| (24/09/02)
Da diverso tempo la maggior parte delle speranze sulla ripresa economica
vengono riposte in una categoria ben precisa di attori economici:
i consumatori.
Oggi negli USA è stato rilasciato il dato
sulla fiducia dei consumatori. Leggermente migliore delle aspettative
(93.3 contro 92.1 atteso) ha immediatamente suscitato sui mercati,
a parziale dimostrazione della tesi esposta sopra, una reazione
decisamente positiva benché di breve durata.
Non sappiamo di quali sostanze facciano abuso i consumatori
americani (a parte massicce dosi di credito a finanziamento zero),
o coloro che redigono la statistica di cui sopra, tuttavia per rispetto
formale all’ufficialità dei dati preferiamo non mettere
in discussione la validità dei numeri presentati. Del resto,
se gli esperti stessi non sono in grado di comprendere il quadro
generale dell’economia americana, dubitiamo fortemente che
l’opinione del consumatore medio in merito alle prospettive
dell’economia possa essere dotata, in questa particolare congiuntura,
di un ragionevole buon senso.
Piuttosto, nell’ottimismo sottinteso da quei
numeri, ravvisiamo un pericolo ben preciso: la creazione di un abbaglio
collettivo autoindotto che possa spingere i consumatori, come del
resto accade da oltre 2 anni, ad assumere ancora più debito
(e quindi più rischi) per finanziarie il livello già
elevato e, probabilmente superfluo, dei propri consumi. Se forse
ciò servirà a sostenere i mercati azionari intorno
a questi livelli per altri 2-3 mesi, difficilmente servirà
a fare ripartire la VERA ripresa economica.
Le statistiche relative all’indebitamento del
consumatore americano sono sufficienti di per sé a chiarirci
quale sarà la tendenza dei consumi nel medio periodo. Sulla
base della attuale posizione finanziaria del consumatore americano,
a livelli di stress mai sperimentati in precedenza negli USA, né
in nessuna altra economia del mondo, possiamo ragionevolmente intuire
che quel trend non potrà essere positivo.
Le statistiche sui fallimenti di pagamento delle
carte di credito confermano già l’insostenibilità
dei consumi attuali. Prima o poi il signor John Sixpack (come viene
definito scherzosamente l’americano medio) dovrà mettere
un freno alle proprie spese stimolate dal credito facile sia per
cominciare a ripagare i debiti accumulati che per tornare a risparmiare
come la maggior parte degli esseri umani del pianeta.
Molte persone fanno fatica a concepire il reale significato
del credito. Il credito non è altro che la possibilità,
di costo pari al tasso di interesse caricato, di spendere adesso
il reddito futuro. L’americano medio ha un debito personale
maggiore del proprio reddito annuo, ovvero ha già speso oggi
tutto il reddito dei prossimi 12 mesi di lavoro (sempre che riesca
a mantenere il proprio posto). In altre parole, oltre a lavorare
5-6 mesi all’anno per pagare le tasse allo Stato (una CRESCENTE
percentuale delle quali a loro volta serve a pagare i CRESCENTI
interessi sull’enorme debito pubblico americano) l’americano
medio in futuro dovrà lavorare almeno 12 mesi per ripagare
i consumi già sostenuti finora, e magari anche qualche altra
settimana in più per pagare gli interessi sul debito in essere.
Il rischio di un pericoloso avvitamento dell’economia
per una contrazione dei consumi tesa a sanare il debito accumulato
in questi anni è del tutto evidente: più licenziamenti,
meno reddito per ripagare i debiti, meno consumi, meno vendite,
costi più elevati, ulteriori licenziamenti. Cercare di sostenere
l’economia solo tramite i consumi è quindi estremamente
pericoloso. Ed è quello che si è fatto negli ultimi
due anni e che si sta continuando a sollecitare ancora adesso per
cercare di far ripartire l’economia.
Le aziende, nonostante l’abbondanza di credito
a disposizione, non hanno necessità di ricorrere a ulteriore
debito per investire quanto piuttosto per finanziarie una situazione
patrimoniale già disastrata. Le strutture esistono già
(overcapacity) ma vengono utilizzate parzialmente per produrre una
quantità eccessiva di beni (overproduction).
Non solo, fare leva principalmente sul consumatore
per stimolare la ripresa getta le basi per ulteriori distorsioni
nell’economia reale e pone quindi i presupposti per ulteriori
problemi.
A tal proposito è estremamente interessante
l’articolo di Frank Shostak “ Monetary
policy, the pattern of consumption and boom-bust cycles”
Riassumendo ed estendendo i concetti dell’articolo,
possiamo affermare che:
- i consumi alimentati dal credito tendono a distorcere
i fattori produttivi e quindi la produzione stessa di beni reali
e servizi;
- in una situazione di credito già estremamente favorevole,
continuare ad abbassare i tassi per agevolare i consumi non fa che
intensificare l’insostenibile modello di spesa dei consumatori
con il risultato di rendere in futuro ancora più severa la
contrazione economica (“another lowering of the federal
funds rate target will further intensify the already unsustainable
pattern of consumer consumption and thereby make the current economic
slump much more severe”);
- il consumo non stimolato (nel lungo termine) dalla
produzione ma solo dal credito si traduce in mero consumo e non
in produzione di ricchezza (“note that while in an unhampered
market economy demand for goods is exercised through the production
of goods, now the central bank money out of thin air permits consumption
without production”);
- la dinamica di cui sopra finisce con il minare
le fondamenta del sistema produttivo, distruggendo e non creando
ricchezza (“in this way, money "out of thin air"
destroys savings and sets up the dynamics of the consequent shrinkage
of the production flow”);
- coloro che usufruiscono dell’estensione del
credito in maniera diretta e quindi più rapida sono anche
quelli che riescono ad avvantaggiarsene realmente a scapito dei
ritardatari o di coloro per i quali l’accesso al credito è
più difficile (“the injection of new money to the
economy benefits individuals that receive the newly created money
first at the expense of those individuals who don’t receive
the new money at all, or receive it late”).
Secondo questo ultimo concetto, non sviluppato completamente
nell’articolo, si troverebbe anche la chiave del crescente
disequilibrio mondiale del benessere, a tutto vantaggio delle economie
più industrializzate (che hanno fondato la propria recente
espansione principalmente sul credito) e a evidente danno delle
altre economie, di quelle satellite come brasile, argentina, uruguay
etc etc e soprattutto di quelle sottosviluppate (“those
who don’t receive the newly printed money at all, have less
real funding at their disposal. This in turn undermines their demand
for the various essential goods required to sustain their life and
well being”).
In maniera molto provocatoria possiamo quindi dedurre
che:
- seguendo i consigli dispensati da più parti,
e proprio ieri anche dal primo ministro italiano, sarebbe meglio
a questo punto spendere che risparmiare, soprattutto nel caso che
la spesa venga sostenuta tramite l’utilizzo del credito. A
pagarne le spese saranno comunque le economie più deboli
o comunque coloro che continuano ad arrivare in ritardo nell’utilizzo
del credito messo a disposizione dalla liquidità creata dalla
banche centrali!
- in un caso di default generalizzato di sistema,
i consumatori che sono stati in grado di approfittare massicciamente
del credito per sostenere un tenore di vita al di sopra delle possibilità
si ritroverebbero nella posizione relativamente privilegiata di
non dover pagare i conti finali. Conti che verranno presentati invece
in larga misura a tutti coloro che non hanno saputo o potuto approfittare
di quel credito e che magari risparmiando hanno contribuito, con
quel risparmio stesso, a finanziare indirettamente i consumi dei
primi. L’America secondo i ratio di debito macroeconomici
è la nazione più indebitata del mondo, o comunque,
secondo i numeri delle partite correnti, il più grosso debitore
netto mondiale. Nel caso remoto ma non impossibile di fallimento
del sistema, chi ha già speso (tra le persone fisiche prevalentemente
l’americano medio e tra quelle giuridiche gli Stati che presentano
i più alti livelli di debito pubblico) ha comunque goduto
del consumo di beni anticipati da qualcun altro, e il qualcun altro
è inevitabilmente chi ha risparmiato. Quindi meglio spendere
adesso che rischiare di non poterlo più fare dopo.
Sulla base di queste considerazioni altamente
provocatorie lasciamo quindi al consumatore l’esercizio del
proprio “diritto” di spendere con la massima prodigalità,
pur ricordando che quel “diritto” è “legittimato”
dal contesto economico nel quale vive (in questo contesto gli abitanti
della Tanzania non avrebbero gli stessi “diritti” degli
abitanti del Lussemburgo, vedi come proxy del credito la tabella
di reddito pro capite mondiale).
Alle autorità monetarie, invece, il dovere di riflettere
sui costi e benefici (non solo locali) di quelle spese stimolate
principalmente dalla facilità di accesso al credito.
Lo staff
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