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(17/06/2002) Una esposizione molto interessante
dal titolo "Inflation targets and inflation targeting"
tenuta il 17 luglio 2001 all'Università della California
da H. Meyer, membro del board dei governatori della Federal Reserve,
ci illumina sugli obiettivi di politica monetaria delle banche centrali*.
Nonostante le differenze che caratterizzano i diversi
regimi di politica monetaria attualmente adottati ed esposti chiaramente
da Meyer nel suo saggio, la stabilità dei prezzi rappresenta
senza dubbio l'obiettivo principale per la maggior parte delle banche
centrali moderne.
A nostro avviso, i problemi attuali delle economie dei paesi industrializzati
vanno ricercati proprio nell'errato perseguimento di questo obiettivo.
Nella gestione delle politiche monetarie, infatti, il concetto di
stabilità dei prezzi si è tradotto troppo semplicisticamente
nella stabilità di un moderato tasso di inflazione, identificato
ancora più erroneamente nell'indice dei prezzi al consumo
(CPI).
La scelta ha una sua ragione d'essere ben precisa
ed è quella di mantenere stabile il potere d'acquisto della
moneta e del reddito. L'esperienza traumatica degli anni settanta,
quando l'inflazione raggiunse in tutti i paesi industrializzati
livelli del 15-20%, è senza dubbio uno dei motivi a base
di questo targeting strettamente centrato sul CPI. Tuttavia, alla
luce degli avvenimenti più recenti, la miope adozione del
CPI come indicatore più significativo della stabilità
dei prezzi sembrerebbe essere oramai superata e altrettanto anacronistica
quanto un improbabile ritorno al gold standard.
L'insegnamento che ci hanno fornito le traumatiche
esperienze degli ultimi anni vorrebbe, come condizione primaria
per una politica efficace ed efficiente, una stabilità dei
prezzi non limitata agli indicatori più comuni dell'inflazione,
ma estesa anche ai prezzi degli assets reali e finanziari.
Una economia dove il tasso di inflazione è
moderato ma nella quale sono presenti fenomeni di eccessiva speculazione
ed esuberanza nei prezzi di borsa o delle case, subisce nel lungo
termine effetti non molto differenti da quelli di una economia dove
il CPI erode la ricchezza a tassi del 10-15% l'anno. I fenomeni
hanno infatti la stessa origine monetaria (eccessiva liquidità
presente nel sistema) e nonostante l'apparente beneficio del primo
(bolla) rispetto al secondo (elevata inflazione), gli effetti nel
lungo periodo non possono che portare a risultati simili.
Se infatti nel breve termine l'aumento eccessivo
dei prezzi di borsa o degli immobili ha un apparente effetto ricchezza
positivo, il successivo sgonfiarsi della bolla speculativa, è
causa di una distruzione di ricchezza equivalente o addirittura
maggiore.
L'abbiamo già spiegato con altri articoli:
in primo luogo l'illusione di quella ricchezza spinge i soggetti
economici ad assumere debiti eccessivi. Quando al termine della
fase di esuberanza il prezzo degli asset, nel lato sinistro del
bilancio, tende a tornare verso il suo valore di lungo periodo,
il debito, compreso tra le passività del lato siinistro,
continua a crescere per effetto dei tassi di interesse e chiede
di essere pagato interamente. In altre parole il valore delle attività
nette (attività - passività) crolla drammaticamente.
In secondo luogo, lungo il corso economico che accompagna
il gonfiarsi della bolla speculativa, i processi di allocazione
delle risorse e i processi decisionali delle imprese risultano alquanto
distorti. Per l'economia ciò costituisce un costo non indifferente,
costo che tende a emergere e a pesare sul ciclo successivo per un
lungo periodo, fino al totale riassorbimento degli squilibri causati
nel sistema.
Lo vediamo oggi guardando al settore delle telecomunicazioni,
o delle fibre ottiche, dove gran parte delle spese sostenute per
realizzare le infrastrutture rappresenta oggi un costo non recuperabile.
Uno spreco di capitali e risorse, in primo luogo per la moltitudine
di investitori che hanno finanziato la realizzazione di quelle infrastrutture
e che oggi si ritrovano con un capitale decimato, ma anche uno spreco
consumato a danno di altri settori economici, settori che, a causa
di quell'inutile dirottamente di capitali, hanno sofferto e continuano
a soffrire la mancanza di risorse necessarie per un adeguato svolgimento
delle proprie attività a beneficio della crescita economica
globale.
Ci auguriamo pertanto che al termine di questo periodo
storico di notevole interesse, perlomeno teorico, la miopia attuale
delle banche centrali possa essere corretta tramite la definizione
di politiche monetarie sicuramente più congrue a una sana
ed efficiente crescita economica.
Nonostante tutto quello che si è fatto e si
sta facendo negli USA per rilanciare la nuova ripresa, l'errore
che continua ad essere ripetuto, e che precluderà inevitabilmente
quella ripresa stessa, gira infatti intorno a questo obiettivo di
politica monetaria grossolanamente travisato.
Dietro al riparo di un tasso di inflazione contenuto,
la FED ha pompato e sta continuando a pompare "aria" sia
nel mercato azionario che in quello immobiliare, alimentando, oltre
le pericolose speranze di una prossima ripresa, i presupposti per
una catastrofe economica e finanziaria, le cui proporzioni rischiano
di essere maggiori e ben più devastanti delle crisi economiche
a cui abbiamo assistito negli ultimi anni.
Lo staff
*Il saggio di Meyer in versione PDF è
scaribile al seguente indirizzo: http://www.bis.org/review/r010717a.pdf
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