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Deflazione e inflazione: verso un'altra
depressione economica

(25/04/2002) Mentre l'oro
sta toccando nuovi massimi a 308 dollari l'oncia e il Dow Jones
è tornato a quotare sotto la soglia psicologica di 10000
punti, la lettura di un articolo molto interessante dal titolo "2004:
The Next Great US Depression" ci ha appena offerto degli
spunti interessanti per approfondire la dibattuta questione deflazione
contro inflazione.
Come sappiamo, nel suo ultimo periodo di espansione
l'economia americana ha beneficiato di un tasso di inflazione molto
contenuto. Questo fattore ha cambiato la percezione dei fenomeni
economici non solo degli investitori ma di qualunque operatore,
persino quella delle autorità monetarie.
Il tasso di inflazione misurato dall'indice dei prezzi
al consumo (CPI) rappresenta infatti una tassa implicita molto influente
sulle decisioni economiche. La perdita di potere d'acquisto della
moneta erode la ricchezza della popolazione a beneficio di coloro
che in bilancio hanno delle passività a costo fisso (prevalentemente
il governo). Un CPI stabile e contenuto per contro fornisce un'elevata
fiducia agli operatori economici in quelle che sono le aspettative
di benessere futuro a base delle decisioni di investimento e allocazione
delle risorse.
Purtroppo nel momento in cui si assiste a un aumento
considerevole della massa monetaria (come quello che si è
realizzato nell'economia USA degli ultimi 7 anni e in particolare
nel corso del 2001) e il CPI rimane invece sostanzialmente invariato,
il flusso di moneta iniettato nel sistema si scarica necessariamente
su altri beni che non sono quelli al consumo compresi nell'indice
e finisce con l'alimentare pericolose illusioni di ricchezza.
L'abbiamo visto anche nella nostra analisi macroeconomica
e abbiamo identificato la canalizzazione monetaria prevalentemente
negli assets azionari e immobiliari. In queste categorie di assets
si è avuta senza alcun dubbio inflazione, un'inflazione diciamo
di natura impropria, visto che non rientra nell'accezione comune
associata all'aumento del CPI, ma che comunque risponde alla nozione
di inflazione come aumento generalizzato dei prezzi.
Il problema degli Stati Uniti, ma anche del Giappone
della fine degli anni ottanta, sta proprio in questa diversa e pericolosa
canalizzazione dell'aumento della massa monetaria verso assets non
inclusi nel paniere del CPI.
Mentre l'aumento del CPI, sottraendo ricchezza disponibile
attraverso la diminuzione del potere d'acquisto, mette in allerta
i consumatori e gli operatori economici e li spinge di conseguenza
a stringere la cinghia, l'aumento degli assets azionari e immobiliari
ha un effetto del tutto contrario.
Ciò che viene percepito è infatti un
incremento di ricchezza disponibile che spinge nella direzione opposta:
aumento dei consumi, diminuzione del risparmio, incremento del debito
e delle passività di pari passo con l'aumento del valore
delle attività.
Quando improvvisamente il prezzo degli assets ritraccia
annullando un effetto ricchezza in gran parte illusorio, come è
accaduto per i titoli azionari negli ultimi due anni, gli operatori
cominciano a realizzare l'inganno dell'effetto monetario.
Il problema è che a un certo punto, mentre
da una parte i prezzi gli assets cominciano a sgonfiarsi, dall'altra
parte del bilancio le passività rimangono ben ferme e vanno
pagate. Nessuno lo sa meglio del povero Mr. Ebbers, CEO di Worldcom,
il quale, indebitatosi a fronte del proprio pacchetto azionario
di WCOM, si ritrova oggi con un debito di qualche centinaio di milioni
di dollari. Mentre le azioni della sua società sono crollate
da 60$ a meno di 4% spazzando oltre il 95% della sua ricchezza,
il suo debito rimane chiaro e solido e chiede di essere ripagato.
Secondo alcuni studi l'aumento di ricchezza per incremento
del patrimonio immobiliare sarebbe percepito secondo un fattore
doppio rispetto a quello indotto da incremento degli assets azionari.
Ciò è assolutamente coerente con il comportamento
del consumatore americano degli ultimi due anni, pressochè
invariato rispetto ai picchi del periodo di espansione economica.
Mentre infatti negli ultimi due anni i mercati azionari
hanno bruciato circa 4 T di valore, la rivalutazione dei prezzi
del mercato immobiliare ne ha creati 2. A livello di sistema i due
effetti si sono quindi compensati.
Il crollo dell'intero castello di carta a questo
punto trova l'ultimo sostegno nella presunta seconda grande bubble,
quella immobiliare. Come abbiamo visto nel nostro articolo In
the valley of DEBT, nonostante la percezione della ricchezza
globale sia rimasta pressochè invariata, i debiti in seno
all'economia americana hanno continuano inevitabilmente ad accumularsi
oltre ogni precedente esperienza storica.
La combinazione crescente di tassi di interesse +
pagamento capitale richiede come condizione di solvibilità
del sistema un flusso di reddito altrettanto crescente. Nel momento
in cui, come sta peraltro già accadendo, l'aumento del reddito
non riesce più a tenere il passo dell'aumento del debito
da ripagare, il sistema tende a entrare in una spirale negativa
e a collassare su stesso.
Quel momento dipende oramai dalle sorti del mercato
immobiliare. Qualora questo entrasse in crisi come è entrato
in crisi il mercato azionario, l'effetto sarebbe devastante. La
distruzione di ricchezza causata dalla diminuzione del valore degli
assets lascerebbe in piedi un debito imponente quasi impossibile
da ripagare.
Il processo sarebbe altamente deflattivo, crollo
dei prezzi degli assets, distruzione di massa monetaria attraverso
la cancellazione dei debiti insoluti, ulteriore diminuzione dei
prezzi degli assets, disoccupazione, ulteriori fallimenti, crollo
dei profitti, ancora discesa dei prezzi degli assets. Lo scenario
finale potrebbe essere una nuova depressione simile a quella degli
anni 30.
L'economia, oramai insensibile a politiche
monetarie accomodanti, troverebbe un fondo solo nella monetizzazione
del debito delle imprese finanziarie da parte del "lender of
last resort", la banca centrale. A quel punto una nuova imponente
iniezione di liquidità troverebbe sfogo quasi esclusivamente
nel CPI, il cui livello nel frattempo si sarà mosso secondo
la risultante dell'interazione di due forze opposte: il rialzo dei
prezzi delle risorse naturali e il calo dei prezzi dei beni al consumo
per effetto del crollo della domanda.
25 Aprile 2002
Lo staff
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