Austrian Economics
Forum: ultimi 10
 
 

 

Ancora Sulla Deflazione

(12/05/03) Tra le dichiarazioni che hanno accompagnato la decisione della FED di lasciare i tassi di interesse invariati se ne trova una piuttosto singolare se non proprio bizzarra.

".the probability of an unwelcome substantial fall in inflation. exceeds that of a pickup in inflation from its already low level."

".la probabilità di una sostanziale e sgradita caduta dell'inflazione. eccede quella di un rialzo dell'inflazione dai già bassi livelli attuali."

L'attenzione del lettore cade immediatamente sull'utilizzo dell'aggettivo "sgradita" che, accompagnato alle parole "caduta dell'inflazione", racchiude a prima vista una forte contraddizione sostanziale.

In quanto perdita del potere di acquisto, l'inflazione non può che essere sgradita ai consumatori. Intuitivamente, pertanto, la diminuzione del tasso d'inflazione (e tanto più una sua diminuzione "sostanziale"), non potrebbe che essere accolta con favore dagli stessi consumatori.

Come mai questa contraddizione di termini nelle parole della FED? O perlomeno, come mai una sostanziale "caduta dell'inflazione", generalmente molto apprezzata dai consumatori, risulterebbe invece sgradita alla FED? In realtà attraverso il solito uso funambolesco delle parole, arte in cui anche Greenspan si è dimostrato più volte maestro, il chiaro riferimento contenuto in quelle parole è rivolto ancora una volta al rischio di deflazione. Deflazione che come vedremo, non sempre vuole essere la traduzione simmetrica del termine inflazione.

Abbiamo scritto diversi articoli in merito a inflazione e deflazione. Ieri, sempre sul tema della deflazione, abbiamo pubblicato la traduzione di un ottimo articolo di Sennholz. In questo articolo cercheremo di fare altra luce specificatamente sul concetto della deflazione, un termine non compreso facilmente dalla gente comune, enfatizzato troppo spesso (e male) dai media, e dotato sicuramente di molteplici accezioni.

Nell'ambito di un sistema economico per natura inflazionistico, vuoi per l'assenza della copertura aurea, che per i continui sforzi di stimolare l'economia da parte del governo e dell'autorità monetaria, il concetto di deflazione ha perduto il suo originario significato e viene oggi inteso prevalentemente come un male economico in grado di spingere e schiacciare le economie verso una prolungata fase di stagnazione (vedi corrente situazione giapponese) o di depressione (vedi il caso americano degli anni trenta).

In realtà nell'ambito di un sistema monetario non inflazionistico, come era il gold standard, la deflazione rappresentava quel benefico e costante fenomeno monetario di discesa dei prezzi in grado di riflettere e incorporare l'aumento di produttività ed efficienza del sistema economico.

Come scrive Rothbard in America's Great Depression (pag 59):

"Falling prices simply distribute the fruits of higher productivity to all the people. The natural course of economic development then.is for prices to fall in response to increased capital and higher productivity."

"La discesa dei prezzi distribuisce a tutta la gente e in maniera naturale i frutti di una maggiore produttività. Il corso naturale dello sviluppo economico vuole che i prezzi scendano come conseguenza dell'aumento della produttività e dell'aumento dello stock di beni capitali."

Oggi, a causa della natura strettamente inflazionistica del sistema economico questo fenomeno di deflazione naturale è quasi del tutto assente, e si limita perlopiù ai settori economici particolarmente innovativi. In un sistema non inflazionistico (come era il gold standard) la deflazione come discesa dei prezzi dei beni e dei servizi era una regola e non l'eccezione. Era percepita come benefica, non dannosa.

A causa della legittimazione di certi meccanismi inflazionistici consolidatisi nel corso degli ultimi 70 anni, meccanismi che, ad esempio, hanno portato il dollaro a perdere oltre il 90% del proprio valore e altre valute mondiali alla completa distruzione, la corretta percezione di certi fenomeni monetari come la deflazione è pertanto saltata. Non è quindi un caso che si sia giunti al paradosso verbale condensatosi nella frase della FED esaminata in apertura. Attestando il caso di una eventuale "sgradita caduta dell'inflazione", quell'espressione riconosce implicitamente all'inflazione qualità tanto paradossali quanto estremamente improbabili.

L'inflazione, per quanto minima, è in realtà sempre e solo un fenomeno di confisca di ricchezza reale da parte di chi controlla e gestisce la massa monetaria (sia essa cartacea che elettronica). Inoltre il suo manifestarsi, o se vogliamo essere più precisi, il suo solo contrastare il tasso di deflazione naturale del sistema economico, impedisce alla gente comune di godere appieno i benefici dello sviluppo economico, inteso come aumento generalizzato della produttività e dell'efficienza.

A riguardo della deflazione, un recente articolo del Wall Street Journal dal titolo "What Deflation?" si pone in ogni caso la domanda diretta: di che deflazione stiamo parlando quando in realtà la maggior parte dei costi di tutti i giorni che sostengono gli americani sono in aumento?

Gli autori del pezzo riportano alcuni di questi costi: in forte rialzo rispetto alle variazioni ufficiali del CPI troviamo i francobolli, gli eventi sportivi, l'assicurazione per l'auto, le tasse sulla casa, il barbiere etc etc. Se negli ultimi 3 anni il CPI è cresciuto secondo una media del 2.5% l'anno, i costi della televisione via cavo sono aumentati del 9.1% l'anno, l'assicurazione dell'auto del 7.6%, i popcorn del cinema di oltre il 3%. I costi sanitari, le rette scolastiche, il prezzo del riscaldamento sono cresciuti molto più velocemente, fino a un +21.4% annuale per il costo del metano. E' vero che alcuni costi come le tariffe aeree o i prodotti elettronici sono scesi compensando gli aumenti citati, tuttavia, considerato il forte aumento della produttività sperimentato negli ultimi anni e strenuamente elogiato dallo stesso Greenspan, ciò che il sistema avrebbe dovuto produrre, in assenza dei meccanismi inflazionistici, sarebbe dovuta essere una discesa generalizzata dei prezzi, non un aumento medio del 2,5%. Anche un CPI che fosse rimasto invariato in realtà avrebbe rappresentato un costo e un danno per il consumatore, in quanto lo avrebbe comunque privato dei benefici naturali generati dell'aumento della produttività.

E in tutto questo non consideriamo, come avevamo detto a suo tempo, che il CPI americano sottostima, tramite artifici statistici, l'aumento del costo reale della vita. L'esempio che riporta l'articolo del Wall Street Journal è ancora una volta illuminante. L'ufficio della statistica guarda al prezzo di un'automobile oggi e a quello di una automobile simile del passato. Se oggi l'auto costa di più ma viene venduta con degli accessori supplementari, l'ufficio della statistica considera l'aumento del prezzo dell'auto inferiore a quello reale, in quanto dotato di qualità migliori. La realtà ovviamente è che l'auto costa comunque di più rispetto a dieci anni fa perché oggi va comprata necessariamente con gli accessori aggiuntivi. In altre parole, si tratta di un "effetto sostituzione" imposto al consumatore che tende a diminuire la variazione complessiva del CPI.

Avendo chiarito questi punti, possiamo ragionevolmente intuire a questo punto che la deflazione a cui si riferisce la FED non è la deflazione scaturita dall'aumento della produttività, né la deflazione che deriva da una effettiva diminuzione del costo della vita. La deflazione a cui si riferisce la FED ha invece altre due connotazioni.

La prima è la deflazione indotta da una variazione delle preferenze per la liquidità da parte del consumatore . Come Sennholz scrive nel suo articolo:

 

"Il timore di una depressione imminente, d'altro canto, può spingere la gente a tenersi stretti i propri soldi. Ciò provoca un aumento della domanda di denaro che ne alza il valore e di conseguenza riduce il prezzo dei beni. Per usare il linguaggio della economia popolare, la riluttanza nello spendere denaro può portare alla deflazione".   

In periodi di incertezza economica i consumatori preferiscono infatti spendere di meno e rimanere liquidi e tale fenomeno rischia di rallentare l'attività economica.

A tal proposito e prima di proseguire vorremmo tuttavia chiarire, ancora una volta, un paio di punti:

•  la situazione di incertezza e timore a cui si è giunti adesso è la conseguenza di un boom artificiale sostenuto, fino ai suoi eccessi più estremi, dall'espansione creditizia degli anni ottanta-novanta. In tal senso prevenire non solo è sempre meglio che curare, ma rappresenta anche l'unica soluzione possibile, in quanto una bolla pone sempre le premesse per una situazione economica riparabile solo a costo di una forte contrazione;

•  la ricorrenza di forti espansioni e forti contrazioni (compresa quella americana degli anni trenta o quella giapponese degli anni ottanta) è riconducibile all'inseguimento dell'eterna prosperità tramite gli stimoli monetari e fiscali i quali, in ultima analisi, cercano continuamente di risolvere i problemi causati dagli stimoli monetari e fiscali precedenti.

Seguendo l'insegnamento giapponese, non ci sono sforzi monetari che possano riuscire a controllare la domanda di moneta. Le banche centrali controllano l'offerta di moneta, ma non sono in grado di controllare l'altra parte dell'equazione, ovvero la domanda di moneta composta dalle preferenze di milioni di singoli individui. I tentativi sono innumerevoli, tuttavia l'esempio giapponese parla chiaro: nonostante tutti gli sforzi fatti, il giapponese medio non spende abbastanza per rilanciare l'economia. Egli continua imperterrito a risparmiare oltre il 10% del proprio reddito. In sua vece, è ben prodigo di spese il governo, che con le proprie manovre compensa e distrugge i risparmi complessivi del sistema. Ancora oggi, a distanza di 13 anni dallo scoppio della bolla, la situazione continua a peggiorare. Come si dice in certi ambienti: "quando la fine de tunnel è vicina, arrivano le autorità e. allungano il tunnel di un altro tratto".

Per quanto riguarda il caso americano, un conto è cercare di stimolare alla spesa un soggetto troppo parsimonioso (come forse era l'americano degli anni trenta), un altro è continuare a sollecitare artificialmente e sistematicamente alla spesa un soggetto già estremamente indebitato. Questa ultima strategia, perseguita in larga misura dalla quasi totalità degli stimoli monetari e fiscali odierni, purtroppo non rappresenta il mezzo per raggiungere la prosperità, come invece sembrano farci credere le varie propagande politiche ed economiche a cui siamo sottoposti giornalmente. Eppure questa è la strategia messa in atto nelle ultime due decadi soprattutto dal sistema americano che, anno dopo anno, ha portato a sostituire i risparmi e gli investimenti con i debiti e i consumi, distruggendo in ultima analisi le fondamenta della propria ricchezza.

Il secondo tipo di deflazione temuta dalla FED, e forse il più importante, è invece la deflazione delle attività patrimoniali, ovvero la diminuzione dei prezzi delle case, degli strumenti di debito, e delle azioni. Proprio quegli asset che sono stati gonfiati oltremisura dalle politiche monetarie inflazionistiche messe in atto dal sistema centrale della Federal Reserve. Politiche che prima hanno portato al boom degli anni novanta e poi, dopo lo scoppio della bolla del mercato azionario, hanno cercato di combattere la recessione. In breve, la FED è preoccupata del possibile riassorbimento dell'effetto ricchezza causato dall'aumento degli aggregati creditizi, che si è riverberato nell'aumento dei prezzi degli asset finanziari e degli immobili (largamente finanziati nell'acquisto col ricorso al debito).  

Come avevamo già visto nella nostra prima analisi compiuta a fine 2002, negli anni novanta l'eccesso di moneta e di credito, anzi che sfociare nell'aumento del CPI, ha trovato prevalentemente sfogo nell'aumento di prezzo degli asset finanziari, ovvero nella creazione di ricchezza illusoria. Ed è proprio questa la reale minaccia deflazionistica che a nostro avviso spaventa gli uomini della FED. La caduta di prezzo di questi asset.

La soluzione cercata dall'autorità monetaria americana, ancora una volta e dopo oltre due anni dai primi segnali di crisi, è naturalmente quella di impedire agli asset sopravvalutati di sgonfiarsi. Ciò si realizza prevalentemente attraverso le continue iniezioni di liquidità che servono a tenere in movimento il sistema (inflate or die) e a sostenere i prezzi degli asset dal pericolo di deflazione.

Il risultato di lungo termine, tuttavia, tralasciando i brevi periodi di apparente sollievo come quello che stiamo vivendo dall'ottobre del 2002, è una ulteriore destabilizzazione del sistema. Non è facile accettare la realtà di una recessione, ma bisogna pur arrivare a capire, presto o tardi, che le correzioni imposte dal mercato sono inevitabili sia per il corretto funzionamento dei meccanismi economici che per poter finalmente stabilire le valide premesse di una nuova, reale, sostenibile, ripresa economica . Impedire queste correzioni non risolve la situazione, bensì pospone il momento della crisi rendendola eventualmente più gravosa e aumentandone, nel complesso, i costi che un giorno dovremo comunque sopportare.

Lo Staff

 
La Politica monetaria
L'offerta di moneta
Il debito
Sintesi e statistiche
Inflazione
Consumi e deficit commerciale
Mercato immobiliare
Mercato azionario
I profitti
Il management
Gli analisti
Gli investimenti
I fallimenti
Rischio derivati
I parte
II parte
Gli scenari possibili
Un tributo mondiale
Lo stato di salute