| (26/08/02)
In un periodo recessivo come quello attuale, il debito pubblico
degli stati industrializzati rappresenta, come abbiamo
detto, l’iceberg dell’economia mondiale. Deficit
pubblici di bilancio dovuti a minor entrate fiscali e maggiori spese
per stimolare l’economia (o per sostenere spese di guerra
come nel caso degli USA) contribuiscono a gonfiare il debito pubblico
accumulato in passato. Nonostante oramai il debito dei governi sia
diventato un fattore cronico e strutturale degli aggregati economici,
in pochi si chiedono quale sia il suo significato reale e il costo
ad esso associato.
Per cercare di capirlo partiamo dal seguente esempio.
Ipotizziamo che il reddito prodotto da un paese nel corso di un
anno sia pari a 100. Posto che per semplicità non ci siano
altri asset accumulati in precedenza, questo valore rappresenta
tutta la ricchezza disponibile del paese. Lo Stato, al fine di finanziare
le spese pubbliche per l’anno successivo, stimate intorno
a 50, ha tre alternative che consideriamo esclusive l’una
rispetto all’altra:
1) imporre una tassazione pari a 50, ovvero al 50%
del reddito prodotto,
2) stampare moneta pari a 50,
3) prendere a prestito l’ammontare di 50 dai cittadini tramite
l’emissione di obbligazioni, tasso 10%, scadenza un anno.
- nel primo caso, dopo avere subito il prelievo fiscale,
i cittadini rimangono in possesso di una ricchezza pari a 50. I
50 prelevati dallo Stato, teoricamente verranno ridistribuiti alla
popolazione l’anno successivo sotto forma di servizi, realizzazione
di opere pubbliche, etc etc. La ricchezza del sistema nel suo complesso
risulta pertanto invariata e pari a 100;
- nel secondo caso, non essendoci tasse, la ricchezza in possesso
dei cittadini resta 100. La moneta presente nel sistema tuttavia
aumenta di 50, diminuendo il potere di acquisto di quella già
in circolazione. Niente è cambiato rispetto al primo caso,
la ricchezza reale del sistema ammonta sempre a 100;
- nel terzo caso, i cittadini si vedono costretti a finanziare l’indebitamento
dello Stato, rimanendo in possesso di una ricchezza pari a 50. I
50 prestati e parcheggiati nei titoli obbligazionari figurano tuttavia
nei loro portafogli come attività finanziarie. Anche in questo
caso, come nel secondo, l’assenza di tasse li fa sentire più
ricchi. A questo effetto ricchezza si aggiunge quello creato dagli
interessi che vanno a maturare sul prestito.
Poniamo che l’anno successivo il reddito prodotto
rimanga stabile a 100. Il governo, dopo avere speso i 50 durante
il corso dell’anno, si ritrova al punto di partenza con un
ulteriore fabbisogno per l’anno successivo, poniamo sempre
dello stesso ammontare (50). Ipotizzando che il governo scelga sempre
la stessa politica di finanziamento intrapresa precedentemente,
si otterranno nel tempo i seguenti risultati:
1) lo Stato applica costantemente la medesima tassazione
prelevando 50. E’ il caso indubbiamente più semplice:
la ricchezza aumenta di 100 all’anno, anche se 50 vengono
temporaneamente prelevati dallo Stato sotto forma di tassazione
per essere ridistribuiti l’anno successivo;
2) seguendo la seconda politica di finanziamento, lo Stato inflaziona
costantemente la moneta in circolazione, tassando di fatto i cittadini
in maniera analoga al caso numero uno. Anche se il cittadino inizialmente
si sente più ricco per l’assenza di tasse, la diluizione
della moneta circolante presto cambierà le aspettative inflazionistiche
in merito al potere di acquisto della moneta stessa; la ricchezza
aumenta comunque di 100 ogni anno;
3) anche nel terzo caso la ricchezza prodotta e aggiunta a quella
cumulata negli anni precedenti rimane uguale. Tuttavia la percezione
della medesima è ancora maggiore del secondo caso sia per
effetto degli interessi maturati sul prestito che per l’assenza
di elevate aspettative inflazionistiche. Lo Stato seguendo questo
percorso è però costretto a indebitarsi per l’ammontare
portato a scadenza più gli interessi maturati, a cui si somma
ovviamente il fabbisogno per l’anno successivo (quindi 50+5+50=105
per il secondo anno, 105+10.5+50=165,5 per il terzo e così
via).
Nella realtà lo Stato, per finanziare i propri
fabbisogni di spesa, ricorre a tutte e tre le politiche. Qualunque
sia il mix di finanziamento seguito, la ricchezza reale
del paese non cambia: essa è uguale alla somma dei beni prodotti
in passato (patrimonio) più quelli prodotti nell’anno
corrente (reddito).
Nel caso di un sistema chiuso e in assenza di variazioni
del comportamento dei cittadini sui processi produttivi, lo Stato,
a seconda della politica di finanziamento seguita, influenza e modifica
solo la distribuzione del reddito e della ricchezza tra i cittadini.
Consideriamo che il processo venga ripetuto per 10
periodi. Alla fine del decimo i risultati ottenuti nelle ipotesi
1 e 3 (la 2 la trascuriamo in quanto la distribuzione sostanziale
degli asset è riconducibile alla 1) sono:
| |
I ipotesi |
III ipotesi |
| Ricchezza accumulata: |
950 |
950 |
| Attività finanziarie |
0 |
797 |
| Totale ricchezza cittadini: |
950 |
1747 |
| Saldo netto dello Stato |
50 |
-747 |
| Ricchezza Reale: |
1000 |
1000 |
Sulla base di questi risultati è facile comprendere
che:
- il finanziamento dello Stato tramite emissione di debito non modifica
la ricchezza reale del paese, tuttavia è in grado di aumentare
il totale della ricchezza disponibile ai cittadini pari al valore
del debito in circolazione;
- lo Stato praticamente accumula nel tempo un debito pari alla somma
dei deficit finanziati (o delle tasse non prelevate) più
gli interessi generati dalle obbligazioni e via via capitalizzati.
Si noti inoltre che:
- l’eventuale rimborso delle obbligazioni annullerebbe le
attività finanziarie in mano ai cittadini, ridimensionando
l’illusione di ricchezza per un ammontare pari al debito rimborsato.
Tuttavia perché ciò avvenga sono necessari dei surplus
di bilancio. Ciò può avvenire o riducendo le spese
(alle quali però si aggiungono anno dopo anno gli interessi
maturati) o aumentando i ricavi (maggiori tasse); alternativamente
ciò può essere ottenuto tramite la monetizzazione
del debito (come da ipotesi numero 2);
- le generazioni presenti ereditano gli asset di quelle passate
ma ricevono anche l’onere di pagare le tasse differite che
si sono accumulate nella voce debito pubblico.
In una situazione come quella reale, in cui la dimensione
del debito pubblico continua ad aumentare di anno in anno, i cittadini
dovrebbero essere quindi consapevoli di almeno due fattori:
- gli interessi capitalizzati sul debito e i nuovi deficit non rappresentano
altro che una tassazione differita nel futuro ovvero il totale del
debito sintetizza il totale delle tasse non prelevate nel passato
che ragionevolmente prima o poi qualcuno dovrà pagare;
- per quanto lo Stato (soprattutto uno dotato di forte credibilità)
sia in grado di evitare la bancarotta ricorrendo senza limiti all’emissione
di nuovo debito, livelli più elevati di indebitamento dovrebbero
innalzare le probabilità che lo Stato ricorra alla monetizzazione
per arrestare l’emorragia di spese. In teoria quindi l’effetto
ricchezza dovrebbe essere gradualmente compensato dalle aspettative
inflazionistiche al pari dell’ipotesi di finanziamento numero
due.
Il caso giapponese, che presenta un livello di indebitamento
su GDP prossimo al 150% contro il 60% attuale degli USA, negherebbe
fermamente questa ipotesi. E’ qua che a nostro avviso i cittadini
vengono ingannati nella formazione delle proprie aspettative: il
finanziamento del debito pubblico è percepito esclusivamente
come innalzamento della ricchezza disponibile sotto forma di attività
finanziarie mentre le aspettative inflazionistiche conseguenti alla
crescita del debito pubblico sono pressoché nulle.
In altre parole, pur in un ambiente caratterizzato
da costanti deficit pubblici di bilancio, gli operatori continuano
a percepire erroneamente il debito di Stato come free-risk, privo
di rischio, e continuano ad assorbirlo senza scontarne le ragionevoli
aspettative inflazionistiche. Ciò avviene in maniera ancora
più paradossale nei periodi di recessione come quello attuale,
caratterizzati da deficit di bilancio più ampi.
L’esempio riportato è indubbiamente
molto rigido ma non troppo distante dalla realtà. Gli effetti
dovuti alla illusione di ricchezza indotta dall’aumento del
debito sono in realtà molto complessi, tuttavia l’effetto
netto è riconducibile sempre al medesimo, già analizzato
con riferimento alla bolla speculativa dei titoli azionari: l’aumento
degli asset finanziari dei consumatori innesca una ricchezza illusoria
sulla quale essi tendono a prendere delle decisioni economiche tanto
più distorte quanto più il livello di credito/debito
è elevato.
Considerando l’economia mondiale nel suo complesso
il sistema è di fatto, come nel nostro esempio, un sistema
economico chiuso. La ricchezza totale delle nazioni è rappresentata
dai mezzi di produzione (naturali o prodotti dall’uomo) e
dal totale dei beni prodotti in passato, al netto delle voci di
debito credito che invece si compensano e si annullano in maniera
reciproca.
Anche qualora tutti gli Stati dichiarassero
bancarotta la ricchezza totale non cambierebbe. Cambierebbe però
drasticamente la distribuzione della stessa e l’incidenza
sulle capacità di reddito future.
I creditori dei titoli di Stato sarebbero i più
colpiti nel caso di bancarotta. Nel caso di monetizzazione del debito
i costi invece ricascherebbero indistintamente su tutti i detentori
di moneta cartacea e asset finanziari. La tassazione da inflazione
colpirebbe infatti tutti coloro che detengono attività finanziarie,
delle quali la moneta rappresenta quella primaria.
All’aumentare del debito pubblico, quindi,
i rischi associati al fallimento e alla monetizzazione del debito
dovrebbero ragionevolmente aumentare. Cosa che a nostro avviso avviene
solo in piccola misura, lasciando aperta la strada a una pericolosa
e distruttiva illusione di ricchezza e prosperità della quale
presto o tardi i cittadini dovranno tenere conto:
- o brutalmente al verificarsi di uno dei due eventi,
fallimento o monetizzazione in tempi brevi (cosa che avviene ancora
di frequente nelle economie più deboli),
- o gradualmente attraverso un innalzamento dei tassi di interesse
richiesti per sottoscrivere nuovo debito, ovvero tramite una riduzione
del valore del debito e degli asset finanziari (il valore nominale
delle obbligazioni scende al crescere dei tassi offerti).
In quest’ultimo caso i soggetti creditori subirebbero
una graduale erosione del valore delle proprie attività finanziarie
detenute in portafoglio col rischio di trovarsi a loro volta in
difficoltà patrimoniali e quindi maggiormente esposti all’eventualità
del fallimento.
Premesso che gli Stati più industrializzati,
ricorrendo in ultima istanza alla monetizzazione del debito tramite
la banca centrale, non possono fallire, la possibilità reale
dell’insolvenza e il vero rischio di bancarotta verrebbero
trasferiti agli operatori economici finali. Ciò in ultima
analisi costituisce una minaccia concreta sia per la stabilità
dell’intero sistema economico che per la corretta funzionalità
dei processi di produzione della ricchezza e, quindi, in sintesi,
per le capacità future di produrre reddito.
Lo staff
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