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(28/11/02)
Uno dei dibattiti economici più accesi è quello che
concerne la deflazione. Esso continua a richiamare le attenzioni
di molti analisti e di rimando le risposte delle autorità
monetarie. Secondo Edward Yardeni (“Deflation
is the Talk of the Town") il problema della deflazione
costituirebbe addirittura la preoccupazione principale dei money
manager istituzionali. L’analista di Prudential Financial
ne parla nella sua ultima ricerca proponendo uno scenario alternativo
di inflazione al 10% che vorrebbe essere ottimistico ma che a nostro
avviso risulta confuso, contraddittorio e, nelle modalità
di realizzazione delineate, anche molto improbabile.
Altre opinioni di rilievo espresse di recente sul
tema deflazione sono quelle di Dennis Gartman della Gartman
Letter (fonte Reuters) per il quale la minaccia della deflazione
è oramai superata, Larry Elliott del The Guardian (“The
great deflate rebate”) e Stephen Roach di Morgan Stanley
(“Fighting
Deflation”).
L'intervento in assoluto più interessante
è, a nostro avviso, quello di Ben S. Bernanke, membro della
Federal Reserve, del 21 novembre 2002, dal titolo “Deflation:
Making Sure “It” Doesn’t Happen Here”.
Raccomandiamo la lettura integrale del discorso, dal punto di vista
storico indubbiamente molto istruttivo. Tuttavia, con riferimento
alla situazione attuale, emerge da quelle parole una velleità
di onnipotenza e infallibilità che desta più preoccupazioni
che sicurezze. L’approccio pratico di Bernanke, e quindi della
FED, alla soluzione del problema deflazionistico rappresenta la
summa di ogni errata comprensione, gestione e soluzione dei fenomeni
economici in corso e, data la indubbia competenza del soggetto sulla
materia trattata, l’intero discorso nasconde a nostro avviso
la volontà di travisare e far travisare la realtà
dei fatti.
Non ci meravigliamo che i mercati finanziari abbiano
vissuto e stiano ancora vivendo, grazie a questa gestione, una delle
fasi più turbolente della propria storia in grado di sfociare,
secondo quelle che sono le nostre analisi e previsioni, in un periodo
di forte instabilità economica, finora solo rimandata da
una lunga serie di interventi apparentemente correttivi ma sostanzialmente
e nel lungo termine ancora più destabilizzanti.
Riportiamo i brani più significativi, e degni
di traduzione, dell’intervento di Bernanke:
“Like gold, U.S. dollars have value only
to the extent that they are strictly limited in supply. But the
U.S. government has a technology, called a printing press (or, today,
its electronic equivalent), that allows it to produce as many U.S.
dollars as it wishes at essentially no cost”.
“Come l’oro, il dollaro americano ha
valore solo a condizione che la sua offerta sia limitata. Tuttavia
il governo americano ha una tecnologia, chiamata “printing
press” (o, oggi, il suo corrispettivo elettronico), che gli
permette di produrre quanti dollari desidera a costo praticamente
nullo”.
Nelle parole che precedono quelle appena riportate,
Bernenke, in una sorta di pericolosa autoreferenza sugli effetti
potenziali e distruttivi della Printing Press, puntualizza il significato
concreto dell’utilizzo di tale “tecnologia” con
una parabola sintetica e chiara:
“Today an ounce of gold sells for $300,
more or less. Now suppose that a modern alchemist solves his subject's
oldest problem by finding a way to produce unlimited amounts of
new gold at essentially no cost. Moreover, his invention is widely
publicized and scientifically verified, and he announces his intention
to begin massive production of gold within days. What would happen
to the price of gold? Presumably, the potentially unlimited supply
of cheap gold would cause the market price of gold to plummet. Indeed,
if the market for gold is to any degree efficient, the price of
gold would collapse immediately after the announcement of the invention,
before the alchemist had produced and marketed a single ounce of
yellow metal”.
“Oggi un’oncia d’oro vale
circa 300 dollari, più o meno. Supponiamo che un moderno
alchimista risolva il suo antico problema trovando il modo di produrre
quantità illimitate d’oro a un costo praticamente nullo.
Oltre a questo, la sua invenzione viene largamente pubblicizzata
e verificata scientificamente, ed egli annuncia l’intenzione
di cominciare una larga produzione d’oro nel giro di pochi
giorni. Cosa accadrebbe al prezzo dell’oro? Presumibilmente,
l’offerta potenzialmente illimitata di oro porterebbe a un
crollo del suo prezzo. Se il mercato dell’oro fosse efficiente,
il prezzo crollerebbe immediatamente dopo l’annuncio dell’invenzione,
prima ancora che l’alchimista abbia prodotto e commercializzato
una singola oncia di metallo giallo”.
“By increasing the number of U.S. dollars
in circulation, or even by credibly threatening to do so, the U.S.
government can also reduce the value of a dollar in terms of goods
and services, which is equivalent to raising the prices in dollars
of those goods and services.
We conclude that, under a paper-money system, a determined government
can always generate higher spending and hence positive inflation”.
“Incrementando il numero di dollari in circolazione,
o solo minacciando in maniera credibile di poterlo fare, il governo
americano può ridurre il valore di un dollaro in termini
di beni e servizi, il che equivale ad alzare i prezzi in dollari
dei beni e servizi stessi. Se ne deduce che, sotto un sistema monetario
cartaceo, un governo può sempre riuscire a generare un livello
di spesa maggiore e quindi inflazione”.
Se è vero che in un sistema monetario cartaceo
il governo riesce sempre, volendo e non, a creare inflazione, e
su questo diamo atto a Bernanke che di fatto il problema può
essere risolto, il passaggio che lega l’inflazione con la
generazione di un livello maggiore di spesa è del tutto assente.
Come sottolinea anche Stephen Roach, riprendendo quelle stesse parole,
Bernanke non menziona affatto la possibilità che, in una
economia con un livello basso di risparmio ed altamente indebitata,
il raggiungimento di tale obiettivo possa essergli precluso. Aggiungiamo
anche che, più verosimilmente, a causa del livello di indebitamento
americano e della dipendenza corrente dai capitali esteri, l’impatto
del massiccio utilizzo di quegli strumenti per combattere la deflazione
è suscettibile di creare ulteriori distorsioni sui mercati
finanziari e quindi di innescare una serie di reazioni a catena
con effetti più dannosi che benefici.
Di fatto, la diluizione del dollaro per utilizzo
eccessivo della Printing Press, non solo sta avvenendo da diversi
anni, ma la minaccia di procedere oltre è, stando alle parole
stesse di Bernanke, più reale e concreta che mai, anche se
ciò non sembra destare preoccupazioni significative né
negli investitori stranieri nè negli americani stessi, la
cui propensione a investire all’estero o in riserve di valore
come l’oro, dovrebbe plausibilmente essere, sotto quella minaccia,
più elevata.
Rileggendo il trattato di Greenspan del 1966, Gold
and Economic Freedom, l’unico risultato certo dell’utilizzo
della Printing Press è infatti la confisca di valore. Tutti
gli altri risultati sono, a nostro avviso, alquanto discutibili
e dubbi. La sicurezza con cui Bernanke, invece, si esprime in merito
agli effetti benefici che possono derivare dall’utilizzo della
Printing Press, nelle più svariate modalità a disposizione
della FED, ci sembra tanto imbarazzante quanto infondata.
Ritornando sul tema della deflazione come fenomeno economico attuale
vorremmo ancora una volta cercare di dissipare i timori che, come
rileva Yardeni, sembrano impensierire più di ogni altra cosa
i money manager istituzionali. Negli USA la deflazione è
un fenomeno bivalente. Da un lato essa è delimitata principalmente
a un comparto, quello della tecnologia, ed è l’effetto
naturale sia dell’incremento tanto lodato della produttività
che della competitività di mercati esteri come quello Cinese.
Dall’altro essa interessa lo sgonfiamento degli asset cartacei,
classico di ogni post-bolla, e la distruzione parallela delle passività
di bilancio, compiuta dai numerosi fallimenti che interessano i
soggetti economici più deboli. L’ammontare di debito
non sostenibile accumulatosi nella fase di espansione degli anni
novanta, a sua volta basata prevalentemente sulla eccessiva disponibilità
di un credito
improduttivo, continuerà a pesare sull'economia fino che
il riequilibrio di certi aggregati economici non sarà ristabilito.
La deflazione quindi non è e non sarà,
nel sistema americano odierno, un fenomeno tout court come è
avvenuto in Giappone o nell’America degli anni trenta.
La prima delle due si è realizzata, come abbiamo
spiegato in un altro articolo (“Il
dollaro nella lotta tra inflazione e deflazione”) nel
contesto di un sistema economico strutturalmente diverso da quello
americano e anche grazie a una particolare congiuntura economica
mondiale. La combinazione dei due fattori succeduta allo scoppio
della bolla speculativa degli anni ottanta ha finito col gettare
il paese nella trappola della liquidità nella quale ristagna
ancora oggi.
La seconda, come conseguenza degli eccessi creditizi
della bolla economica degli anni venti, si realizzò invece
nel contesto di un sistema economico che, a differenza di oggi,
era creditore netto nei confronti del resto del mondo ed era basato
sul gold standard, un sistema monetario che di fatto limitava in
maniera molto stringente l’offerta di moneta. La combinazione
di questi due fattori, a sua volta nel contesto di una congiuntura
economica mondiale sfavorevole, a cavallo tra le due guerre, fu
in grado di gettare il paese in un periodo di depressione economica.
Il crollo della domanda aggregata portò a una contrazione
dei prezzi del 10% all’anno che si risolse anche grazie a
una massiccia svalutazione del dollaro del 40% nei confronti dell’oro.
Jim Grant definisce la deflazione (quella che abbiamo
chiamato tout-court) come uno stato generalizzato di contrazione
economica caratterizzato da prezzi e salari decrescenti, contrazione
del credito, perdita di valore degli asset, crollo dei profitti
e diminuzione del GDP.
Quello che non sta sperimentando l’America
oggi è la contrazione del credito, la cui prolungata espansione
riesce invece a sostenere il GDP in una crescita più finanziaria
che reale (come quella del +4% relativa al terzo trimestre). I prezzi in forte diminuzione sono invece
circoscritti, come dicevamo, prevalentemente al
comparto tecnologico. Grazie alle modalità di composizione del CPI
(hedonic Indexing) il peso della tecnologia sull’indice dei
prezzi al consumo risulta essere molto più consistente di
quello che è in realtà. Concettualmente, per l’indice
CPI americano, un computer della stessa potenza dell’anno
di base di computazione dell’indice (il 1980) costa oggi 1/N
a seconda dell’incremento di potenza N realizzatosi negli
ultimi 20 anni. Di fatto, invece, un consumatore compra un computer
N volte più potente spendendo approssimativamente la stessa
cifra di allora e non la cifra 1/N.
Il costo della vita è oggigiorno, a prescindere
dal CPI, in costante e significativo aumento, così come da
qualche tempo è in aumento il costo delle materie prime registrate
dal CRB o il prezzo degli immobili (in certe zone anche del 20%
l’anno negli ultimi anni). Lo scenario della deflazione, quindi,
è un problema che esiste più sulla base dei numeri
rilasciati dalle statistiche governative che non nella vita reale
di tutti i giorni.
Cosa succederebbe tuttavia in caso di vera recessione
o depressione? Il calo della domanda aggregata sarebbe suscettibile
di creare vera deflazione estesa a tutti i comparti? Siamo convinti
di no. La lotta alla deflazione correntemente combattuta dalla banca
centrale (negli USA l’espansione della massa monetaria quest’anno
corre intorno all’8%) è in realtà una lotta
alla recessione vera e propria, tramite una politica denominata
da qualcuno INFLATE
or DIE . Finora i risultati ottenuti sono stati soddisfacenti:
il numero delle bolle continua a crescere e i danni a quelle che
hanno mostrato i segni più chiari di cedimento, le borse
azionarie, sono stati, a parte il caso del Nasdaq, abbondantemente
contenuti.
Qualora la FED cominciasse a perdere il controllo
della battaglia, gli sforzi avrebbero proprio l’effetto inflattivo
di cui parla Bernanke, ma con effetti dannosi sul dollaro, sui debiti,
e sugli squilibri che caratterizzano l’economia americana.
La deflazione rimarrebbe sempre limitata a certi settori e forse
sarebbe ancora più marcata per effetto del calo della domanda.
Ad essa si aggiungerebbe lo sgonfiamento di altri asset fin qua
risparmiati dal rallentamento economico, come il prezzo delle case,
ma il costo di altri beni reali, delle materie prime, dei beni di
prima necessità sarebbe destinato a continuare la propria
salita per effetto della diluizione del dollaro.
Crediamo che già oggi il tentativo di combattere
la recessione tramite politiche alternative al ribasso dei tassi
ufficiali sia una realtà. L’eventuale utilizzo di queste
politiche è stato annunciato da Greenspan stesso oltre che
da Bernanke (tra esse l’acquisto dei titoli di stato di lungo
periodo) tuttavia al di là degli effetti immediati apparentemente
positivi (le nuove speranze e illusioni sulla ripresa economica
per il 2003 riaccesesi in questo ultime trimestre), esse hanno il
risultato di creare ulteriori “imbalances” di sistema.
La moneta e il credito rappresentano la linfa vitale di ogni sistema
economico, un po’ come un fiume che scorrendo lungo una valle
e arrivando in pianura deve irrigare e distribuire l’acqua.
Ci troviamo di fronte a una banca centrale che dopo avere pompato
troppa liquidità a monte del fiume (negli anni novanta),
causando nei punti più deboli straripamenti con danni già
considerevoli, ha continuato (negli ultimi due anni) ed è
intenzionata a pompare ulteriore liquidità. Siccome a monte
(l’abbassamento dei tassi di interesse ufficiali) le risorse
sono quasi finite, essa ha intenzione di intervenire direttamente
in diversi punti del corso del fiume.
Il rischio è chiaro: il fiume è
destinato a straripare con maggiore forza e anche nei punti non
ancora raggiunti dalle precedenti inondazioni, creando danni più
elevati e in un numero di punti maggiore. Credito e moneta devono
essere come un fiume che scorre in maniera ordinata e regolare.
Negli anni trenta esso si prosciugò del tutto. In Giappone
esso ha trovato una deviazione in un bacino artificiale, il cui
livello tuttavia è prossimo al livello massimo di capienza.
Nella situazione americana attuale il fiume continua a essere gonfiato
in più punti e continua a minacciare, nonostante la nuova
sensazione di scampato pericolo, una situazione di instabilità
finanziaria ed economica mai creatasi in precedenza.
Lo staff
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