini percentuali sul GDP:

1971
1981
1991
2001
Famiglie
45
48
65
76
Imprese non finanziarie
34
33
41
49
Debito pubblico e locale
15
12
18
17

E quella del mutui sulla casa e dei debiti delle GSE (del tipo di Freddie Mac e Fannie Mae) che li finanziano:

1971
1981
1991
2001
Mutui
28
32
46
53
Debiti GSE e simili
5
5
26
48

Tre osservazioni immediate in merito ai numeri esposti:

1) negli anni 80 la bolla del debito si è alimentata prevalentemente attraverso il canale non finanziario (da 139% a 191%), mentre negli anni 90 tramite il canale finanziario (da 47% al 92%);
2) l'aumento del credito / debito associato al mercato immobiliare ha avuto una drastica impennata a partire dagli anni 80;
3) l'indebitamento delle famiglie è passato in circa 30 anni dal 45% al 76% del GDP.

Con queste cifre se l'America non fosse la nazione più potente del mondo avrebbe di fronte una via sola: quella già percorsa di recente dall'Argentina. Tuttavia, anche seguendo in virtù del proprio status un percorso differente da quello tragico e disastroso del paese sudamericano, la strada obbligata dovrà necessariamente portare al risanamento dei conti, ovvero dell'indebitamento in essere.

E' difficile ipotizzare il sostegno continuativo di quel debito tramite l'emissione di ulteriore debito. La bolla del credito, per effetto di questo meccanismo di perpetuazione ed espansione che si protrae già da diversi anni, ha già raggiunto livelli oramai insostenibili ed è destinata inevitabilmente alla contrazione o, ancora peggio, alla implosione.

Nessuno dei due scenari è coerente con la robusta ripresa economica nella quale sperano oggi gli sprovveduti investitori del nuovo mercato azionario all'insegna del toro.

In un contesto internazionale che vede le altre economie mondiali (tra cui ovviamente quella europea) strettamente dipendenti dalla domanda di beni e servizi proveniente dagli USA, nel quale stanno emergendo forti segnali di crisi e instabilità economico-politica (collasso dell'Argentina e crisi mediorientale) e nel quale la seconda potenza economica mondiale (il Giappone) è ingessata in un debito di stato pari al 140% del GDP, lo scenario più probabile sembra richiamare piuttosto un'esperienza già vissuta negli anni settanta.

L'economia mondiale inondata dall'enorme debito americano presto o tardi non potrà che chiedersi quale sia il reale valore del dollaro, non tanto in termini di altri asset cartacei (leggi: le altre valute) quanto in termini di risorse naturali disponibili ma per definizione scarse.

Ciò che abbonda da diversi anni e che sembra essere inesauribile è l'emissione di carta, sotto qualunque forma, moneta debito o azioni. La fonte principale di questo flusso che si riversa incessantemente nei portafogli e nei bilanci di ogni cittadino è rappresentata dalle banche centrali e dai governi, per conto dei quali, pur in una relazione di apparente indipendenza, le prime lavorano.

Naturale la difesa del valore di questi assets cartacei a cui assistiamo ogni giorno. Gli emittenti primari e secondari sono i diretti beneficiari di questo flusso abbondante e incessante che, a differenza delle risorse naturali, è prodotto e distribuito senza alcuna fatica per effetto di semplici scritture contabili.

Una difesa peraltro quasi sempre fallita e storicamente sfociata al suo primo livello (quello dei governi e delle banche centrali) in una tassazione implicita ai danni di contribuenti già ampiamente tartassati. L'Argentina di questi mesi, ma l'America stessa di 70 anni fa.

Nell'aprile del 1933 l'allora presidente Roosevelt come misura di emergenza a seguito della bancarotta del paese confiscò, tranne particolarissime eccezioni, qualunque possesso di oro*.
Il governo concesse ai possessori del metallo prezioso meno di un mese per poterlo consegnare alla Federal Reserve, pena una multa di 10 mila dollari e/o 10 anni di prigione. In cambio vennero dati dei biglietti di carta, del valore nominale di 20$ per ogni oncia d'oro.
Fu l'unica maniera per scaricare i costi della crisi economica indistintamente su tutti i cittadini, senza lasciare loro alcuna via di scampo in un bene rifugio senza confini spazio temporali.

Mentre quell'oncia di oro nel 1933 era in grado di comprare un vestito di ottima fattura in qualunque parte del pianeta, quella banconota da 20$, spendibile solo sul suolo americano, ha perso nel tempo oltre il 95% del proprio potere d'acquisto. FIAT CURRENCY.


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Presidential Executive Order 6102
Forbidding the Hoarding of Gold Coin, Gold Bullion and Gold Certificates By virtue of the authority vested in me by Section 5(b) of the Act of October 6, 1917, as amended by Section 2 of the Act of March 9, 1933, in which amendatory Act Congress declared that a serious emergency exists,

I, Franklin D. Roosevelt, President of the United States of America, do declare that said national emergency still continues to exist and pursuant to said section to do hereby prohibit the hoarding gold coin, gold bullion, and gold certificates within the continental United States by individuals, partnerships, associations and corporations.

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23 Aprile 2002

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