| (12/11/02)
Analogamente al percorso già seguito dal Giappone lo scenario
peggiore che si starebbe profilando per l’economia USA è
quello della deflazione. A nostro avviso è alquanto improbabile
che il destino dell’economia americana possa seguire le orme
nipponiche secondo le modalità sempre più chiacchierate
e date quasi per scontate da diversi analisti tra cui Robert Prechter,
autore del libro “Conquer the Crash”.
Ci sono infatti delle differenze sostanziali tra
i due paesi che aprono per gli USA un percorso differente e sicuramente
peggiore. Due ottimi articoli usciti di recente ci aiutano a illustrare
meglio le prospettive del caso deflazionistico. Il primo, di autore
anonimo, intitolato “Inflation
vs Deflation” e il secondo, ad opera di Jim Willie, dal
titolo “The
vicious circle behind the US Dollar decline” .
A livello macroeconomico le differenze principali
che caratterizzano l’economia nipponica da quella americana
possono essere riassunte come segue:
1) il Giappone gode di un tasso di risparmio tra
i più elevati al mondo mentre gli USA uno tra i più
bassi;
2) grazie al fattore di cui al punto 1) il debito pubblico giapponese
è finanziato quasi esclusivamente con capitali interni laddove
quello americano è finanziato in buona parte da capitali
stranieri;
3) il Giappone gode di un surplus costante della bilancia commerciale,
mentre l’America è sulla soglia di un deficit del 5%
del GDP;
4) il Giappone non ha un debito con l’estero di rilevanti
dimensioni mentre gli USA dipendono strettamente dall’afflusso
di capitali stranieri;
5) i consumi della società nipponica sono basati più
sull’utilizzo del contante che del credito, come invece avviene
negli USA.
E’ grazie alla combinazione di questi cinque
elementi di differenziazione che l’economia giapponese, terminato
l’impatto dello stimolo monetario, è caduta nella trappola
deflazionistica della liquidità.
Il credito abbondante ancora offerto dalla politica
monetaria nipponica non riesce più a sollecitare i consumi.
La liquidità, invece, continua a ristagnare nella banche
ed ha alimentato nel corso degli anni l’esplosione del debito
pubblico e degli investimenti improduttivi che hanno ingessato il
sistema bancario e che pesano sui bilanci dell’intero sistema
economico. I debiti sono stati ben assorbiti, finora, dall’elevato
tasso di risparmio e da iniezioni di liquidità sempre più
massicce. La situazione non ha ancora trovato soluzione e gli sviluppi
futuri, ancora molto incerti, a questo punto sono legati alle sorti
dell’economia americana e di quella mondiale.
Negli USA la situazione è diversa: la politica
monetaria espansiva ha alimentato e continua ad alimentare facilmente
il credito ad ogni livello macroeconomico, fino al punto che il
credito stesso, ancora più della moneta cartacea circolante
o degli aggregati monetari primari, rappresenta oramai la moneta
principale utilizzata dal sistema.
A differenza del caso giapponese, negli USA il credito
ha stimolato in maniera oltremodo eccessiva i debiti personali e
l’aumento del debito verso l’estero. Universalmente
accettato da un sistema monetario mondiale basato sul dollaro e
non più su un asset reale, il credito creato in America viene
oramai confuso con la ricchezza reale secondo un circolo vizioso
e illusorio: tassi di interesse più bassi, più credito
disponibile, più capacità di spesa, più ricchezza
reale.
La nostra fonte quotidiana di buonumore economico
fornita nella newsletter del Daily Reckoning riassume questo semplicistico
e pericoloso ragionamento in una proposizione dal sapore cartesiano
“spendo quindi sono… ricco”. Tuttavia, come scrivemmo
tempo fa, i consumi non stimolati da risparmio e da investimenti
produttivi non creano ricchezza, la distruggono. Ed è quello
che sta avvenendo negli USA sotto lo stimolo monetario, mettendo
a repentaglio non solo la ricchezza di una nazione intera ma, per
il ruolo che gli USA hanno nel panorama globale, anche la stabilità
economica e finanziaria del mondo intero.
Dal 1995 gli stranieri hanno aumentato il possesso
di asset cartacei americani. Essi detengono oltre un terzo del debito
pubblico, buona parte del debito corporate e circa il 15% delle
azioni USA. Anche il debito delle agenzie governative Fannie Mae
e Freddie Mac, che finanziano il mercato immobiliare americano,
trova negli stranieri ottimi acquirenti. Il possesso estero dei
titoli emessi da queste istituzioni è salito dal 5.7% del
1994 al 14.4% del 2001. Indirettamente buona parte della housing
bubble americana è finanziata quindi dal resto del mondo.
L’abnorme espansione del credito americano
basata sull’afflusso di capitali stranieri ha creato una situazione
di fragili e delicati equilibri. La dipendenza da quei capitali,
di cruciale importanza per sostenere l’economia, pone il rischio
paese americano in una posizione di estrema vulnerabilità,
a causa della quale gli USA non avranno il potere di schiacciare
tutta la curva dei tassi di interesse verso lo zero come invece
è avvenuto in Giappone.
Prima o poi l’appetito degli stranieri verso
i debiti americani, non compensato da rendimenti adeguati, diminuirà.
Forse, come dimostrerebbe la debolezza del dollaro degli ultimi
mesi, il processo è già in corso anche se il fenomeno
non è confermato e ravvisabile nei tassi di lungo periodo.
A nostro avviso, infatti, questi ultimi sono ancora guidati dai
meccanismi speculativi resi possibili dai bassissimi tassi di interesse
a breve termine.
Qualora l’appetito degli stranieri dovesse
trasformarsi in avversione, la pressione sul dollaro aumenterà
innescando tutta una serie di instabilità finanziarie suscettibili
di avere notevoli ripercussioni sui tassi di interesse a lungo termine
e di conseguenza sulle altre variabili economiche e finanziarie.
L’esito della politica monetaria americana,
finora sulle orme di quella giapponese, va incontro a un pericolo
piuttosto serio: il prolungarsi della stagnazione economica rischierebbe
di deviare in maniera repentina il corso deflazionistico stile Giappone
seguito dagli USA verso un corso inflazionistico stile Argentina.
Riprendiamo gli elementi inflazionistici e deflazionistici
presenti nel sistema americano:
Elementi inflazionistici
Stimolo e deficit fiscale
Stimolo monetario
Discesa del dollaro
Elementi deflazionistici
Fallimenti
Rallentamento / recessione economica
Discesa asset azionari
Tra questi sei elementi c’è ne uno che
non ricalca l’esperienza giapponese ed è l’andamento
della valuta.
Lo yen, dopo l’esplosione della bubble, si rafforzò
ulteriormente mentre il dollaro, dopo avere completato nel marzo
2002 un pattern rialzista, ha ceduto ed è sulla strada di
una ulteriore svalutazione. La differenza di comportamento è
data proprio dalle diverse caratteristiche evidenziate prima: il
Giappone non ha avuto bisogno del credito estero per stimolare l’economia
e ha basato la politica monetaria espansiva sulle proprie risorse
interne.
Il fallimento degli stimoli monetari, tipico di ogni
post-bubble, ha portato in Giappone alla spirale deflattiva e a
un lungo periodo di stagnazione economica. Il fallimento degli stimoli
americani ,che finora ha seguito lo stesso modello, potrebbe portare
nel prossimo futuro, proprio a causa della dipendenza dai capitali
stranieri, a un percorso molto diverso, che nel migliore dei casi
sarà di stagnazione economica ma che difficilmente sarà
caratterizzato da una spirale deflattiva.
L’elevato ammontare di debiti personali e nei
confronti dell’estero preclude agli USA di percorrere questo
sentiero. La debolezza del dollaro sta assumendo delle connotazioni
di instabilità e questa instabilità coinvolge le economie
dell’intero pianeta. E’ la peggiore conseguenza riconducibile
all’errore di cui sopra: confondere la carta per riserva di
valore e l’aumento del credito per creazione di ricchezza.
Entrambe queste errate percezioni rischiano di far crollare il dollaro
e l’economia mondiale, avviando un processo di risanamento
degli squilibri macroeconomici senza dubbio traumatico.
Il dissolversi di quelle percezioni potrebbe portare
a una massiccia distruzione di valore e di ricchezza e, qualora
il processo sfuggisse al controllo delle autorità monetarie
e governative, potrebbe avviare una reazione a catena configurabile
in un credit crunch piuttosto esteso, assimilabile appunto al caso
sperimentato recentemente dall’Argentina.
I primi segnali di credit crunch si sono già
avuti nel settore delle obbligazioni corporate i cui tassi, divergenti
da quelli dei titoli di stato, hanno dato luogo a spread molto elevati.
Ma il credit crunch è suscettibile di estendersi, interessando
sia i crediti personali per sostenere i consumi che i crediti forniti
dagli stranieri per sostenere la bubble economy nella sua interezza.
Il risultato di questo scenario non è
sicuramente la deflazione nipponica. Con maggiore probabilità
potrebbe essere una crisi finanziaria di vasta portata, tra le più
violente dell’ultimo secolo, per rimediare alla quale si rischia
piuttosto il pericolo di iperinflazione. Gli sviluppi dipenderanno
dall’interazione con gli altri sistemi economici mondiali
ai quali gli USA sono legati dallo stesso rapporto che unisce, in
maniera simbiotica e vitale, le sorti di una banca con quelle del
suo più grosso debitore.
Lo staff
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