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Aspetti quantitativi e qualitativi del GDP americano

(4/11/03) La cifra relativa alla crescita dell'economia americana nel terzo trimestre dell'anno deve avere inutilmente impressionato più di qualche investitore. Quel +7.2% annualizzato, ovvero una crescita dell'1,8% moltiplicata per 4 sulla presunzione che i prossimi trimestri vadano a replicare la performance di quello corrente, ha ricevuto una massiccia copertura da parte dei media come "il migliore trimestre degli ultimi 19 anni". Questa, forse, è la sintesi più superficiale usata per sintetizzare una crescita, a differenza di quella di 19 anni fa, fondamentalmente viziata.

Vista anche l'assenza di particolari anomalie immediatamente rintracciabili nella composizione del GDP, come furono le spese per la difesa nel trimestre precedente, evitiamo di analizzare il dettaglio delle singole componenti che hanno contribuito alla crescita del trimestre corrente. Potrebbe essere una scelta dettata da motivi di aprioristica sfiducia negli statistici che compilano le confuse tabelle economiche, a scelta del lettore degne di un pessimo contabile o di un abile illusionista. E forse, in tal caso, si tratterebbe di una scelta non troppo biasimevole. Tuttavia, ai fini di capire come e perché in realtà questa crescita economica sia fondamentalmente viziata, la nostra scelta è motivata da un interesse specifico verso considerazioni di altra natura.

Consideriamo innanzitutto due punti molto importanti:

1) la semplice valutazione della variazione del GDP trascura l'altro lato della medaglia, ovvero la crescita degli aggregati monetari (cioè la reale inflazione monetaria non rintracciabile né nell'indice dei prezzi al consumo, che rappresenta solo uno dei tanti effetti dell'inflazione monetaria, né tanto meno nel deflatore dello stesso GDP) e l'aumento del livello di indebitamento. Entrambe le variabili, come sappiamo, hanno raggiunto negli ultimi due anni livelli di crescita ben superiori alla crescita del GDP;

2) la semplice osservazione della variazione quantitativa del GDP trascura la variazione qualitativa dello stesso, non rintracciabile nell'analisi delle sue componenti, ovvero il livello di coordinazione tra i vari attori economici, consumatori da una parte e imprenditori dall'altra.

Sul primo punto ci siamo soffermati già diverse volte. La nostra intenzione è adesso quella di esaminare il secondo aspetto.

L'approccio economico odierno, a differenza dell'approccio misesiano della scuola economica Austriaca, considera il processo economico come un processo meccanico da sottoporre necessariamente alla guida di un ingegnere economico, sia esso la banca centrale o il governo (o come è il caso più frequente, di entrambi) di modo che:

a) esso riesca a funzionare correttamente,

b) esso possa raggiungere gli obiettivi identificati dallo stesso ingegnere economico.

Nonostante i massicci squilibri macroeconomici che avevano arrestato la crescita ininterrotta degli anni novanta, già effetto di un boom di natura creditizia, la ripresa economica ha rappresentato negli ultimi due anni l'obiettivo principale dell'ingegnere economico americano. Dopo numerosi e massicci stimoli sia dal lato fiscale che da quello monetario, che non trovano precedenti storici per la loro intensità, il dato di giovedì scorso relativo al GDP dovrebbe avere fornito all'ingegnere e a tutti i suoi apostoli adeguata soddisfazione. Il meccanismo-meccano è stato finalmente ricondotto all'obiettivo prestabilito.

Contemporaneamente, l'ingegnere è anche riuscito nell'obiettivo di accontentare tutti, tranne forse i circa due milioni di disoccupati che ancora non hanno ritrovato il posto di lavoro perso in questi mesi:

- gli investitori del mercato azionario stanno vedendo risorgere le loro azioni più care e speculative in una sorta di parossistico sequel della bolla degli anni novanta;

- gli investitori del mercato obbligazionario, garantiti dalle minacce deflazionistiche, non nutrono il benché minimo pensiero che un eventuale aumento dei tassi possa erodere il valore corrente dell'investimento in titoli di stato,

- e, infine, gli investitori nel mattone hanno assistito nel giro di pochi anni a un vero e proprio prodigio economico: il loro possesso, normalmente soggetto alla inesorabile usura del tempo, si è invece notevolmente apprezzato al trascorrere dello stesso, ed è diventato non solo fonte di cospicua ricchezza, come il mercato azionario e quello obbligazionario, quanto anche un collaterale a garanzia di nuovi e maggiori debiti, necessari per affrontare livelli di consumo non più sostenibili da un minore aumento di reddito.

Tuttavia l'economia, come insieme delle azioni individuali in uno sforzo cooperativo teso al raggiungimento di determinati scopi attraverso l'utilizzo di determinati mezzi, non è un meccanismo destinato alla manipolazione da parte di un qualsivoglia ingegnere economico. E' invece un processo spontaneo che coinvolge la mutua interazione sociale di individui, ciascuno dei quali, manifestando ed esercitando la propria creatività imprenditoriale -nella sua accezione più vasta che include anche le scelte dello stesso consumatore-, crea e trasmette, in maniera continuativa, informazione economicamente rilevante agli altri attori economici.

Nel suo propagarsi, tale informazione permette agli individui di disciplinare il proprio comportamento secondo un processo continuo di coordinazione e adattamento. In altre parole, il libero esercizio della funzione imprenditoriale di milioni di individui permette la creazione e la diffusione dell'informazione necessaria all'armonico e coordinato svolgimento dei processi economici.

L'intervento dell'ingegnere economico, che cerca di sostituirsi a questa infinita complessità di interazioni umane nel tentativo di migliorare sia il processo di coordinazione che il risultato finale della stessa rete di interazioni umane, si rivela vano in partenza. Per definizione, infatti, l'informazione prodotta dall'esercizio individuale della funzione imprenditoriale risulta diffusa tra i milioni di partecipanti al processo economico e non è pertanto sintetizzabile ad uso di un coordinatore unico con la vana pretesa, e pericolosa arroganza, di essere onnisciente.

I risultati raggiunti dagli sforzi dell'ingegnere economico americano sono stati ottenuti, quindi, senza prendere in considerazione l'efficiente coordinamento tra gli attori economici: consumatori da un lato e imprenditori in senso stretto dall'altro.

Riprendendo le osservazioni di Doug MacKanzie esposte in un blog del Mises Institute possiamo concludere che l'efficienza legata alla crescita economica non è il risultato del semplice aumento quantitativo delle componenti del GDP. Essa è invece il frutto del corretto allineamento dei piani dei consumatori e degli imprenditori. Allineamento che per certo non ha avuto alcun modo di verificarsi sotto gli artificiali stimoli economici degli ultimi anni. A causa di ciò i consumatori sono stati spinti verso insostenibili livelli di consumo immediato (a sottrazione di un consumo e una spesa futura), mentre al contempo gli imprenditori sono stati sollecitati dagli stessi stimoli ad intraprendere nuovi progetti di lungo periodo suscettibili ancora una volta di rivelarsi come cattivi investimenti (malinvestments). Al momento della loro realizzazione, infatti, la diminuita capacità di spesa da parte del consumatore, già utilizzata nei consumi correnti, non riuscirà a garantirne la redditività attesa.

Il risultato degli stimoli economici, che si è tradotto in un eclatante risultato solo a livello strettamente quantitativo, può essere pertanto identificato, a livello qualitativo, in una sempre più marcata assenza di coordinamento tra gli attori economici, premessa non tanto di un roseo futuro, quanto piuttosto di nuovi e maggiori problemi nello svolgimento dei processi economici.

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