| (10/09/02)
I dati sul mercato del lavoro portano sempre con sé un’aurea
di ingannevole ottimismo che non ha eguali tra le varie statistiche
macroeconomiche americane. Dopo avere portato avanti una lunga serie
di correzioni al ribasso dei dati rilasciati il mese precedente,
gli statistici che redigono il numero di nuovi impiegati e il tasso
di disoccupazione sono passati ad altre strategie di camuffamento
della crisi relativa al mercato del lavoro. Qualcuno (come noi)
cominciava giustamente a inalberarsi di sdegno. Forse la difesa
ultima di un barlume di affidabilità li ha spinti a fare
leva su altre variabili.
Nel complesso i dati rilasciati venerdì sono
stati accolti positivamente dai mercati. Contro le attese di un
tasso di disoccupazione del 6% è stato rilasciato un ottimo
5.7% (era 5.9% il mese prima) e contro un numero atteso di 30 mila
nuovi occupati è stato comunicato un +39 mila. Il dato precedente
è stato rivisto finalmente al rialzo di 60 mila unità:
da soli seimila a ben 66 mila.
Tutto bene quindi, il Dow Jones ha festeggiato venerdì
6 settembre segnando una giornata positiva. Oramai, come anche nel
caso degli earnings di Intel, nonostante i numeri siano comunque
modesti (in valore assoluto, non relativo alle aspettative) e lontani
dal lasciar presagire una consistente ripresa, le borse riescono
almeno a salire tirando un sospiro di sollievo. Si giubila fintanto
che si riesce a evitare la catastrofe.
Tuttavia la solita accurata lettura tra le righe
dei dati ufficiali lascia spazio per un ridimensionamento dell’euforia
iniziale con la quale i media hanno bombardato gli investitori.
La creazione di posti di lavoro nel settore
privato è stata in realtà negativa. Il primo
caso dall’aprile 2002. Ben 41 mila posti di lavoro fanno parte
infatti della sottovoce lavoratori pubblici, lasciando una variazione
netta di –2 mila impiegati nel settore privato. Per fortuna
leggiamo che si tratta di lavoratori addetti alla sicurezza pubblica
e tiriamo un sospiro di sollievo (ogni tanto qualcuno ce lo meritiamo
anche noi). Al numero di 41 mila nuovi posti di lavoro nel settore
pubblico la nostra mente era già corsa alla opprimente burocrazia
degli scritti Kafkiani del Processo.
Non solo, la variazione di occupati nel settore manifatturiero,
il settore strettamente produttivo che in America oramai ha lasciato
spazio quasi interamente alla produzione di servizi (tipo compilare
la pratica di un mutuo in 15 minuti), si è ridotta di ben
68 mila unità. Poco di cui preoccuparsi, le industrie americane
oramai costruiscono gli stabilimenti all’estero dove la manodopera
costa poco. Una normale conseguenza della legge del vantaggio comparato
sulla quale si basa il principio di scambio internazionale. Peccato
che poi i salari degli operai stranieri gira che ti rigira finiscono
quasi sempre con il riacquistare asset finanziari in dollari. Ma
questo è un tema delicato che affronteremo nei prossimi giorni.
Nei quattro mesi precedenti la perdita di posti di
lavoro nel settore manifatturiero era stata in media pari a 18 mila
unità. Un incremento, quello di venerdì, non indifferente.
Compilare le pratiche dei mutui oramai garantisce margini di profitti
più elevati rispetto ad attività come l’estrazione
di oro (disdegnato da tempo anche dalle banche centrali), l’estrazione
di risorse naturali come il natural gas o il petrolio (a cui pensa
il medioriente), o infine la ricerca e lo sfruttamento di semplici
risorse idriche (la cui scarsità in certe aree degli USA
costituisce un serio problema ancora trascurato).
Nel complesso il numero di persone non impiegate
per un periodo minimo di almeno 15 settimane è aumentato
nel giro di anno di oltre il 50%. Niente di cui preoccuparsi. In
America da circa una decina di anni si è presa l’abitudine
di vivere al di sopra della proprie possibilità. A finanziare
la spesa del cittadino con o senza posto di lavoro continua a pensarci
lo straniero che mantiene nel proprio portafoglio oltre il 40% dei
titoli di stato americani. Lo stesso straniero al quale il paese
USA sta presentando un deficit annuo di 500 bilioni di dollari,
quasi 2 B al giorno, per un totale di debito accumulatosi negli
ultimi 10 anni che viaggia intorno ai 3,5 trilioni di dollari e
che oramai fa degli USA la nazione più indebitata del mondo.
In America da circa dieci anni, a differenza della
maggioranza dei paesi del resto del mondo, le spese non si sostengono
con i risparmi ma vengono finanziate in larga parte con il credito.
I dati rilasciati ieri alle 15 ora di NY, praticamente in sordina
e senza squilli di trombe (seguiti invece al rilascio dei dati sul
lavoro di venerdì), indicano che i debiti personali del consumatore
sono saliti di 10,8 B di dollari (+7,6%) contro i 10 B attesi e
gli 8,9 B del mese precedente. Il dato più alto degli ultimi
9 mesi. Il totale del debito accumulato dai consumatori è
quindi cresciuto ulteriormente dai 1,713 trilioni di giugno ai 1,724
T di luglio.
La recessione è evidentemente ancora
lontana dal compiere il proprio “lavoro tradizionale”:
ridurre gli eccessi e spingere i consumatori a ripagare i propri
debiti. Non a caso, e forse giustamente, analisti ed esperti continuano
a sostenere che gli USA non sono in recessione. No, il tempo delle
vacche magre deve ancora arrivare. E il Dow Jones sta ancora a 8570.
Lo staff
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