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I profitti e il mercato del lavoro

Venerdì scorso i mercati
hanno subito un duro colpo dai dati relativi alla disoccupazione.

Le statistiche hanno riportato
un tasso di disoccupazione del 6%, un livello che non si vedeva
dall'agosto 1994. Non solo, come avevamo messo in conto già
il mese scorso , la
revisione al ribasso delle cifre precedenti è arrivata puntuale
per il settimo mese consecutivo. Rivediamo la tabella aggiornata
con i dati di venerdì:
| Mese |
dati iniziali
|
dati revisionati
|
differenza
|
| Apr 02 |
+43
|
(a maggio)
|
|
Mar 02 |
+58
|
-21K
|
-79k
|
| Feb 02 |
+66
|
-2
|
-68
|
| Gen 02 |
-89
|
-128
|
-39
|
| Dic 01 |
-124
|
-130
|
-6
|
| Nov 01 |
-331
|
-371
|
-40
|
| Oct 01 |
-415
|
-468
|
-53
|
| Sep 01 |
-199
|
-213
|
-14
|
| Totale |
-991
|
-1333
|
-299k
|
Una differenza di 79 mila posti solo nel mese di
marzo e un differenziale complessivo di 300 mila posti di lavoro
tra le cifre riportate in prima battuta nel corso degli ultimi sette
mesi e quelle riviste poi il mese successivo.
Come abbiamo già detto, l'informazione finale
sulle cifre reali, per effetto del ritardo con cui viene riportata,
perde parte del proprio valore e finisce con l'esercitare sugli
operatori una reazione diversa e indubbiamente più moderata.
Se questo è assolutamente vero quando la discrepanza è
saltuaria e circoscritta a un mese o due, in questo caso, su una
serie consecutiva di sette mesi, la differenza comincia ad accumularsi,
a pesare e ad essere poi scontata tutta in una volta dagli operatori,
in special modo quelli professionali, che infatti non hanno esitato
a vendere spingendo il mercato verso un forte ribasso.
Ancora complimenti agli statistici del mercato del
lavoro per la casualità con cui sono stati in grado di sbagliare
7 volte su 7 nella medesima direzione. Per le cifre di maggio a
questo punto consiglieremmo ai burocrati del dipartimento del lavoro
americano di togliere direttamente 42 mila posti dalle cifre stimate
(300mila diviso 7), in modo da ottenere subito, e con una buona
probabilità, una cifra più vicina e verosimile a quella
che verrà revisionata il mese successivo.
Ma le osservazioni sul mercato del lavoro non terminano
qua. L'economia USA infatti sta cominciando a vivere un altro dilemma.
Come mai in un trimestre di crescita fortemente positiva (+5.8%)
e soprattutto presunta protagonista del nuovo rilancio economico
si sono tagliati 150 mila posti di lavoro? Non dovrebbe essere piuttosto
il contrario?
Le risposte sono due.
Da una parte la crescita del GDP è dovuta
quasi interamente alla spesa pubblica e all'accumulo di scorte.
Una crescita quindi ancora del tutto indotta, artificiale e difficilmente
sostenibile.
Dall'altra parte, invece, le aziende continuano a
tagliare posti di lavoro per riuscire a diminuire i costi e aumentare
in tal modo i profitti. Per quanto questo sia coerente con i criteri
di flessibilità che apprezziamo molto nelle economia anglosassoni
il fenomeno non manca di suscitare un valido interrogativo: riusciranno
le imprese USA a raggiungere la profittabilità prima che
la spirale negativa
- necessità di tagliare i costi = meno posti
di lavoro = meno salari = meno soldi da spendere = meno vendite
= meno ricavi = meno profitti = necessità di tagliare i costi
=
-
cominci rovinosamente a collassare su stessa?
Per essere al solito più realisti che pessimisti
pensiamo che la risposta più probabile sia "no".
Nel primo trimestre le società hanno riportato
un crollo dei profitti del 12% rispetto a un tasso atteso di meno
8.5%. La differenza non è da poco, e quel che è peggio
è che le stime dei trimestri successivi cominciano a essere
riviste al ribasso. Per il trimestre in corso era previsto fino
qualche mese fa (vedi il nostro articolo "Il
trionfo della ragione. Corporate Earnings per il 2002: +17%"
un rialzo dei profitti del 9%. Quella cifra verrà modificata
indubbiamente al ribasso e i mercati stanno già scontando
una gran brutta delusione.
Il ritorno agli utili che, solo, è in
grado di sostenere le quotazioni dei mercati azionari viene rimandato
di giorno in giorno da circa due anni. Un rimandare alle calende
greche al quale gli investitori più sprovveduti fanno appello
di continuo con una cieca fiducia che continua a sorprenderci. Ma
gli investitori non possono rischiare a lungo i loro capitali sulla
base di vane speranze, alimentate dall'apparenza sterile delle statistiche
o dai commenti positivi di soggetti sottoposti a un forte conflitto
di interesse. Presto o tardi in mancanza di risultati concreti cominceranno
a capire e si adegueranno alle aspettative reali che un'economia
in forte difficoltà non riesce più a nascondere. La
crisi recente del dollaro da noi preannunciata è solo uno
dei tanti segnali di allerta affiorato in superficie. La crisi finale
delle borse sarà l'effetto finale e necessariamente dovuto.
08 Maggio 2002
Lo staff
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