| (05/11/02)
I flussi commerciali del pianeta seguono prevalentemente due canalizzazioni:
una di merci reali, soprattutto prodotti finiti, che vengono lavorate
nel resto del mondo ed esportate negli USA, e una contraria e opposta
di dollari, che vengono “prodotti” ed “esportati”
dagli USA nel resto del mondo in pagamento di quei beni.
Ci sono dei fattori che lentamente stanno portando
questo scambio, merci contro carta, verso una interessante rivoluzione:
- il dollaro è una delle valute più “inflazionate”
del pianeta. Come abbiamo più volte esaminato, dal 1995 l’offerta
di carta verde da parte della banca centrale americana è
aumentata incredibilmente sia a livello di aggregati monetari primari
che creditizi in generale;
- lo scambio continuativo di merci contro carta ha portato gli USA
a essere la nazione più indebitata del pianeta. Il deficit
commerciale americano sfiora il 5% del GDP, un livello critico che
spesso origina forti problemi valutari.
Tutti i paesi che continuano oggi ad accettare dollari
in cambio di materie prime, semilavorati e prodotti finiti, si stanno
trovando in una situazione sempre più imbarazzante: continuare
o meno a mantenere in portafoglio i biglietti verdi altamente “inflazionati”
e tutti gli asset finanziari in essi denominati. Per qualche paese
il dilemma si pone in termini addirittura più radicali: continuare
ad accettare direttamente quella carta contro la consegna di beni
reali o chiedere in pagamento altre valute più sane e solide.
Finora lo scambio è stato ampiamente giustificato
da due ragioni principali:
- il successo della politica americana a sostegno
di un dollaro forte, politica in crisi, tuttavia, dai primi mesi
del 2002 quando il biglietto verde ha cominciato a cedere sotto
i colpi della propria effettiva diluizione. Vediamo nel chart seguente
l’andamento del Dollar Index dal 1986 al 2002, l’indice
sintetizza l’andamento del dollaro verso il seguente paniere
di valute estere: Euro (57,6%), Yen (13,6%), Sterlina Inglese (11.9%),
Dollaro Canadese (9,1%), Corona Svedese (4.2%), Franco Svizzero
(3.6%),

fonte: Bloomberg
- i vantaggi apportati dalla debolezza delle proprie
valute nei confronti del dollaro. Questo fattore ha favorito nel
tempo la crescita delle economie del resto del mondo sia attraverso
l’aumento delle esportazioni verso gli USA stessi che, in
maniera ben più solida, attraverso la realizzazione di investimenti
reali sul proprio suolo, i quali a loro volta hanno creato ricchezza
reale e posti di lavoro ad un costo, in dollari, relativamente basso.
Mentre l’economia USA ha vissuto negli ultimi
anni una drammatica deindustrializzazione riducendosi a un’economia
di produzione e vendita dei servizi (la compilazione dei mutui e
dei finanziamenti a tasso zero, come ironicamente abbiamo già
sottolineato) alcuni paesi più deboli ma con un forte potenziale,
come la Cina, hanno sviluppato e rafforzato notevolmente il proprio
tessuto produttivo.
Di fronte a questa netta e divergente caratterizzazione
lo scambio commerciale “carta contro merci” sta diventando
col tempo sempre più squilibrato e, all’accumularsi
progressivo di dollari da parte dei paesi con il più alto
potenziale produttivo e manifatturiero, anche sempre meno vantaggioso.
La crescente debolezza del dollaro minaccia infatti l’enorme
quantità di carta accumulata sia dai beneficiari di quegli
scambi commerciali (e quindi anche il loro relativo benessere e
la loro posizione finanziaria) che dalle banche centrali straniere,
le prime a trovarsi in una situazione estremamente imbarazzante:
la maggior parte delle loro riserve oramai è costituita proprio
da dollari.
Sull’onda di questi timori cominciano ad emergere
anche i primi segnali che alcuni paesi (zona Indonesia e paesi arabi)
possano voltare le spalle all’accettazione di dollari come
valuta standard a pagamento delle transazioni commerciali e/o procedere
alla totale smobilizzazione delle riserve accumulate finora.
Non è un caso, forse, che il recente rally
delle borse americane non sia stato accompagnato dalla forza del
biglietto verde. Al contrario il Dollar Index è sceso rompendo
un importante supporto che lo proietta verso nuovi minimi (sotto
100, fino a un target eventuale e successivo di 91.50) :

fonte: Bloomberg
L’inseguimento dei prezzi dei titoli azionari
americani non sta coinvolgendo gli stranieri (impegnati del resto
a inseguire i prezzi azionari locali). Il rally recente, piuttosto,
è stato visto all’estero come una buona occasione per
procedere alla vendita di asset denominati in dollari. Questi, oltre
a rimanere estremamente sopravvalutati, non sono sostenuti dal miglioramento
dei fondamentali reali quanto invece da strategie di supporto delle
quotazioni volte, presto o tardi, al totale fallimento.
Come si vede dal primo grafico, il trend rialzista
del dollaro cominciò nel 1995, stranamente lo stesso anno
di nascita del movimento più dirompente e speculativo che
spinse al rialzo gli indici azionari americani, movimento favorito
a sua volta dalla politica monetaria più espansiva della
storia degli USA.
Una contraddizione di termini che ha funzionato grazie alla “vendita”
del miracolo economico americano ma che ha portato gli stranieri
ad accumulare asset finanziari denominati in dollari a prezzi gradualmente
sempre più elevati in termini di dollari e ancora più
elevati se valutati in termini di divisa estera.
Solo la totale accettazione del “miracolo americano”
da parte degli stranieri ha permesso infatti alla FED di operare
le massiccie iniezioni di liquidità a sostegno dell’economia,
che caratterizzano la crescita degli aggregati monetari e creditizi
americani degli ultimi anni, senza che ciò portasse all’inflazione
dei prezzi al consumo. Al contrario l’effetto di quella politica
monetaria si è tradotto nell’inflazione dei prezzi
degli asset finanziari, ovvero nella crescita parabolica delle borse
che ha costituito il fenomeno della bolla.
L’eccessiva offerta di moneta si traduce in
inflazione dei prezzi al consumo qualora essa sia notevolmente maggiore
della domanda di moneta. In un sistema economico aperto dove la
domanda di dollari si estende nella pratica alle diverse economie
del globo, la massiccia offerta di dollari avvenuta dal 1995 ad
oggi è stata più che compensata da una eccessiva domanda
in grado di neutralizzare l’effetto inflattivo.
Tuttavia, da qualche tempo, l’offerta ancora
eccessiva di dollari (la liquidità necessaria a sostenere
la bubble economy oramai in crisi) non trova più come corrispettivo
la forte domanda presente fino a qualche mese fa. L’interazione
domanda e offerta sta favorendo, in altre parole, un ulteriore cedimento
del biglietto verde.
Il problema maggiore è che in caso di debolezza
o addirittura di crisi, una valuta viene difesa dalla banca centrale
attraverso il rialzo dei tassi di interesse, proprio il contrario
di quello che la FED dovrebbe fare domani. Tassi di interesse sui
minimi da 40 anni, l’assenza di una vera ripresa economica,
il deficit commerciale prossimo al 5% indeboliscono e continueranno
a indebolire il dollaro favorendo la fuga di capitali verso paesi
con tassi di interesse più elevati o con prospettive migliori
e, in ultima analisi, verso asset puri, come i metalli e le commodities
in genere.
In ogni caso, la difesa della valuta americana sarebbe
di fatto impossibile in quanto il rialzo dei tassi farebbe letteralmente
esplodere ogni bolla presente nel sistema americano.
Vediamo prima di chiudere i grafici del Dow Jones
e dell’S&P 500 secondo la quotazione del Dollar Index
(ottenuta moltiplicando l’indice azionario per il valore del
Dollar Index diviso cento):
Dow Jones in Dollar Index

fonte: Bloomberg
S&P 500 in Dollar Index

fonte: Bloomberg
Le quotazioni rimangono ancora molto alte e la discesa
verso le trendline di lungo periodo si compierà congiuntamente
attraverso il calo delle borse e il deprezzamento del dollaro. Volendo
isolare i due effetti, ad esempio, un Dow 5000 in termini di Dollar
Index potrebbe ottenersi alternativamente con il Dollar Index fermo
su questi livelli (106) e il Dow Jones a 4716, oppure con il Dow
a 8500 e il Dollar Index precipitato a 58. In ogni caso, qualunque
sia il target dato dalla combinanzione dei due fattori, la prossima
discesa degli indici sarà indubbiamente molto sfavorevole
per qualunque investitore straniero.
E’ nostra opinione che alla luce di queste
prospettive i capitali intelligenti stiano continuando ad abbandondare
gli asset cartacei in dollari. La discesa del Dollar Index (e anche
l’Eur/$ tornato oggi sopra la parità) e l’indice
CRB delle commodities in rialzo da inizio anno ne sono i segnali
più chiari. Il recente rialzo dei tassi di lungo periodo
e l’inclinazione della pendenza della curva dei tassi americana,
invece, solo i primi pericolosi effetti.
Lo staff
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