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Ancora con la testa nella bolla

(7/11/02) Greenspan ha tagliato. Il mercato si attendeva venticinque basis points. Secondo noi un taglio di venticinque basis points non avrebbe avuto senso. Le nostre ipotesi erano o tassi invariati o mezzo punto. L’uomo delle bolle ha optato per la seconda opzione che, tra le due, ritenevamo meno probabile. Del resto, pur facendo finta di ignorare la situazione reale dell’economia, il banchiere centrale più potente (e da qualche anno più incompetente) del pianeta conosce molte più cose di noi e di chiunque altro (anche se di conseguenza le sue scelte, più che essere guidate da decisioni economiche, vengono da qualche anno guidate da decisioni strettamente politiche).

Alla luce del taglio che ha colto di sorpresa la maggior parte degli operatori possiamo cominciare a fare diverse considerazioni. La prima è che il mercato è spesso irrazionale e la bolla lo ha dimostrato in pieno: l’avidità e la paura comandano le quotazioni più della razionalità delle scelte. La bolla ha dimostrato anche che il mercato può rimanere irrazionale per un periodo più lungo di quello che ogni essere dotato di intelletto possa immaginare. Non è un caso che molti lucidi analisti vedevano lo scoppio della bolla già nel 1996 e vennero invece delusi per altri lunghi quattro anni. Nel breve periodo, quindi, può succedere di tutto: le borse tornare a risalire e gonfiarsi ancora. E’ la strada che hanno intrapreso ultimamente e che, seppur dopo qualche prima incertezza, hanno continuato a percorrere ieri dopo il taglio a sorpresa.

Per quanto incredibile, sembra di rivivere lo stesso identico percorso di fine 2001: la storia insegna ma l’uomo non impara nulla. Confrontiamo, come suggerisce Tony Dwyer di realmoney.com, il rally di 12 mesi fa con quello attuale, entrambi a distanza di cinque settimane dai minimi:

  Q4 2001 Q4 2002
DJIA +16% +19%
S&P 500 +15% +18%
Nasdaq +24% +26%

Secondo il medesimo scenario lo spazio di crescita che le borse avrebbero davanti per eguagliare le performance totali realizzate dal rally di fine 2001 sarebbe il seguente:

  Q4 2001 Q4 2002
  totale rialzo margine di rialzo
DJIA +23% +4%
S&P 500 +21% +3%
Nasdaq +44% +18%

Le considerazioni che facciamo solitamente e che faremo anche di seguito sono quindi valide nel medio lungo termine e andranno valutate anche alla luce di ciò che faranno oggi, in mattinata, la Banca Centrale Europea e la Banca d’Inghilterra. Siamo dell’idea che dopo la mossa di oggi della FED esse siano costrette entrambe a tagliare. Forse le mosse sono state addirittura concordate e più tardi si reciterà solamente un copione scritto a più mani.

In questo caso la nuova, inutile e pericolosa ondata di liquidità, accompagnata dall’illusione irrazionale che ulteriori tagli dei tassi su entrambe le sponde dell’oceano atlantico possano riavviare le economie, potrebbe mantenere le teste degli investitori in bolla ancora per qualche altro mese. Poi inevitabilmente, come non hanno funzionato i tagli effettuati nel 2001, non funzioneranno neanche i tagli di questi giorni e le economie riprenderanno ad avvitarsi su se stesse accompagnate da nuovi cedimenti delle quotazioni azionarie, con stupore, meraviglia ed estrema delusione di chi va convincendosi per l’ennesima volta che i minimi di ottobre siano stati i minimi assoluti di questo lungo mercato bear.

Il problema delle economie, infatti, non è un problema di POCA liquidità, è un problema di TROPPA liquidità, e tagliare i tassi serve solo a peggiorare la situazione, pur andando ad alleviare temporaneamente la situazione delle grosse banche e degli operatori istituzionali, oramai unici beneficiari reali di un costo del denaro ridotto ai minimi termini.

Nel caso le due Banche Centrali del vecchio continente dovessero invece divergere dalla decisione presa da Greenspan allora la situazione condurrebbe a tutt’altra chiave di lettura. In questo caso, saremmo portati a vedere dietro al taglio di 50 basis points una strategia autonoma e di estremo rimedio: anticipare gli altri e combattere la deflazione in corso cercando di riaccendere una inflazione “controllata”.

Il problema dell’imponente debito di sistema accumulato finora grazie alla più grossa bolla del credito mai sperimentata in precedenza si può eliminare in due maniere: o con la deflazione e i fallimenti a catena, oppure con l’inflazione e l’erosione del valore nominale del debito. Il secondo sistema è indubbiamente quello meno drastico e anche il più conveniente per qualsiasi debitore impegnatosi nel lungo termine con tassi fissi e in grado di fare fronte ai propri pagamenti (le persone fisiche sono naturalmente le prime ad essere escluse dalla lista!). Forse Greenspan, in mancanza di altre concrete alternative, ha cominciato davvero a puntare verso questo obiettivo.

Negli anni trenta la deflazione portò a una lunga depressione mentre il Dow Jones perse rapidamente il 90% del proprio valore, nominale e reale, in soli 4 anni. Negli anni settanta, invece, l’inflazione a due cifre portò a una lunga recessione mentre il Dow Jones pur oscillando ripetutamente tra i 1000 e i 550 punti nominali, perse in termini reali e in maniera “meno visibile” una media del 16% all’anno.

Purtroppo lo scenario di inflazione “controllata”, ancora tutto da esplorare alla luce della situazione corrente, sarebbe una soluzione che, penalizzando in primis risparmiatori e i lavoratori attraverso la confisca inflazionistica e generando una recessione comunque inevitabile, andrebbe a realizzarsi prevalentemente attraverso una ulteriore svalutazione del dollaro.

Questo ultimo fattore non può che terrorizzare tutti gli stranieri detentori di dollari e asset finanziari denominati in dollari, come già visto nel nostro articolo “Dollar Index e flussi commerciali” , e potrebbe essere in grado di scatenare molto presto una vera guerra finanziaria, con protagoniste soprattutto le altre banche centrali e le loro valute cartacee, alla fine della quale si avranno pochi vincitori e tanti perdenti.

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