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(11/06/2002) La crisi economica USA
sta portando gli investitori ad attraversare quella che definiremmo
la prima fase della fuga dagli asset cartacei. Si vendono i titoli
azionari USA per rimpatriare i capitali nei propri paesi. Ciò
porta inevitabilmente a un declino del biglietto verde come abbiamo
visto nel nostro articolo "La svalutazione del dollaro".
Le azioni, viste come allocazione del capitale col
più alto grado di rischio per le performance di portafoglio,
rappresentano infatti il primo asset suscettibile di disinvestimento.
Nel momento in cui i capitali cominciano a rimpatriare o a migrare
verso asset più sicuri (flight to quality), l'effetto negativo
sulle quotazioni delle borse è inevitabile. Il drenaggio
di quei capitali di rischio toglie anche linfa all'attività
economica. Il costo dell'approvvigionamento di risorse finanziarie
inevitabilmente si innalza.
Al deteriorarsi del profilo reddituale delle società
che l'aumento di quel costo comporta, e quindi delle condizioni
economiche generali, la fuga dei capitali comincia a intaccare un
altro genere di asset finanziari.
La seconda fase, che probabilmente seguirà
a quella attualmente in corso, avrà infatti come risultato
una fuga massiccia anche dal comparto obbligazionario più
rischioso. Il progressivo innalzamento dei rendimenti dei titoli
obbligazioni societari, effetto naturale della discesa dei prezzi
(per un titolo obbligazionario prezzo e rendimento sono inversamente
correlati), sarà quindi inevitabile e di gran lunga maggiore
di quello attualmente in corso. Solo negli USA ad esempio, il settore
delle telecomunicazioni ha accumulato un debito pari al 5% del GDP,
una cifra enorme e ancora maggiore del totale raggiunto a fine anni
ottanta dai junk bonds, i cosiddetti titoli spazzatura, che arrivò
al 3.5% del GDP prima di collassare definitivamente.
Questa seconda fuga dei capitali contribuisce a innalzare
ulteriormente il costo del capitale per l'attività economica
a danno del solito profilo reddituale e del quadro economico complessivo.
La terza fase, quella più acuta, potrebbe
vedere l'estensione della fuga di capitali anche dai titoli ritenuti
più sicuri e fino ai titoli di stato. L'approdo a questa
fase avverrebbe in misura piuttosto contenuta e parallelamente alle
prime due fasi, ma troverebbe l'escalation finale e più drammatica
solo nell'ipotesi ultima di uno shock di natura endogena o esogena,
come una vasta crisi finanziaria, una variazione significativa del
prezzo del petrolio, un crollo rapido e significativo del dollaro,
un altro attentato terroristico devastante. A nostro avviso, tutti
eventi molto più probabili di quanto il grado di rischio
incorporato dalle variabili finanziarie stia attualmente misurando.
Ci siamo abituati a rendimenti a lungo termine del
5% annuo. In pochi riescono a ricordare cosa aveva significato l'inflazione
a due cifre negli anni settanta, specialmente in termini di impatto
sui corsi dei titoli obbligazionari.
Consideriamo ad esempio un possessore di BTP a 10
anni e vediamo quali sarebbero gli effetti di un aumento dei tassi
di interesse. Prendiamo il BTP febbraio 2012 cedola 5% che quota
intorno ai 98 centesimi per un redimento lordo del 5.33%, e vediamo
la relazione tra rendimenti e prezzo.
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Rendimento
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Prezzo
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Perdita conto capitale
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5.33%
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98
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-
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8%
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81
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-17%
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10%
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78.67
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-28%
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15%
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51.54
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-47%
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20%
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38.90
|
-60%
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Qualcuno rimarrà sorpreso ma questi sono gli
effetti di un rialzo dei tassi di interesse sulle quotazioni di
un titolo obbligazionario a dieci anni con cedola fissa. Immaginiamo
uno scenario di iperinflazione, dove il 20% di rendimento a 10 anni
rappresenta solo una stima ottimistica, e ci si renderà facilmente
conto dell'effetto devastante apportato dall'aumento dei tassi sul
valore del debito/credito: un tasso del 20% (che nel 1980 era realtà
e non pura fantasia) sarebbe in grado di spazzare via il 60% del
valore nominale del titolo obbligazionario, a danno (assoluto) del
creditore (colui che ha in portafoglio i titoli) e a vantaggio (relativo)
del debitore (lo Stato)
Ricapitolando, l'innalzamento generalizzato dei tassi
implica un costo maggiore per il funzionamento delle normali attività
economiche che a sua volta innalza il grado di rischio dell'attività
medesima. Al crescere del grado di rischio sistemico, le quotazioni
dei titoli azionari e dei titoli obbligazionari si adeguano e, onde
offrire un rendimento più elevato, perdono valore. Considerando
l'elevato indebitamento sia delle società che del consumatore,
tassi più alti portano inevitabilmente all'insolvenza e al
fallimento.
L'economia entra in un circolo vizioso, la cui via
d'uscita richiede necessariamente l'assorbimento degli squilibri
economici attuali, assorbimento che finora non c'è stato
e che si identifica in primo luogo nella diminuzione e/o distruzione
progressiva del debito attualmente esistente.
La diminuzione del debito è possibile solo
grazie a flussi di cassa positivi: reddito risparmiato alla spesa
nel caso individuale e utili REALI (non utili PRO FORMA) accompagnati
da cash flow positivi nel caso aziendale. Il primo caso costringerebbe
il consumatore a spendere meno (sottraendo il più importante
sostegno alla crescita economica) mentre il secondo caso sembra
ancora una ipotesi astratta frutto della fantasia di analisti (volutamente)
molto confusi.
La distruzione del debito avviene invece attraverso
due strade. La prima è quella già citata: il fallimento,
che elimina la voce debito e credito rispettivamente dal bilancio
del fallito e del creditore.
La seconda via è quella dell'innalzamento dei tassi di interesse
che, come abbiamo visto nel caso del BTP decennale, distrugge parzialmente
il valore del capitale dato a prestito. Tuttavia, sul debitore l'innalzamento
dei tassi ha due effetti diversi a seconda del soggetto che emette
il debito.
Mentre un'azienda riesce a rinnovare i debiti a tassi
più alti fino al punto in cui non è in grado di sostenere
la crescita degli oneri finanziari e dichiara insolvenza (riportandoci
quindi sulla prima strada), lo Stato non ha problemi a emettere
debito stampando moneta tramite la banca centrale (nonostante la
presunta indipendenza della seconda dal primo) o emettendo semplicemente
nuovi debiti a pagamento di quelli in scadenza. Rimane quindi l'unico
favorito.
Ovviamente il costo dell'emissione di debito a tassi maggiori viene
riversato interamente sulla popolazione, come una imposta nascosta
ma percepibile nella ulteriore diluzione della massa monetaria che
si ripercuote, a questo punto in maniera inevitabile, nell'esplosione
dell'indice dei prezzi al consumo.
Abbiamo già detto altre volte come l'inflazione
REALE, misurata dall'aumento della massa monetaria, sia sfuggita,
anche grazie ad astuti artifici statistici, all'indice dei prezzi
al consumo, scaricandosi invece positivamente sulla crescita dei
prezzi degli asset mobiliari e immobliari. Una cosa resa possibile
solo da una economia in forte espansione. In una economia in difficoltà,
di fatto, quel circolo virtuoso si trasformerebbe in vizioso, generando
l'effetto contrario appena citato: l'aumento dell'inflazione comunemente
misurata dall'indice CPI.
Se in passato il contenimento dell'inflazione ha
favorito principalmente chi emette o gestisce gli asset mobiliari,
più genericamente ha beneficiato l'intero sistema economico
USA. Negli anni passati l'economia americana è riuscita infatti
ad attirare i capitali e i risparmi degli investitori (contribuenti)
di tutto il mondo con estrema facilità. Adesso con la stessa
facilità, una eventuale esplosione dell'inflazione, come
ipotizzata dalla terza fase della fuga dagli asset cartacei, potrebbe
allontanarli e a distruggerli, cosa che in parte sta già
avvenendo in questa prima fase.
Una ultima osservazione: quei capitali e quei risparmi
che per anni hanno finanziato la spesa e il debito imponente del
sistema economico USA e che adesso sono costretti a ritirarsi, dopo
avere subito in molti casi una perdita di valore, niente altro rappresentano
che il tributo mondiale di cui abbiamo parlato nella parte finale
della nostra analisi macroeconomica. Un'altra delle nostre previsioni
che lentamente sta trasformandosi in realtà.
Lo staff
11 giugno 2002
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