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La svalutazione del dollaro

(11/06/2002) La recente crisi del dollaro potrebbe essere solo il preludio di una crisi più generalizzata degli asset cartacei americani e per estensione di quelli stranieri. Le conseguenze sulla borsa americana si sono viste già nelle ultime settimane. Nonostante l'apparente miglioramento delle condizioni economiche, la fuga dal dollaro ha infatti spinto molti investitori a smobilizzare parte degli investimenti azionari americani penalizzando le performance degli indici principali.

Da inizio anno, le borse USA registrano, come la maggior parte delle principali borse mondiali, performance negative. Tuttavia per un investitore straniero, queste performance vanno misurate in termini di valuta nazionale, tenendo conto cioè delle variazioni del valore del dollaro verso la propria divisa.

Ipotizzando un rendimento negativo del 20% del Nasdaq da inizio anno, per un europeo che vede anche il dollaro deprezzarsi dell'8%, il rendimento complessivo del Nasdaq risulta ancora peggiore. Vediamo l'esempio:

- il Nasdaq a 2000 con il tasso Eur/$ a 0.87 equivale a un valore del Nasdaq in euro pari a 2298:
- il Nasdaq a 1600 con un tasso Eur/$ che è nel frattempo è passato a 0.94, equivale a un valore in euro pari a 1702.

La variazione del Nasdaq in termini di dollari è del -20%, mentre la variazione del Nasdaq in termini di Euro è del -25%. Una differenza del 5% che assume una notevole rilevanza laddove il portafoglio non sia assicurato contro le variazioni del tasso di cambio.

Gli stranieri hanno in portafoglio il 40% dei titoli di stato USA, circa il 25% dei corporate bond e il 15% delle azioni americane. Non è un caso, considerato l'ammontare del deficit commerciale americano pari quasi a 5% del GDP annuo e finanziato negli ultimi anni con l'afflusso di capitali stranieri. Tuttavia quelle percentuali corrispondono a capitali enormi, la cui fuga contribuirebbe a deprimere considerevolmente i prezzi degli asset finanziari in questione. D'altronde è quello che si è verificato, pur in minima parte, durante l'ultimo mese, da quando cioè il dollaro ha cominciato a manifestare i primi segni di debolezza, perdendo tra il 5% e il 10% del proprio valore contro le principali divise mondiali.

Il circolo che si sta instaurando è estremamente vizioso, e ovviamente contrario a quello virtuoso innescatosi negli anni 90. Il rimpatrio dei capitali porta a deprimere il prezzo del dollaro, che a sua volta stimola una maggiore richiesta di riscatti. Il disinvestimento deprime ancora maggiormente i prezzi degli asset e il valore del dollaro, allugando l'effetto a catena. Non siamo in grado di stimare quando e a che livelli potrebbe essere raggiunto il nuovo equilibrio, ma guardando a casi analoghi del passato esso potrebbe essere ancora lontano. Storicamente, un dollaro appesantito da un deficit commerciale ancora minore di quello attuale ha dovuto fare i conti con svalutazioni di circa il 30-40%.

Gli effetti di un deprezzamento del genere non sarebbero di poca importanza. Sicuramente al termine del processo le merci americane sarebbero molto appetibili per gli stranieri, mentre quelle estere sarebbero care per gli americani. Ciò ribilancerebbe indubbiamente il deficit della bilancia commerciale e sarebbe quindi solo auspicabile. Il problema maggiore tuttavia nascerebbe lungo il corso di quella svalutazione.

In primo luogo l'aumento dei beni e dei servizi esteri accenderebbe focolai inflazionistici nell'indice dei prezzi al consumo, spingendo al rialzo i tassi di interesse, con effetti negativi sui prezzi dei soliti asset finanziari.

In secondo luogo il crollo progressivo della domanda di beni e servizi esteri da parte degli USA, la più importante nei flussi commerciali internazionali, avrebbe ripercussioni enormi. E' proprio su questa domanda, infatti, che da diversi anni le economie del resto del mondo basano la propria produzione e la propria crescita economica.

In caso di arresto e quindi di retromarcia della locomotiva americana gli effetti sui corsi azionari e sulle quotazioni degli altri asset finanziari non sarebbero quindi circoscritti all'economia USA ma a tutte le economie che in maniera più o meno stretta sono dipendenti dalla domanda americana di beni e servizi.
Tra queste sicuramente l'area europea.

lo staff

11 Giugno 2002

 
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