| (20/08/02)
Una affermazione dal forte sentore di baggianata ripetuta molto
volentieri dal cavaliere della stabilità economica Alan Greenspan
è che il valore corrente degli asset finanziari, enormemente
sopravvalutati secondo i criteri tradizionali, sia dovuto alle mutate
condizioni dei fondamentali sottostanti.
Sappiamo a cosa abbia portato questo insano paradigma:
il miracolo della produttività, la New Economy, l’insano
ottimismo e la dilagante avidità degli investitori, la bolla
dei mercati azionari, la successiva deflagrazione e il crollo del
Nasdaq di oltre il 75% dai livelli del marzo 2000.
La ripetizione ad libitum del ritornello, supportato
da una politica monetaria estremamente accomodante, non cessa di
illudere la maggior parte degli operatori. Di conseguenza continua
a trattenere aria nel mercato azionario e a soffiarne di maggiore
in altri settori per ora immuni alla crisi, come quello immobiliare.
Pur con un Nasdaq massacrato e un S&P sotto di oltre il 40%
dai massimi, la fiducia degli investitori rimane nelle sorti del
Dow Jones, indice storico dello stato di salute dell’economia
USA, e nel paradossale aumento dei prezzi delle case.
Non è un caso che ogni storno sostanziale
del Dow Jones (settembre 2001 e luglio 2002), equivalente a un crollo
abilmente spalmato su più giornate, sia seguito da un violento
rimbalzo. Come a rattoppare la fiducia prima che si incrini definitivamente.
Il Dow oggi è ritornato a sfiorare i 9000 punti, +20% dai
minimi di luglio, appena un –25% dai massimi del 2000.
Gestori ed analisti, fino a qualche mese fa abbandonati
a dei sentimenti economici di estrema follia, hanno di recente ridimensionato
le proprie assurde previsioni nei limiti di un insano ottimismo.
La Repubblica riporta che “secondo un'indagine di Merrill
Lynch, in luglio i gestori credevano ancora in una crescita del
10 per cento degli utili per azione. In agosto invece domina
la cautela, per cui crescita, profitti e prezzi delle azioni
sono previsti in aumento del 7 per cento”.
Non solo da due anni non si assiste a una crescita
significativa degli utili delle aziende ma, al di là dei
numeri da propaganda riportati dalle aziende, i massimi livelli
di profitto in termini assoluti erano stati raggiunti già
qualche anno prima dello scoppio della bolla. Da allora sono solo
scesi (ultimamente in maniera drammatica) e all’orizzonte
non si vede alcun segnale di inversione di tendenza come sottintendono
invece le previsioni dei gestori (e come indurrebbero a far pensare
le quotazioni attuali).
Non sappiamo che film guardino sui monitor dei loro
uffici i soggetti intervistati da Merril Lynch ma si deve trattare
senza dubbio di qualche produzione disneyana, appositamente studiata
a loro uso e consumo. Una favola per imberbi dove si può
arrivare sulla luna con una scala a pioli. Definire poi “cautela”
una previsione molto ottimistica come quella riportata dai sondaggi
ci fa ridere di buon gusto. Il susseguirsi incessante delle fiere
degli orrori come quella presentata dal sondaggio in questione ci
sta rendendo insensibili a certe idiozie che una volta erano in
grado di farci rabbrividire.
Ritornando al cavaliere Alan e alla fiducia fornita
dal vigore del mercato immobiliare, il suo pericoloso paradigma
ha trovato di recente nuove specifiche applicazioni. Nella testimonianza
di luglio di fronte al Congresso Greenspan ha ripetuto l’invariabile
ritornello: i prezzi delle case rifletterebbero il mutamento dei
fondamentali economici, che avrebbero indotto le famiglie a riporre
maggior valore nella proprietà della casa.
Come al solito niente di cui preoccuparsi. Le bolle speculative
per Greenspan sono e rimangono un fenomeno riconoscibile solo a
posteriori.
Un interessante articolo di Dean Baker “The
Run-Up in Home Prices: Is It Real or Is It Another Bubble?”
quantifica il sostanziale aumento del prezzo delle case negli ultimi
sette anni, +30% al netto dell’inflazione, e discute le prevedibili
conseguenze dello scoppio di quest’altra bolla speculativa
sotto gli occhi di tutti meno che quelli del più grande banchiere
(delle bolle) di tutti i tempi.
Non ci sono ragionevoli motivi per giustificare un
aumento delle case di queste proporzioni. A parte casi specifici
legati all’appetibilità dell’immobile in una
certa zona, il valore delle case nel lungo periodo non dovrebbe
aumentare molto più del livello di inflazione. In fondo l’immobile
è soggetto all’usura del tempo e in assenza di opere
di miglioramento e ristrutturazione tenderebbe addirittura a perdere
valore.
Secondo le stime di Baker l’incremento dei
prezzi ha portato a una creazione di ricchezza pari a 2.6 trilioni
di dollari. I suoi due scenari prevedono lo scoppio della bolla
con la distruzione del 50% e del 100% della ricchezza virtuale di
cui le famiglie americane hanno beneficiato negli ultimi anni.
Considerando che la bolla delle case ha contribuito
a sostenere l’economia tramite due canali principali:
1) la spesa in prodotti legati all’arredamento della nuova
casa;
2) la spesa in consumi finanziata dall’estrazione di “equity”
dall’immobile, ossia dalla monetizzazione di parte del valore
incrementale dello stesso immobile al netto del mutuo residuo, in
cambio di ulteriore debito (il cosiddetto refinancing);
lo scoppio della bolla porterebbe sia a una contrazione
dei consumi legati ai prodotti relativi alla casa che ai consumi
in generale. L’impatto potrebbe essere stimato tra l’1.4%
e il 2.9% del GDP. Inoltre la diminuzione dei prezzi porterebbe
molte famiglie, indebitate oltre misura e in certi casi onerate
da rate mensili pari al 40% del proprio reddito, a dover pagare
un mutuo al di sopra del nuovo valore della casa. Ciò alzerebbe
la probabilità di fallire i pagamenti, con evidenti ripercussioni
sul settore finanziario che sta massicciamente finanziando sia l’acquisto
di nuovi immobili che l’estrazione di equity in cambio di
nuovo debito.
Il collasso quasi contemporaneo della bolla azionaria
e di quella immobiliare (per l’esattezza due anni di differenza
da una esplosione all’altra) ha gettato il Giappone nella
crisi più lunga del dopoguerra. Gli USA stanno andando incontro
agli stessi rischi, in una situazione del tutto analoga se non peggiore
a quella nipponica. Il processo deflattivo è già in
corso e lo scoppio della bolla immobiliare, a distanza così
ravvicinata da quella delle borse, potrebbe aggravare irrimediabilmente
la situazione.
Analogamente a Baker riteniamo che la causa della
creazione della bolla sia dovuta a pessime politiche economiche,
soprattutto di natura monetaria, ma differentemente dall’autore
non crediamo che i provvedimenti tesi a riparare il danno potranno
essere efficaci, così come non lo sono stati quelli mirati
a risanare la crisi dei mercati azionari.
Riprendendo un altro ritornello sicuramente
più saggio di quello abbaiato da Greenspan e tratto invece
dai commenti giornalieri di Bill Fleckenstein (www.realmoney.com),
ripetiamo volentieri che le bolle finanziarie non possono essere
sanate e per questo preciso motivo andrebbero evitate a tutti i
costi. Il prezzo che i cittadini, anche coloro non direttamente
coinvolti nella bolla, sono infatti costretti a pagare in una economia
post-bubble è stato e sarà sempre altissimo, più
terribile e superiore a qualunque immaginazione.
Lo staff
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