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(17/02/03)
La settimana scorsa Alan Greenspan ha testimoniato davanti
al Congresso sulla situazione economica americana. Tra le opinioni
espresse ci sentiamo di condividere ancora una volta la posizione
di Bill Fleckenstein, meravigliosamente sintetizzata dalle seguenti
parole: "His ineptness is overshadowed
only by his lack of shame":
"la sua inettitudine è eclissata solo dalla sua mancanza di vergogna".
La situazione
nella quale il banchiere centrale peggiore della storia (sempre
definizione di Fleckenstein che condividiamo appieno) si è spinto,
è rappresentabile da un vicolo cieco nel quale ogni possibilità
di fare marcia indietro è oramai preclusa. Coerentemente a questa
impasse, anzi che ammettere gli errori compiuti e accettarne le
responsabilità, l'atteggiamento di Greenspan, peraltro sempre molto
arrogante, persiste nella rappresentazione immaginaria di uno scenario
economico totalmente disconnesso dalla realtà dei fatti che si spinge
fino alla mistificazione dei fatti stessi.
Greenspan,
ad esempio, facendo riferimento esplicito ai dati del lavoro di
gennaio rilasciati il 7 febbraio ha parlato di evidenze incoraggianti:
"Employment turned down in the final months of last year, and
the unemployment rate moved up, but the report for January was somewhat
more encouraging".
Chiunque
abbia cercato di capire cosa si nascondesse dietro quei dati, ricordiamo
+143k nuovi posti di lavoro e solo 5.7% di tasso di disoccupazione,
ha trovato la risposta nel giro di pochi minuti e con essa l'ennesima
conferma delle debolezze che caratterizzano il mondo del lavoro.
La risposta dei mercati azionari quel giorno fu coerente alle letture
più approfondite. Non a caso, dopo il rally seguito alla pubblicazione
dei dati che portò il Dow da una apertura di 7932 punti fino a 8019
punti, i mercati cominciarono a scendere gradualmente fino a toccare
un minimo di 7811 con il Dow Jones, che chiuse poi negativamente
su un livello di 7864 punti. Quel dato a prima vista molto positivo
fu dovuto esclusivamente a un aggiustamento stagionale, riconducibile
a sua volta a un numero di gran lunga inferiore, rispetto alla norma,
di assunzioni nella stagione natalizia. Niente di incoraggiante
se non nelle statistiche, ancora una volta ingannevoli, del Dipartimento
del Lavoro.
Un altro
tormentone molto fumoso riciclato da Greenspan nei due giorni di
relazione al Congresso, è stato quello della produttività.
Secondo quanto riporta Jim Grant, nell'era greenspaniana, ovvero
dal 1987 ad oggi, la crescita della produttività ha registrato un
aumento medio annuo dell'1,6% contro un aumento medio del 2.6% nel
periodo che va da 1951 al 1970. Nessun recente miracolo economico
dovuto alla produttività, piuttosto un eclatante miracolo della
mistificazione. Ancora complimenti al banchiere peggiore della storia
americana.
Riportiamo
qualche altro appunto degno di nota sull'intervento di Greenspan
al Congresso. Molte delle discussioni del banchiere sono ruotate
intorno ai provvedimenti fiscali. Se i dubbi di Greenspan e il richiamo
alla disciplina fiscale sono indubbiamente da apprezzare, l'autorità
a supporto di quelle critiche sembra essere oramai molto debole.
Venendo da un personaggio che ancora non è riuscito a fare una seria
autocritica in merito alla propria (in)disciplina monetaria, tutti
quei discorsi suonano infatti solo come la predica quasi-inutile
di chi invece continua a razzolare molto peggio. Sotto l'era di
Greenspan e in particolare dall'agosto del 1984 al dicembre 2002
la M3 è cresciuta per un ammontare superiore alla massa monetaria
creata nell'intera storia della FED (dal 1913 al 1984): ben 4,3
Trilioni di dollari. In altre parole essa è raddoppiata nell'arco
di soli 8 anni e 4 mesi, fino a un totale di 8.6 Trilioni. Disciplina
monetaria o follia monetaria?
Non è finita.
Allineandosi alla cattiva informazione circolante oramai da qualche
mese, il periodo attuale di debolezza economica è stato ricondotto
da Greenspan prevalentemnte alle tensioni sulla guerra, superate
le quali finalmente l'economia americana si riprenderà. Ancora fumo
da parte del banchiere centrale in un ignominioso gioco da scarica
barile. Fumo sulla produttività, fumo sui dati del lavoro, fumo
sulla politica fiscale, fumo sui reali problemi economici grazie
ai quali questi ultimi vengono ancora una volta ignorati e ricoperti
da una cortina che va ispessendosi sempre di più. La speranza forse
è quella di mettere una pezza laddove le falle sono oramai troppo
grosse mentre dall'altra parte egli cerca indisturbato di spingere
il Grande Esperimento Economico fino ai limiti massimi della propria
sostenibilità. Se le finalità ultime dell'esperimento non
ci sono ancora chiare, rimane il fatto che dietro quelle nebbie
il muro del vicolo cieco non sparisce e l'impatto rischia di diventare
pertanto sempre più duro, sia che a questo punto le nebbie si dissolvano
prima dell'impatto stesso o dopo di esso.
Il problema
è che Greenspan sta trascinando con sé, nel gioco al rilancio della
posta investita sui mercati della attività finanziarie (gioco caratterizzato
dalle chiare connotazioni tipiche del fenomeno
di Moral Hazard), tutti coloro che irrazionalmente rifiutano
l'ipotesi di una seria recessione economica come periodo naturale
di ogni ciclo economico, finalizzato all'assorbimento degli eccessi
del boom. Non solo, all'avanzare dell'inverno
di Kondratieff, la recessione che ancora deve arrivare comincia
ad assumere costi via via sempre più alti, e forse a questo punto
insostenibili per un sistema economico oramai indebitatosi al di
sopra di qualsiasi leva finanziaria utilizzata del passato, grazie
anche ai meccanismi di massiccio ricorso al debito utilizzati negli
ultimi tre anni.
Difficile biasimare il codazzo
di persone che continuano a giustificare e sostenere la politica
indisciplinata di Greenspan. La situazione si presenta per loro
come una classica situazione win/win. Qualora la ripresa, a nostro
avviso, non possibile, si verificasse, l'esito sarebbe per loro
vincente. Qualora arrivasse invece una dura recessione, mettendo
a dura prova il sistema e causando costi enormi a tutte le strategie
sbagliate di investimento, le colpe sarebbero comunque scaricate
sulle alte responsabilità. Un po' come da tre anni fanno i gestori
che ad esempio perdono il 29% contro un indice, il benchmark, che
perde invece il 30%. La colpa, viene spiegato, non è loro (essi
hanno invece avuto discreti risultati), è delle cattive performance
del benchmark. Qualcuno che ancora ha il coraggio di aprire gli
statement del proprio conto titoli si fa i conti in tasca e, stranamente,
il saldo continua a tingersi di profondo rosso.
Lo Staff |
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