Austrian Economics
Forum: ultimi 10
 
 

 

Commento del 08/05/2002

I profitti e il mercato del lavoro

Venerdì scorso i mercati hanno subito un duro colpo dai dati relativi alla disoccupazione.

Le statistiche hanno riportato un tasso di disoccupazione del 6%, un livello che non si vedeva dall'agosto 1994. Non solo, come avevamo messo in conto già il mese scorso , la revisione al ribasso delle cifre precedenti è arrivata puntuale per il settimo mese consecutivo. Rivediamo la tabella aggiornata con i dati di venerdì:

Mese
dati iniziali
dati revisionati
differenza
Apr 02
+43
(a maggio)

Mar 02
+58
-21K
-79k
Feb 02
+66
-2
-68
Gen 02

-89
-128
-39
Dic 01
-124
-130
-6
Nov 01
-331
-371
-40
Oct 01
-415
-468
-53
Sep 01
-199
-213
-14
Totale
-991
-1333
-299k

Una differenza di 79 mila posti solo nel mese di marzo e un differenziale complessivo di 300 mila posti di lavoro tra le cifre riportate in prima battuta nel corso degli ultimi sette mesi e quelle riviste poi il mese successivo.

Come abbiamo già detto, l'informazione finale sulle cifre reali, per effetto del ritardo con cui viene riportata, perde parte del proprio valore e finisce con l'esercitare sugli operatori una reazione diversa e indubbiamente più moderata. Se questo è assolutamente vero quando la discrepanza è saltuaria e circoscritta a un mese o due, in questo caso, su una serie consecutiva di sette mesi, la differenza comincia ad accumularsi, a pesare e ad essere poi scontata tutta in una volta dagli operatori, in special modo quelli professionali, che infatti non hanno esitato a vendere spingendo il mercato verso un forte ribasso.

Ancora complimenti agli statistici del mercato del lavoro per la casualità con cui sono stati in grado di sbagliare 7 volte su 7 nella medesima direzione. Per le cifre di maggio a questo punto consiglieremmo ai burocrati del dipartimento del lavoro americano di togliere direttamente 42 mila posti dalle cifre stimate (300mila diviso 7), in modo da ottenere subito, e con una buona probabilità, una cifra più vicina e verosimile a quella che verrà revisionata il mese successivo.

Ma le osservazioni sul mercato del lavoro non terminano qua. L'economia USA infatti sta cominciando a vivere un altro dilemma. Come mai in un trimestre di crescita fortemente positiva (+5.8%) e soprattutto presunta protagonista del nuovo rilancio economico si sono tagliati 150 mila posti di lavoro? Non dovrebbe essere piuttosto il contrario?

Le risposte sono due.

Da una parte la crescita del GDP è dovuta quasi interamente alla spesa pubblica e all'accumulo di scorte. Una crescita quindi ancora del tutto indotta, artificiale e difficilmente sostenibile.

Dall'altra parte, invece, le aziende continuano a tagliare posti di lavoro per riuscire a diminuire i costi e aumentare in tal modo i profitti. Per quanto questo sia coerente con i criteri di flessibilità che apprezziamo molto nelle economia anglosassoni il fenomeno non manca di suscitare un valido interrogativo: riusciranno le imprese USA a raggiungere la profittabilità prima che la spirale negativa

- necessità di tagliare i costi = meno posti di lavoro = meno salari = meno soldi da spendere = meno vendite = meno ricavi = meno profitti = necessità di tagliare i costi = … -

cominci rovinosamente a collassare su stessa?

Per essere al solito più realisti che pessimisti pensiamo che la risposta più probabile sia "no".

Nel primo trimestre le società hanno riportato un crollo dei profitti del 12% rispetto a un tasso atteso di meno 8.5%. La differenza non è da poco, e quel che è peggio è che le stime dei trimestri successivi cominciano a essere riviste al ribasso. Per il trimestre in corso era previsto fino qualche mese fa (vedi il nostro articolo "Il trionfo della ragione. Corporate Earnings per il 2002: +17%" un rialzo dei profitti del 9%. Quella cifra verrà modificata indubbiamente al ribasso e i mercati stanno già scontando una gran brutta delusione.

Il ritorno agli utili che, solo, è in grado di sostenere le quotazioni dei mercati azionari viene rimandato di giorno in giorno da circa due anni. Un rimandare alle calende greche al quale gli investitori più sprovveduti fanno appello di continuo con una cieca fiducia che continua a sorprenderci. Ma gli investitori non possono rischiare a lungo i loro capitali sulla base di vane speranze, alimentate dall'apparenza sterile delle statistiche o dai commenti positivi di soggetti sottoposti a un forte conflitto di interesse. Presto o tardi in mancanza di risultati concreti cominceranno a capire e si adegueranno alle aspettative reali che un'economia in forte difficoltà non riesce più a nascondere. La crisi recente del dollaro da noi preannunciata è solo uno dei tanti segnali di allerta affiorato in superficie. La crisi finale delle borse sarà l'effetto finale e necessariamente dovuto.

08 Maggio 2002

Lo staff

 

 
La Politica monetaria
L'offerta di moneta
Il debito
Sintesi e statistiche
Inflazione
Consumi e deficit commerciale
Mercato immobiliare
Mercato azionario
I profitti
Il management
Gli analisti
Gli investimenti
I fallimenti
Rischio derivati
I parte
II parte
Gli scenari possibili
Un tributo mondiale
Lo stato di salute